Giulio Einaudi editore

La Casa editrice

È uno struzzo, quello di Einaudi,
che non ha mai messo la testa sotto la sabbia
Norberto Bobbio

L’emblema

L’emblema dello struzzo che contraddistingue le edizioni Einaudi è stato ereditato dalla rivista «La Cultura» di cui Giulio Einaudi fu l’ultimo editore, prima che il regime fascista la sopprimesse nel 1935. Ma l’origine del logo risale al Dialogo delle imprese militari et amorose di Paolo Giovio (1559). Il libro era una raccolta di simboli e motivi allegorici (le "imprese") che Giovio stesso ideava su commissione per nobili e militari.
L’impresa dello struzzo fu ideata da Giovio per tal Girolamo Mattei, «romano, capitano de' cavalli della guardia di Papa Clemente», che seppe attendere le condizioni giuste per poter vendicare l’uccisione del fratello. Dunque l’immagine dello struzzo col chiodo in bocca e il motto «spiritus durissima coquit» non significa «mandar giù tutto» con rassegnazione, accettare i soprusi, ma l’esatto contrario.

Nell’Antologia Einaudi 1948 Pavese scriveva: «Spiritus durissima coquit è il cartiglio che il vecchio struzzo, insegna delle edizioni Einaudi, porta intorno al capo. E per lungo tempo questo emblema fu l’unica illustrazione, l’unico lusso tipografico che accompagnasse i severi volumi nostri». Col tempo la grafica e l’iconografia dell'Einaudi si sono arricchiti notevolmente fino a diventare un modello nell’editoria italiana, e gli struzzi sono diventati un soggetto per rielaborazioni di artisti legati alla casa editrice, come Guttuso, Picasso, Manzù, Paolini e Paladino.

Anni Trenta

La casa editrice Einaudi viene fondata nel 1933 da un gruppo di amici, allievi del liceo classico D’Azeglio. Seppure in anni e in classi diverse, questi giovani avevano avuto tutti come professore Augusto Monti, che li aveva educati ai valori della cultura, della libertà e dell’impegno civile. Intorno al più giovane di loro, Giulio Einaudi (1912), si erano così raccolti Leone Ginzburg (1909), Massimo Mila (1910), Norberto Bobbio (1909), Cesare Pavese (1908), affiancati successivamente da altre figure come Natalia Ginzburg (moglie di Leone) e Giaime Pintor. La collegialità, il gusto della discussione, il piacere di condividere tempi e luoghi oltre i momenti lavorativi «ufficiali» sono una caratteristica che ha attraversato tutta la storia dell’Einaudi, e si è trasmessa da una generazione all’altra proprio a partire da queste origini giovanili e addirittura scolastiche.

Se nel gruppo dei fondatori Giulio Einaudi era l’anima imprenditoriale, si può dire che Leone Ginzburg fu, di fatto, il primo direttore editoriale della casa editrice. Vicino all’eredità gobettiana e al liberalismo radicale, Ginzburg intendeva tutte le sue attività (lo studioso, l’editore, il traduttore, il militante politico) come una missione. In questo senso l’Einaudi è nata come una casa editrice basata su un intreccio politico-culturale inscindibile, soprattutto votata alla saggistica (le prime collane, tuttora esistenti, sono la «Biblioteca di cultura storica» e i «Saggi»).

Giulio Einaudi
Giulio Einaudi
Pavese, Ginzburg, Antonicelli, Frassinelli
S.Stefano Belbo, 1932. Da sinistra: Pavese, Ginzburg, Antonicelli, Frassinelli

Anni Quaranta

Dopo essere stato scoperto a stampare clandestinamente il giornale di «Giustizia e libertà», Ginzburg viene torturato e ucciso dai nazisti a Roma nel 1944. L’Einaudi continua la sua attività e si fa in tre: alla redazione romana c’è Pavese, in quella milanese Vittorini, alla sede di Torino prima Mila, poi torna Pavese. Vittorini incarna la continuità dell’intreccio politico-culturale einaudiano e l’ideazione della rivista «Il Politecnico» è una delle imprese più rilevanti, in questo senso, dell’immediato dopoguerra. Fondamentale, inoltre, sarà in quegli anni la pubblicazione delle opere di Gramsci.

Ma chi prende di fatto la funzione di guida dell’Einaudi è Pavese. Con lui la casa editrice diversifica la sua produzione saggistica (aprendosi all’antropologia e alla psicanalisi) e comincia a essere un punto di riferimento anche per la narrativa italiana e straniera e per i classici, con le collane dei «Coralli», dei «Supercoralli» e dei «Millenni».

