Giulio Einaudi editore

Quando le eteronavi atterravano a Torino Antonio Gramsci e la «quistione bogdanoviana»

di Wu Ming 2

Targa in piazza Sapožkovaja, a Mosca, sulla sede del Comitato Esecutivo dell'Internazionale: «In questo palazzo, nel 1922-23, lavorò un personaggio chiave del comunismo internazionale e del movimento dei lavoratori, il fondatore del partito comunista italiano, ANTONIO GRAMSCI»

Il 2 giugno 1922, Antonio Gramsci arriva a Mosca, in treno da Berlino, con la delegazione del Partito Comunista d’Italia, capitanata da Amadeo Bordiga, per partecipare agli incontri del Comitato Esecutivo dell’Internazionale. A Torino, ha lasciato una situazione drammatica, con le squadracce fasciste in piena attività, e in Russia non lo attendono mesi di riposo. Sa che Zinov’ev e i bolscevichi, per fronteggiare l’onda nera, chiederanno ai comunisti italiani di tornare insieme ai socialisti, che nel frattempo hanno espulso Turati. Sa che Bordiga non ne vuole sapere, Nenni neppure, e a lui toccherà tentare mediazioni impossibili. Per di più, anche il clima di Mosca non è per niente piacevole: fame per le strade, caldo afoso nell’aria e l’apprensione per la salute di Lenin, che una settimana prima ha avuto un colpo apoplettico.

Il risultato è che s’ammala pure Gramsci, tanto che a luglio lo mandano a riprendersi in un bel sanatorio alla periferia della città. Qui conosce Evgenija Šucht, segretaria di Nadja Krupskaja, figlia di un vecchio amico di Lenin e ricoverata per una paresi alle gambe. Ma soprattutto conosce sua sorella Julja, nata a Ginevra, vissuta a Roma e diplomata in violino al conservatorio di Santa Cecilia.

Sul colpo di fulmine che scocca in quei giorni d’estate tra Antonio e Julja/Giulia sono state scritte decine di pagine, ma soltanto due studiose – almeno a nostra conoscenza – si sono occupate dei risvolti “bogdanoviani” della loro relazione. Sono Maria Luisa Righi (Gramsci a Mosca tra amori e politica (1922-1923), in «Studi Storici», a. 52, 2011, 4, pp. 1005-1008) e soprattutto Noemi Ghetti, nel suo libro La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli, 2016).

Molti lettori di Proletkult hanno notato una certa somiglianza “di famiglia” tra le idee di Bogdanov sulla “cultura proletaria” e quelle di Gramsci sull’egemonia. Eppure il legame tra i due non è mai stato oggetto di indagini approfondite. Nel 1981 un’altra studiosa, Zenovia Sochor, pubblicò un articolo intitolato Was Bogdanov Russia’s answer to Gramsci? (in «Studies in Soviet Thought», vol. 22, n.1, feb. 1981, pp. 59 – 81). Ecco un breve estratto dalle pagine introduttive:

«Da un punto di vista cronologico, com’è ovvio, Bogdanov precede Gramsci, ed è del tutto possibile, sebbene difficile da provare, che Gramsci avesse familiarità con le idee di Bogdanov. Le due scuole di Partito organizzate da Bogdanov nel 1909-11 si tennero a Bologna e Capri; di conseguenza, qualcosa del lavoro di Bogdanov era probabilmente noto nei circoli del Partito italiano. Uno specifico punto di contatto si ebbe nel 1920, quando una delegazione italiana prese parte a un incontro, a Mosca, subito dopo il secondo congresso del Comintern, per stabilire un ufficio internazionale del Proletkul’t. Infine, Gramsci visse a Mosca tra maggio 1922 (in realtà giugno – NdWM2) e dicembre 1923, e fu senza dubbio informato di alcune tendenze e dibattiti all’interno del Partito bolscevico».

L’autrice prosegue affermando che il tema del suo articolo non è tanto l’eventuale contatto diretto tra le idee di Bogdanov e il pensiero di Gramsci, quanto piuttosto il loro parallelo sviluppo.

