Giulio Einaudi editore

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank
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«"Non lo farei? Non ti nasconderei? Anche se fosse una questione di vita o di morte, se dovessero risparmiare te e uccidere me? Non lo farei?"
Shoshana tira indietro la mano.
Lei non lo dice. E lui neppure. E nessuno di noi quattro dirà quello che non si può dire: che questa moglie pensa che suo marito non la nasconderebbe. Che fare? Cosa ne verrà fuori? E allora restiamo cosí, tutti e quattro, intrappolati nella dispensa. Timorosi di aprire la porta e lasciar uscire quello che abbiamo chiuso dentro».

Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank

2012
Supercoralli
pp. 208
€ 19,00
ISBN 9788806213015
Traduzione di

Il libro

Si respira un’aria antica fra le pagine di questa nuova raccolta di racconti di Nathan Englander. C’è l’immutabilità della parabola e la sapienza della narrazione ebraica, c’è il grottesco di Gogol’ e l’ineludibilità di Kafka, l’intelligenza caustica di Philip Roth e la spiritualità applicata di Marilynne Robinson. E intorno a tutto, incontenibile, liberatoria, un po’ sacrilega, una sonora risata.
La scrittura di Englander corre agile sul filo teso fra il religioso e il secolare, agile e mai leggera, esplora gli obblighi e le complessità morali dei due versanti, ne assapora le esilaranti debolezze, strappando sorrisi pronti a congelarsi in smorfie attonite. Il marito esemplare e avvocato di successo di Peep show cerca la trasgressione in uno squallido locale a luci rosse, e incontra invece la sua cattiva coscienza travestita (o meglio svestita) da rabbino della sua vecchia yeshiva. Le nudità flaccide e pelose dell’esimio dottore della legge restano comiche solo fino al successivo, terrorizzante, travestimento.
Si ride di gusto anche delle piccole manie geriatriche degli ospiti del centro estivo Camp Sundown, finché riguardano spray antizanzare e allarmi antifumo, ma quando le vetuste menti dei villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno un carceriere nazista di ben altro campo del loro passato, la commedia si tinge di nero.
L’ombra dell’Olocausto, o di una sua rivisitazione, occhieggia insistente fra le pagine del libro: a partire dal riferimento alla diarista simbolo della Shoah, informa il clima dell’intera raccolta e del racconto da cui prende il titolo. Lì due coppie diversissime fra loro – ebrei ortodossi residenti a Gerusalemme gli uni, americani non praticanti gli altri – siedono intorno a un tavolo e, tra i fumi dell’alcol e della marijuana, discutono, non di amore e incomunicabilità, come nell’illustre antecedente carveriano, ma di identità e fede. Fino alla prova che scuote le certezze, il «gioco di Anne Frank»: in caso di un secondo Olocausto, quale Gentile mi sottrarrà al mio destino?
L’ineluttabilità del fato e la sua costruzione, la perversa macchina dei ruoli inculcati per discendenza, sono magistralmente illustrati nell’ambizioso racconto Le colline sorelle, che dalla guerra di Yom Kippur a oggi, fra senso della missione e senso della minaccia, insieme alle radici di un simbolico ulivo maledetto mette a nudo quelle dell’odio.
E così, tassello dopo tassello, Englander offre un’altra sfaccettata declinazione dell’ebraicità che, da Singer, Malamud e Bellow fino a Roth, lo colloca saldamente e con unanime plauso nella grande tradizione letteraria ebraico-americana.

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«Serve un’incredibile combinazione di umiltà e sicurezza morale per unire una sottile commedia con una tragedia enorme, come fa Nathan Englander».

Jonathan Franzen

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«Questi racconti incarnano appieno l’ironia, la complessità e l’ingegno ai quali la narrativa di Englander, sempre animata da un profondo nucleo pulsante di risonanza storica, ci ha ormai abituati».

Jennifer Egan

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«Mettetelo accanto a Singer, Carver e Munro: Englander è, semplicemente, uno dei migliori in assoluto».

Colum McCann

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«Il libro di Englander più geniale, divertente, coraggioso e bello. Trabocca di gemme e rivelazioni».

Jonathan Safran Foer

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«La profonda sensibilità di Englander è ciò che lo distingue praticamente da chiunque altro».

Dave Eggers

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