Giaime Pintor
Giaime Pintor
Cesare Pavese
Pavese alla sua scrivania

Anni Cinquanta

Dopo la morte di Pavese (1950) la casa editrice, coordinata da Luciano Foà, assume il compito, soprattutto con «I gettoni» di Vittorini, di rinnovare la narrativa italiana promuovendo nuovi autori come Fenoglio, Lucentini, Ottieri, Lalla Romano, Rigoni Stern, Anna Maria Ortese, Sciascia e molti altri. Ma è anche importante la continuità della riflessione politica che si svolge in una collana come quella dei «Libri bianchi», nata all’indomani della crisi del 1956, con i fatti di Ungheria e la rivelazione dei crimini di Stalin, insomma con la prima grande crisi di coscienza dei comunisti italiani.

Anni Sessanta

Se Vittorini e Calvino, attraverso le collane di narrativa e la rivista «Il menabò» (1959-1967), guidano la ricerca letteraria sui percorsi di una progressiva sperimentazione, attentissimi a quanto accade di più innovativo in Europa e in America, Giulio Bollati coordina l’insieme delle proposte saggistiche e le collane di classici, proponendo una rilettura profonda e inquieta della modernità. La «Pbe» da un lato (1960), la «Nue» dall’altro (1962) mettono a punto una sorta di enciclopedia in progress, con un duplice sguardo che punta al futuro delle varie discipline di pensiero e al passato della tradizione letteraria e filosofica, dove la tradizione faccia leggere meglio i nodi della contemporaneità. Una feconda alternanza di antichi e moderni è pure la «Collezione di poesia» (1964), che riscopre vecchi maestri e dà spazio alla neoavanguardia. La scoperta letteraria e la riflessione politico-culturale formano una sorta di doppio passo della casa editrice. Emblematico è il 1965, in cui nascono contemporaneamente due collane come «Nuovo Politecnico», diretta da Bollati - piccoli libri che affrontano i problemi politici e sociali senza mai limitarsi alla descrizione, ma scavando nelle questioni teoriche sottostanti - e «La ricerca letteraria», diretta da Guido Davico Bonino, che va a scovare i più significativi testi sperimentali in Italia e all’estero. Doppio passo che prosegue con la nascita della «Serie politica» (1968) e di «Einaudi Letteratura» (1969).

Italo Calvino
Calvino nella biblioteca della casa editrice
Vittorini, Ponchiroli, Calvino, Einaudi
Dogliani, 1965: Da sinistra: Vittorini, Ponchiroli, Calvino, Einaudi

Anni Settanta

Gli anni Settanta sono il momento in cui l’Einaudi fa il massimo sforzo per ampliare il proprio pubblico e ottiene enormi risultati di diffusione. Nella saggistica l’esempio più eclatante è l’impresa della Storia d’Italia in sei grossi tomi (1972-1976), diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti, che nonostante rappresenti la punta più avanzata della ricerca storica e non abbia nulla di divulgativo, vende più di 100 mila copie. Nella narrativa basterà citare un bestseller assoluto come La storia di Elsa Morante, che vende circa un milione di copie. E poi nascono «Gli struzzi», che sono una sorta di collana semi-economica dove passa tutto il meglio di quanto l’Einaudi ha già pubblicato in altre collane, e le «Centopagine» di Calvino che disegnano il profilo dei classici della modernità. Nasce anche l’Enciclopedia in 15 volumi (1977-1982), diretta da Ruggiero Romano, che si avvale dell’apporto dei più importanti studiosi di tutto il mondo: l’opera, che ha una struttura complessa e molto innovativa, non avrà lo stesso successo della Storia d’Italia, anche se supererà comunque le 35 mila copie.

Vivanti, Einaudi, Zangheri, Fossati
Bologna, 1973. Presentazione ai giornalisti del V volume della Storia d’Italia, I documenti. Nell’immagine, da sinistra, Corrado Vivanti, Giulio Einaudi, Renato Zangheri, Paolo Fossati. © 1973 Foto Angelo Schwarz.

Anni Ottanta

Gli anni Ottanta sono anni difficili per la casa editrice, che passa attraverso una grave crisi finanziaria ma, nonostante tutto, riesce a pubblicare autori nuovi, a impostare nuove collane come «Microstorie», diretta da Carlo Ginzburg e Giovanni Levi, e «Scrittori tradotti da scrittori», ideata e seguita personalmente da Giulio Einaudi, e a costruire un’opera in molti volumi come la Letteratura italiana diretta da Alberto Asor Rosa, che è diventata subito un punto di riferimento imprescindibile per lo studio e la consultazione.

Anni Novanta

Con gli anni Novanta c’è stato un significativo ricambio generazionale nella struttura della casa editrice. Tra i nuovi entrati, Ernesto Franco, che nel 1998 diventa direttore editoriale e lo sarà per molti anni.

