Giulio Einaudi editore

Troppa felicità

Troppa felicità
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Felicità? Troppa felicità? Nel triplice omicidio di Dimensioni o in quello di Radicali liberi?
La felicità, in queste nuove storie di Alice Munro, sta in un inedito potere creativo, nel potenziale di spregiudicatezza e libertà della vecchiaia, quando si può guardare ancora più a fondo nel vortice della vita.
E se poi la felicità è troppa, restano le storie, dove «perfino un'epidemia a Copenaghen può trasformarsi nel flagello cantato in una ballata» e dove «idee e fatti assumono una forma nuova, appaiono attraverso lamine di limpida intelligenza»: il prisma della scrittura di una Alice Munro sempre più consapevole e mai così grande.

2011
Supercoralli
pp. 332
€ 20,00
ISBN 9788806200787
Traduzione di

Il libro

Gioca a shanghai con le sue storie, Alice
Munro, da sempre. Getta sulla pagina
posti, alberi, situazioni e donne, cucine,
abiti e animali, e con mano ferma
se li riprende, li riordina provvisoriamente
dentro la storia successiva, di raccolta
in raccolta. Intanto passano gli anni
e le verità che accendono improvvise
i suoi racconti si sono fatte longeve. Non
perché durino, ma perché non smettono
di accendersi di nuovo, emanando altra
luce, un’altra luce.

Con Troppa felicità, tuttavia, il lettore
avverte il passaggio in corsa di un’elettricità
inedita, una scarica di tremenda
libertà. Queste storie sembrano spingersi
un passo oltre il segreto contenuto in
storie passate, e non per consumarlo rivelandolo,
ma per complicarne l’esito a
partire dalla consapevolezza temeraria
della vecchiaia.

E se altrove l’immaginazione aveva
provato a raffigurarsi l’orrore della morte
di un bambino, qui i figli a morire sono
tre, e a ucciderli è il padre. Se altrove
una madre imparava a sopportare l’abbandono
della figlia, qui all’abbandono
del figlio segue il coraggio di rappresentare
l’incontro, anni dopo, con uno sconosciuto
di cui un tempo si conosceva a
memoria ogni millimetro di intimità. Se
altrove la fragile e caparbia convenzionalità
dell’infanzia coagulava in dispetti
odiosi ai danni di una qualsiasi creatura
debole, qui tocca il fondo di una banalità
del male senza scampo.

Non è cambiato il narrare di Alice
Munro, è solo un po’ più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi.
E dove ci lascia, in medias res, sforbiciando
una frase, a volte anche solo una
parola, che non se ne va più.

Susanna Basso

***

«Ci risiamo, Alice Munro non fa che migliorare.
A pennellate finissime, la sua visione restituisce ogni
qualità dell’umano, dalla più generosa alla più
corrotta, e l’effetto non può che definirsi magistrale».

«The San Francisco Chronicle»

«Munro è bravissima nella costruzione del racconto e nell’ideazione degli intrighi, e sa come trascinare il lettore in un clima freddamente angosciante, dove l’umanità sembra dare costantemente il peggio o il mediocre, la piena banalità del male di cui siamo intrisi».

Goffredo Fofi, «Internazionale»

«Dieci racconti di bellezza incandescente(…) Le sue raccolte, e anche questa, sembrano disegnare con pacata ma illuminante precisione i contorni implacabilmente imprecisi delle nostre attuali esistenze».

Mario Fortunato, «l’Espresso»

«”E poi arriva un altro breve racconto e ti risolve la vita” dice Alice Munro, quando le chiedono perchè non scriva romanzi. A noi arriva un altro breve racconto per sconvolgerci la vita. Accende una luce, poi di nuovo subito buio, ed ecco che ne comincia un altro».

Annalena Benini, «Io Donna»

«Lo stile della Munro è così misurato che niente appare eccessivo, e ogni gesto, ogni movente, ogni pensiero dei personaggi è come il risultato di uno scavo profondo, piuttosto che di un’esibizione sadica. E se l’orrore può assumere anche aspetti meno eclatanti, ma non per questo meno perturbanti, quello che sconcerta è la capacità della Munro di metterci davanti alla banalità del male senza comode vie di fuga, costringendoci a guardare dentro noi stessi».

Fabrizio Coscia, «Il Mattino»

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