Tuttavia, proprio in quell’anno, compariva un saggio del grande storico italiano Cesare Bermani, dove quell’eventuale contatto veniva ampiamente testimoniato (Breve storia del Proletkul’t italiano, in «Primo maggio», 16, 1981/82, pp. 27-40). Lo stesso autore, già nel 1979, aveva affrontato la “quistione bogdanoviana” – che evidentemente gli stava a cuore – in un articolo su temi solo in apparenza distanti (C. Bermani, “Letteratura e vita nazionale. Le osservazioni sul folclore”, in AA.VV, Gramsci, un’eredità contrastata, Ottaviano, 1979).

Cesare Bermani

Bermani afferma senza mezzi termini che «soltanto ragioni dogmatiche hanno impedito di cogliere appieno il profondo e duraturo influsso del Proletkùlt sull’elaborazione gramsciana, del resto chiaramente avvertibile da chiunque scorra le annate de “L’Ordine Nuovo”, sia settimanale sia quotidiano. Nel periodo 1920-22 l’adesione gramsciana alla tesi del Proletkùlt è infatti totale. Ci sarebbe quindi di che stupirsi che soggiornando in Unione Sovietica dal maggio 1922 al
novembre 1923 Gramsci non avesse cercato di conoscere più da vicino le idee che sorreggevano l’elaborazione del Proletkùlt, tanto più che il dibattito attorno alla cultura borghese e proletaria, alla necessità di avvalersi di specialisti borghesi, assumeva in quel periodo in Urss toni accesi e la polemica tra i fautori del Proletkùlt e lo stesso Lenin tendeva a inasprirsi».

Secondo Bermani, «la simpatia di Gramsci per gli scritti di Lunačarskij è ampiamente documentata. E se non è stato dimostrato che l’opera di Bogdanov abbia avuto su di lui una influenza diretta, tuttavia alcuni studiosi hanno riscontrato nei Quaderni dal carcere una serie di posizioni e argomentazioni coincidenti con l’elaborazione bogdanoviana».

In particolare, argomenti comuni ai due pensatori sarebbero l’organizzazione scientifica del lavoro, la teoria del partito come scienza dell’organizzazione, il superamento della divisione tra “materia” e “spirito”, frutto della divisione del lavoro capitalista, l’importanza di formare intellettuali organici alla classe, l’egemonia come farsi di una nuova cultura, la critica a un certo marxismo “positivista” di stampo ottocentesco e il concetto di “esperienza socialmente
organizzata”. Bermani cita, in proposito, la relazione tenuta da B. Jarosevskij al convegno gramsciano di Mosca (1967) e il libro del tedesco C.Riechers, Antonio Gramsci. Il marxismo in Italia, Thélème, 1975. Quindi riporta alcuni scritti gramsciani del ’17-’18, dove la questione della cultura viene affrontata con affermazioni che sembrano prese pari pari dal compagno Lunačarskij.

Nel dicembre ’17, sulle pagine piemontesi de L’Avanti! si discute la proposta di istituire a Torino un’associazione di cultura socialista. Gramsci interviene sostenendo che «esistono dei problemi filosofici, religiosi, morali, che l’azione politica ed economica presuppone, senza che gli organismi politici ed economici possano in sede propria discuterli. L’associazione sarebbe la sede propria della discussione di questi problemi».

Il 1° giugno 1918, su Il Grido del Popolo, Gramsci ricorda che nel dibattito per «l’istituzione di una Associazione proletaria di cultura […] la redazione torinese dell’Avanti! aveva posto il problema negli stessi termini di Lunačarskij». Il riferimento è a un articolo dello stesso Lunačarskij, pubblicato poche pagine più in là. E dalla sua lettura si deduce che Gramsci era al corrente, almeno in parte, della polemica tra Lenin e i proletkultisti, schierandosi apertamente con questi ultimi.

Di nuovo su L’Avanti!, nel giugno 1920, Gramsci si chiede: «È possibile già da oggi identificare gli elementi che sviluppandosi porteranno alla creazione di una civiltà (e di una cultura) proletaria? Esistono di già elementi per un’arte, per una filosofia, per una morale (per un costume) propri della classe operaia? E’ un perditempo occuparsi di questi problemi?». L’ultima domanda è ovviamente retorica.