Nella letteratura straniera vengono lanciati autori come Yehoshua, McEwan, DeLillo, Auster, Bret Easton Ellis e vari altri.

Si apre un nuovo fronte: quello dei tascabili, che l’Einaudi, a parte un esperimento negli anni Cinquanta poi rifuso in altre collane, non aveva sostanzialmente mai avuto e che rapidamente diventano una parte importante della casa editrice, crescente negli anni.

Nel 1996 nasce «Stile Libero», collana di tendenza, rivolta principalmente a un pubblico giovanile ma non solo, che ha da subito presentato le novità più interessanti della letteratura e della cultura underground e pop per poi articolarsi in ulteriori direzioni spaziando dalla narrativa alla saggistica, dalla varia al noir e alla graphic novel.

Dal punto di vista ideologico, la caduta del muro di Berlino ha trovato un’Einaudi già preparata a discutere la propria identità democratica e progressista in una situazione post-comunista. Senza inseguire la politica, la casa editrice ha cercato soprattutto di ripensare alcuni concetti fondamentali come democrazia, partecipazione, etica laica, riavviando una discussione culturale più ampia sugli sviluppi della civiltà di massa e le sue possibili derive.

Giulio Einaudi ha sempre fatto in modo che le idee editoriali nascessero dal confronto (e talvolta anche dallo scontro) fra le opinioni incrociate dei suoi collaboratori. Non era uomo di decisioni autoritarie, ma piuttosto uno stimolatore di dibattito e di entusiasmo. La sua morte (1999) ha coinciso con la fine di una stagione della casa editrice, ma non ha interrotto un lavoro già avviato dai suoi collaboratori più giovani negli ultimi anni della sua presenza.

Anni Duemila

Negli anni Duemila la casa editrice affronta una sfida impegnativa per mantenere posizioni di mercato di sempre maggiore rilievo senza perdere la forza e l’originalità delle sue proposte culturali. Sono gli anni di «grandi opere» come Il romanzo in cinque volumi a cura di Franco Moretti e dell’Atlante della letteratura italiana in tre volumi a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà. Sono gli anni delle Opere complete di Walter Benjamin in nove volumi, a cura di Enrico Ganni. Ma in questa fase è stato molto importante anche l’apporto di «Stile Libero» che ha aperto vie editoriali verso le letterature di genere pubblicando i migliori autori di narrativa poliziesca italiana e internazionale, e proposte rilevanti di letteratura italiana e straniera.

Sul fronte dei premi più importanti, l’Einaudi ha potuto conteggiare svariati Nobel (Coetzee, Pamuk, Vargas Llosa, Mo Yan, Munro, Modiano, Ishiguro) e una decina di premi Strega e Campiello che comprovano l’eccellenza del gruppo di scrittori italiani costruito negli anni più recenti.

Fra le nuove collane, le «Vele» hanno portato la saggistica di attualità al centro del dibattito pubblico con piccoli libri, spesso dotati di un forte spirito polemico.

«Einaudi Storia» ha privilegiato le indagini sul Novecento, rigorose per quanto riguarda la ricerca documentaria ma nondimeno votate a un avvincente impianto narrativo.

Sempre centrate sul Novecento, le «Letture Einaudi» hanno riproposto classici del catalogo alternati a ritraduzioni di capolavori pubblicati da altri editori o inediti in Italia.

Una collana al confine tra saggistica e narrativa è quella delle «Frontiere», nata nel 2008 in una fase in cui molti importanti autori cominciavano a trovare naturale l’intreccio di narrazioni perlopiù autobiografiche con riflessioni e approfondimenti non fiction.

Altre collane di affondo sul mondo contemporaneo ideate negli ultimi anni sono «Opera viva» e i «Maverick». Mentre la ricerca di nuovi autori di narrativa ha trovato un luogo nuovo nella collana «Unici».

Inoltre, la saggistica di studio, che sta nel DNA della casa editrice, si è andata conformando alle nuove esigenze dell’università con libri più propedeutici e più snelli, e contemporaneamente si è sviluppata una saggistica trade sempre più immersa nell’attualità e nei suoi problemi. Inutile dire, infine, che un’attenzione particolare è concentrata sui tascabili che, dato l’ingente patrimonio di catalogo, rimangono la ricchezza principale della casa editrice.

È a questo principio della “religione della libertà” che ancor oggi la casa editrice si richiama, ben sapendo che i vari libri che essa pubblica sono al servizio di un sapere unitario e molteplice, ben sapendo che ogni libro si integra agli altri suoi libri, ben sapendo che senza questa integrazione, questa compenetrazione dialettica si rompe un filo invisibile che lega ogni libro all’altro, si interrompe un circuito, anch’esso invisibile, che solo dà significato a una casa editrice di cultura, il circuito della libertàGiulio Einaudi