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Storia pittorica della Italia (due volumi)

Dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII secolo
Storia pittorica della Italia (due volumi)
Dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII secolo
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Edita nel 1792 e poi progressivamente ampliata fino al 1809, la Storia pittorica della Italia di Luigi Lanzi supera per la prima volta il modello storiografico-biografico di Vasari e Bellori a favore di quello delle scuole pittoriche, che tanta fortuna avrà nelle epoche successive fino ai giorni nostri. Inoltre si avvale di capillari ricognizioni sul campo che hanno permesso una concreta analisi dei quadri come mai era stata attuata in precedenza. La Storia pittorica è una fonte essenziale per la storia dell'arte italiana dal Duecento alla fine del Settecento, ma anche un testo ricchissimo di suggestioni culturali, che gli studi piú recenti hanno contribuito a mettere in luce, toccando i rapporti di Lanzi con gli artisti contemporanei e il gusto neoclassico, con le altre storiografie coeve (per esempio il Tiraboschi per la storia letteraria) e con le vicende letterarie e politiche dei suoi giorni. Questo Millennio presenta due saggi introduttivi che ricostruiscono la figura intellettuale di Lanzi, la storia delle edizioni dell'opera e della sua ricezione nelle varie epoche, nonché un ampio commento, opportuni apparati critici e imponenti indici. Inoltre, trentadue tavole fuori testo danno conto del gusto estetico di Lanzi, offrendo una carrellata dei suoi artisti e quadri prediletti.

2022
I millenni
pp. CLXXVI - 1914
€ 150,00
ISBN 9788806251185
A cura di
Contributi di

Il libro

Il peso dell’eredità lanziana nella storia dell’arte non lasciò indifferente neppure Benedetto Croce, il quale nel 1921 lo ricordò nella Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, con parole che riecheggiano quelle di Cicognara: «non si negano punto le benemerenze del Lanzi in quanto diligente raccoglitore e lucido ordinatore di notizie», rilevando però che in lui «ciò che soprattutto spiaceva era la passività del giudizio artistico», che si «abbandonava docile e sommesso all’opinione comune e alle autorità, lodandosi di questo suo procedere come di doverosa modestia». Dunque, l’indiscutibile grandiosità dell’impianto della Storia pittorica non poteva certo sfuggire al filosofo partenopeo, eppure egli, sulla scia di Selvatico, cercò in essa quello che non poteva esserci, cioè esplicite prese di posizione con plastici giudizi personali, della cui assenza rimprovera l’autore; tuttavia quei caratteri che egli desiderava in realtà erano presenti, ma non fu in grado di trovarli, dato che si possono ricavare solo in filigrana e dal concatenarsi delle notizie proposte, non per «modestia», ma per l’impiego di un raffinato metodo, grazie al quale la selezione dei dati storici e la loro presentazione è essa stessa un atto critico in grado di riflettere una visione originale e pienamente autonoma.
(…)
Certo, la Storia pittorica continuò a lungo a rappresentare un prezioso strumento di lavoro per gli storici dell’arte, che la consultarono costantemente, non fosse altro per avere a disposizione un diligente e ordinato compendio, secondo l’ipse dixit crociano. Nondimeno, i lettori piú acuti ne avvertirono pienamente le potenzialità e tra essi spicca – of course – Roberto Longhi, la cui attenzione rivolta a Lanzi è stata in piú occasioni oggetto di approfondimenti, il quale per altro ebbe anche il merito di porre in rilievo, in modo icastico, la qualità letteraria della prosa impiegata da Lanzi, riscontrandovi un nitore che anticipava quello manzoniano.
dall’Introduzione di Paolo Pastres

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