Ma ormai Gramsci, da più di un anno, ha fondato una sua rivista, L’Ordine Nuovo (sottotitolo: rassegna settimanale di cultura socialista), ed è su quelle pagine che dobbiamo spostare l’attenzione per proseguire la ricerca.

I numeri dell’Ordine Nuovo settimanale si possono consultare on line in formato digitale. Cercando l’espressione “cultura proletaria”, si trovano, nell’ordine:

un articolo (non firmato) in cui Gramsci propone di creare dei “soviet di cultura proletaria” dove stimolare gli operai a “farsi una concezione del mondo” («Cronache dell’Ordine Nuovo», 12 luglio 1919).

– Un lungo reportage intitolato «Il “Proletkult” russo» e firmato da “un compagno russo” (12 giugno 1920).

Una testimonianza in cui Gramsci ricorda la fondazione della nuova rivista: «L’unico sentimento che ci unisse, in quelle nostre riunioni, era quello suscitato da una vaga passione di una vaga cultura proletaria» («Il programma dell’Ordine Nuovo», 14 agosto 1920).

– Un testo di Lunaciarski (sic) dal titolo «Cultura proletaria» (28 agosto 1920).

Il manifesto del Kultintern, l’Ufficio Internazionale di Cultura Proletaria (firmato, per l’Italia, da Nicola Bombacci) («Per la cultura degli operai», 16 ottobre 1920).

– Un articolo di Gramsci (non firmato), dove di nuovo si menziona il Commissario del Popolo all’Istruzione Anatolij Lunačarskij («Cronache dell’Ordine Nuovo», 11 dicembre 1920):

«Il movimento di Cultura proletaria, nel significato rivoluzionario che a questa espressione ha dato in Russia il compagno Lunačarskij […] tende alla creazione di una Civiltà nuova, di un nuovo costume, di nuove abitudini di vita e di pensiero, di nuovi sentimenti: tende a ciò promuovendo, nella classe dei lavoratori manuali e intellettuali, lo spirito di ricerca nel campo filosofico e artistico, nel campo dell’indagine storica, nel campo della creazione di nuove opere di bellezza e di verità».

Nel frattempo, in Russia, sono iniziate le manovre per soffocare l’autonomia del Proletkul’t, trasformandolo in una delle tante istituzioni educative del Narkompros, il ministero dell’Istruzione. Il 1° dicembre 1920, la Pravda ha pubblicato il decreto «Sui Proletkul’t», emesso dal comitato centrale del Partito. L’autonomia dell’organizzazione ispirata da Bogdanov, viene criticata come tentativo piccolo-borghese di creare un istituto estraneo al potere sovietico. Un covo di futuristi, decadenti e idealisti, dove filosofi contrari alle idee di Marx cercano di manipolare i lavoratori con i loro “sistemi” e la costruzione di Dio. Il Partito non è intervenuto prima perché impegnato da altre emergenze, ma ora che la guerra civile è terminata, intende prendere in mano la situazione.
A metà dicembre, si dimette il presidente nazionale del Proletkul’t, Pavel Lebedev-Poljanskij e al suo posto viene nominato Valerian Pletnev, favorevole alle direttive del Partito e all’assorbimento nel Narkompros. Inizia così il canto del cigno del Proletkul’t: con l’avvio della NEP gli vengono tagliati i fondi, gli iscritti diminuiscono, Bogdanov non è riconfermato nel gruppo dirigente e nel novembre del 1921 dà le dimissioni da ogni incarico, poco prima di partire per Londra con il suo vecchio amico Leonid Krasin.

Quante di queste notizie giungono in Italia, e in particolare alle orecchie di Antonio Gramsci, che come abbiamo visto era già abbastanza informato della diatriba tra bolscevichi sul ruolo (e la priorità) della cultura?

Per rispondere, abbiamo sempre le pagine dell’Ordine Nuovo, anche se non possiamo più consultarle in formato digitale, perché la scansione on-line riguarda solo l’edizione settimanale, mentre dal 1° gennaio 1921, la testata si trasforma in quotidiano, e dal 21 gennaio diventa il «quotidiano del Partito Comunista».
Bisogna quindi sfogliare l’edizione anastatica in quattro volumi, pubblicata nel 1972 da Editori Riuniti, per imbattersi, nelle primissime pagine, alla data del 6 gennaio, nel programma dell’Istituto della Cultura Proletaria, steso dal compagno Zino Zini:

«Non basta – si legge nel documento – che la classe lavoratrice maturi la sua coscienza politica nella dura esperienza della lotta quotidiana, diretta e controllata dall’organo adeguato a questo ufficio, che è appunto il Partito socialista. […] Il proletariato non potrà aspirare alla propria redenzione, e molto meno assicurarsi i frutti della sua vittoriosa affermazione politica ed economica, se prima non crea per se stesso un modello nuovo di educazione, che sia l’espressione spontanea, diretta, immediata dei suoi bisogni, delle sue aspirazioni, del suo ideale di civiltà e di umanità».

Il 12 gennaio compare l’annuncio “a tutte le organizzazioni proletarie” dell’assemblea “per la definitiva costituzione dell’Istituto di Coltura Proletaria (sic).” Il giorno seguente si tiene la riunione, nel salone sotterraneo della Camera del Lavoro. I convenuti approvano lo statuto ed eleggono il Comitato provvisorio. Il primo nome dell’elenco è quello di Antonio Gramsci.

Le prime iniziative sono concerti di musica classica e canto popolare. Il 27 febbraio si tiene “un contraddittorio sul compito e la funzione degli intellettuali”, al quale partecipa Giuseppe Prezzolini, “quale rappresentante degli intellettuali “senza partito”, di coloro cioè che nel caos degli avvenimenti storici credono basti avere come punto d’orientamento l’amore per la verità e la ricerca delle soluzioni tecniche dei diversi problemi che si presentano nell’attività politica degli uomini”. Gli altri relatori sono Mario Montagnana, Giovanni Casale, Luigi Cattaneo e Zino Zini, chiamati a rispondere a domande come: “Esiste una classe degli intellettuali? Esiste una cultura proletaria?”. Il 10 marzo viene pubblicata “la riproduzione del significativo disegno che porterà la tessera del nostro Istituto di Cultura Proletaria”. L’inizio di attività regolari è dato per imminente, suddivise tra educazione fisica (ginnastica) e intellettuale (arte, scienza, politica). Nel frattempo, è prevista una visita al Museo d’Arte Antica e d’Arte Applicata all’Industria, quindi al museo del Libro e al Borgo Medievale del Valentino. Queste
gite sono seguite spesso dall’istituzione di premi per chi ne scriverà una relazione. Nel caso del museo d’Arte, l’Istituto invita i partecipanti a inviare “la fissazione in disegno di un dato oggetto, la riproduzione di uno stile, di un merletto, ecc., ciò che potrà anche venire formando a sua volta una interessante raccolta proletaria di arte moderna applicata, a dimostrazione della nostra forza creativa.”

Il 15 aprile parte un corso regolare e gratuito di pronto soccorso, in 15 lezioni, con diploma finale. Scopo dell’iniziativa è avere un buon numero di compagni capaci di medicare i feriti negli scontri con i fascisti. Ma i partecipanti non hanno ancora seguito tre lezioni, quando il tornitore Torrero finisce con la testa spaccata per aver difeso Gramsci da un’aggressione (21 aprile), preludio all’incendio della Camera del Lavoro di corso Siccardi 12, oggi Galileo Ferraris (25-26 aprile 1921).
In questo clima di violenza, con le elezioni di maggio ormai alle porte, le notizie sull’ICP si fanno molto più rare. Se ne riparla il 2 giugno, con la fine della scuola di pronto soccorso e la distribuzione delle tessere, individuali e collettive.
Il 9 e 27 ottobre, il giornale pubblica in due parti un lungo articolo di “A. Bogdanof”, La poesia proletaria (ovvero A. Bogdanov, Cto takoe proletarskaja poezija? [Che cos’è la poesia proletaria?], in “Proletarskaja Kul’tura”, 1, luglio 1918). Nella sterminata bibliografia bogdanoviana, compilata da J. Biggart e altri, questa risulta essere la prima traduzione in italiano di un testo di Bogdanov. Di certo, almeno questo, dev’essere stato tra le letture di Gramsci. Ma non è l’unico, come vedremo…

A metà novembre, viene nominato il nuovo Comitato Centrale dell’Istituto. Con l’occasione, esce sull’Ordine Nuovo un bilancio delle attività e dei programmi per il futuro, che diventa la base di un lungo report sul primo anno di vita, pubblicato a gennaio del ’22 su Gorn (Fornace), l’organo ufficiale del Proletkul’t di Mosca.

È significativo che nelle premesse generali, i proletkultisti torinesi insistano ad affermare che la coscienza dei lavoratori non può formarsi solo nella lotta di classe, che il Partito non è una scuola sufficiente, e che la cultura dev’essere un ambito autonomo, da aggiungere alle altre tre forme di attività del proletariato (politica, lavoro, economia), allo scopo di plasmare quei valori spirituali che danno un senso alla vita e la rendono degna di essere vissuta. Una serie di concetti che sarebbero piaciuti a Lunačarskij e Bogdanov, ma che in Urss – come abbiamo visto – erano stati messi da parte almeno un anno prima, su insistenza di Lenin.

Non si sa chi abbia scritto la relazione per Gorn, ma a prescindere da questo, se ne ricavano informazioni importanti.

– L’ICP ha organizzato una “scuola sindacale comunista”, della durata di un trimestre. Gli iscritti sono stati 50, 20 dei quali hanno retto fino alla fine, in un seminterrato umido e freddo, con scarso materiale didattico e insegnanti poco preparati. Questi erano per lo più “operai diventati organizzatori” e insegnavano “struttura sindacale, controllo dell’industria, salario, carovita, ferie, malattie, disoccupazione, mutualismo, cooperazione, infortuni, storia del movimento operaio, preparazione politica”. Materie che appaiono in effetti molto più “sindacali” di quelle proposte dalle Scuole di Partito vperediste di Capri e Bologna o dai circoli del Proletkul’t sovietico.

– L’ICP pubblicherà, a partire da gennaio ’22, un bollettino mensile intitolato Proletcult (ma in un altro articolo dell’ON viene chiamato Proletkult o Prolet-Kult) e si dice che “il numero di gennaio è già composto”. Poi però viene annunciato un ritardo “per motivi di organizzazione tecnica”. Infine, non se ne sente più parlare e le testimonianze orali raccolte in merito da Bermani sono discordanti: c’è chi sostiene che ne uscì un solo numero e chi giura che rimase una chimera.

– L’ICP intende sviluppare un programma di educazione fisica, che ancora non è davvero partito.

– Infine, l’Istituto lancerà un concorso letterario, dove i lavoratori potranno presentare le proprie idee in qualunque forma, purché assomigli in linea di massima a una novella (Qualcosa di molto simile al concorso indetto dalla FIOM milanese nel 1963, di cui abbiamo parlato in Meccanoscritto).

Il concorso viene indetto il 17 gennaio. Da articoli successivi, si apprende che i racconti cominciarono ad affluire numerosi e che ancora erano sotto esame nel pieno dell’estate. Non vennero però mai pubblicati e dove siano finiti non lo sa nessuno.

Růžena Zátková (artista esposta alla Mostra futurista di Torino, 1922): Ritratto a F.T.Marinetti

Intanto, sul versante delle “gite d’istruzione”, il 2 aprile 1922, gli iscritti all’ICP visitano la Mostra Internazionale d’Arte Futurista, con una guida d’eccezione: Filippo Tommaso Marinetti, già additato da Lunačarskij come “intellettuale rivoluzionario”. Proprio per questo, Gramsci si era occupato di lui in un articolo uscito in gennaio, dove s’interrogava sul perché “molti gruppi di operai hanno visto simpaticamente (prima della guerra europea) il futurismo”. La sua risposta è che “i futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto […]; hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio […] I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari”. Poco sopra, con toni decisamente bogdanoviani, spiega che una fabbrica, in mano agli operai, verrà riorganizzata, ma continuerà a produrre le stesse cose, mentre non si può dire altrettanto per la poesia, il dramma, il romanzo, la musica. “In questo campo, nulla è prevedibile che non sia questa ipotesi generale: – esisterà una cultura (una civiltà) proletaria, totalmente diversa da quella borghese”. E per vederla sorgere, “cosa resta da fare? Nient’altro che distruggere la presente forma di civiltà”, tenendo ben presente che “in questo campo distruggere […] significa distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi, idoli, tradizioni irrigidite, significa non aver paura dei mostri, non credere che il mondo caschi se una poesia zoppica, se un quadro assomiglia a un cartellone, se la gioventù fa tanto di naso alla senilità accademica e rimbambita”.

La visita alla mostra futurista è una delle ultime iniziative pubbliche dell’ICP prima della partenza di Gramsci per Mosca. In una lettera a Trockij del novembre ’22, scritta dalla capitale sovietica, Gramsci ricorda quella giornata, sostenendo che Marinetti espresse “la sua soddisfazione per essersi potuto convincere che in fatto d’arte futurista gli operai hanno molta più sensibilità della borghesia.”

Dopodiché, Gramsci passa la frontiera tra Lettonia e Russia, prende una stanza all’Hotel Lux, lavora negli uffici del Comintern a Villa Berg, sull’Arbat, si ammala, va in sanatorio, conosce le sorelle Šucht.

Tra il 10 e l’11 ottobre ’22, Giulia scrive e riscrive più volte una lettera al “professore”, e infine gliela invia. Le minute sono state pubblicate in appendice all’Epistolario gramsciano, nel 2009, ma è stata Noemi Ghetti, nel suo libro del 2016, a metterne in evidenza un passaggio:

«Ho cominciato a «tradurre» il romanzo di Bogdanoff. Scrivo senza rileggere… che è una tortura. Lei prenderà un’arrabbiatura a maneggiare le «mie» parole. Ma tanto i professori sono fatti per questo ed io, prima di vedere la Sua firma sotto alla traduzione, debbo rassegnarmi ad avere i capelli strappati e… Nasconderò il bastone!»

Quindi Gramsci, appena quattro mesi dopo il suo arrivo in Unione Sovietica, e nemmeno tre mesi dopo aver conosciuto Giulia, già le aveva proposto una traduzione collettiva di Stella Rossa (guarda caso, è a quattro mani anche l’ultima traduzione italiana del “romanzo di Bogdanoff”, a cura del Kollektiv Ulyanov). Come detto, Gramsci non era certo all’oscuro delle polemiche tra Lenin e Bogdanov, e a maggior ragione doveva saperne qualcosa in quel momento. Angelo Tasca, tra i fondatori dell’ON, ricorda di aver assistito insieme a Gramsci, ad “alcune sedute del Proletcult”, ai tempi del IV Congresso dell’Internazionale (novembre 1922).

Fillìa – Paesaggio scenografico/Idolo Meccanico, 1926

Nel frattempo, mentre Gramsci è a Mosca, L’Ordine Nuovo continua a dare notizie sull’ICP. Poco dopo la partenza del direttore, esce Dinamite, una raccolta di undici "poesie proletarie", scritte da tre giovani "futuristi" (battezzati collettivamente 1+1+1=1). La plaquette, di 34 pagine, viene pubblicata come "edizione dell'Istituto di Cultura Proletaria" e il ricavato delle vendite è a favore delle "vittime politiche". I tre autori sono Luigi Colombo (che dal '24 si farà chiamare Fillìa), Jean Pasquali e Antonio Galeazzi (due “legionari dannunziani”, come li definì Giovanni Casale in un ricordo affidato a Cesare Bermani). Il libretto riceve una durissima stroncatura sul quotidiano Il Comunista, organo centrale del PCd'I. Eppure, a settembre, lo stesso partito crea ufficialmente la Sezione Italiana del Proletkul’t, e nomina Gramsci - a distanza - nel Comitato Centrale Provvisorio. Ma sebbene l’ON pubblichi in due puntate I principi generali della nuova istituzione, essa non sembra essere andata molto oltre. Un mese più tardi, con la Marcia su Roma, lo spazio per dedicarsi ad attività culturali diventa sempre più angusto. Proprio tre giorni prima della sfilata fascista, Gramsci incontra Lenin in privato, faccia a faccia. Chissà se hanno anche discusso di cultura proletaria...

Nel gennaio 1923, Gramsci si prepara a lasciare l’Unione sovietica. Scrive a Giulia un lunga lettera di commiato e tra le altre cose le chiede: “E la sua traduzione? Me la spedisca, se ultimata: la farò pubblicare in Italia.”

A differenza dei curatori dell’Epistolario di Gramsci, Noemi Ghetti è convinta che qui si stia parlando del “romanzo di Bogdanoff”, così come in una lettera del 13 febbraio: “E la traduzione? Perché non me l’ha consegnata? Ho saputo che l’aveva con sé”. Tra le due missive, si inserisce la decisione di Gramsci di restare a Mosca, perché in Italia lo attende un mandato d’arresto.
Si arriva così al 23 settembre 1923, quando Antonio Gramsci e Julja Šucht si sposano (anche se ci sono parecchi dubbi sull’autenticità del loro certificato di matrimonio). A fine novembre, Gramsci lascia l’Unione Sovietica e si trasferisce a Vienna. Eletto alla Camera dei Deputati il 6 aprile 1924, a maggio rientra in Italia, protetto dall’immunità parlamentare. In questo frangente gli scrive da Mosca Umberto Terracini, che l’ha sostituito come delegato al Comintern e ha rintracciato alcune sue carte, tra le quali “il romanzo russo di cui curasti la traduzione colla traduzione”.

Sia Ghetti che Righi, deducono da questo riferimento che l’impresa a quattro mani di Antonio & Giulia doveva essere giunta a compimento.

Chissà poi se Terracini spedì il plico in Italia, o da qualche altra parte, o se lo ritrovò al suo posto lo stesso Gramsci, quando ritornò a Mosca nel 1925, o ancora se glielo portò Giulia, quando passò dall'Italia, insieme al figlio Delio Šucht-Gramsci, nato a Mosca il 10 agosto '24 (e quindi concepito a novembre , poco prima della partenza del padre).

Julja Šucht con i figli Delio e Giuliano

Fatto sta che quei fogli sono spariti, non se ne sa più nulla, e così la prima traduzione italiana di Stella Rossa – parziale o completa – è rimasta nel cassetto. Sarebbe stata una delle prime a occidente dell’ex-impero zarista, dopo quella francese del 1913/14 (pubblicata sulla rivista La Societé Nouvelle) e quella tedesca del 1923 (per le edizioni dell’Internazionale giovanile). Sparita, smarrita o distrutta quella, abbiamo dovuto attendere fino al 1988 per poter leggere Stella Rossa nella lingua di Dante (e di Gramsci).
Eppure il mistero rimane. Dov’è finita la traduzione del «romanzo di Bogdanoff» a cura di Antonio e Julja? (E dove sono finiti i racconti operai del concorso lanciato su L’Ordine Nuovo il 17 gennaio 1922? E dov’è finito il primo numero della rivista Proletcult, che doveva uscire – e forse è uscito – quello stesso mese?)
Domande che forse non avranno mai risposta, se non tra le pagine di un giallo, ma intanto il legame tra Bogdanov, il Proletkult e Gramsci ci appare ben più che una semplice ipotesi narrativa.

Il libro
  • Wu Ming

    Proletkult

    2018
    Mosca, 1927. Che le proprie storie si mescolino alla realtà fino al punto di prendere vita: non è questo il sogno segreto di ogni narratore? È ciò che accade ad Aleksandr Bogdanov, scrittore di fantascienza, ma anche rivoluzionario, scienziato e filosofo. Mentre fervono i preparativi...