Alice Munro![]() Troppa felicità
2011
Supercoralli pp. 332 € 20,00 ISBN 9788806200787
Traduzione di Susanna Basso
Felicità? Troppa felicità? Nel triplice omicidio
di Dimensioni o in quello di Radicali liberi?
Altre edizioni:
Troppa felicità. 2011. EBOOK Narrativa Straniera
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Gioca a shanghai con le sue storie, Alice
Munro, da sempre. Getta sulla pagina
posti, alberi, situazioni e donne, cucine,
abiti e animali, e con mano ferma
se li riprende, li riordina provvisoriamente
dentro la storia successiva, di raccolta
in raccolta. Intanto passano gli anni
e le verità che accendono improvvise
i suoi racconti si sono fatte longeve. Non
perché durino, ma perché non smettono
di accendersi di nuovo, emanando altra
luce, un'altra luce.
Con Troppa felicità, tuttavia, il lettore
avverte il passaggio in corsa di un'elettricità
inedita, una scarica di tremenda
libertà. Queste storie sembrano spingersi
un passo oltre il segreto contenuto in
storie passate, e non per consumarlo rivelandolo,
ma per complicarne l'esito a
partire dalla consapevolezza temeraria
della vecchiaia.
E se altrove l'immaginazione aveva
provato a raffigurarsi l'orrore della morte
di un bambino, qui i figli a morire sono
tre, e a ucciderli è il padre. Se altrove
una madre imparava a sopportare l'abbandono
della figlia, qui all'abbandono
del figlio segue il coraggio di rappresentare
l'incontro, anni dopo, con uno sconosciuto
di cui un tempo si conosceva a
memoria ogni millimetro di intimità. Se
altrove la fragile e caparbia convenzionalità
dell'infanzia coagulava in dispetti
odiosi ai danni di una qualsiasi creatura
debole, qui tocca il fondo di una banalità
del male senza scampo.
Non è cambiato il narrare di Alice
Munro, è solo un po' più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi.
E dove ci lascia, in medias res, sforbiciando
una frase, a volte anche solo una
parola, che non se ne va più.
Susanna Basso
***
«Ci risiamo, Alice Munro non fa che migliorare.
A pennellate finissime, la sua visione restituisce ogni
qualità dell'umano, dalla più generosa alla più
corrotta, e l'effetto non può che definirsi magistrale».
«The San Francisco Chronicle»
«Il Canada ha prodotto scrittrici notevolissime come (...) la Munro, che ha prediletto il racconto al romanzo, e che si ripresenta con una raccolta non meno intensa delle precedenti. Dieci storie di crudeltà e incomunicabilità quotidiane, di passaggi del tempo che mutano le persone e i loro sentimenti, di malattie e delitti, di incroci famigliari e sentimentali affrontati con un'abile scomposizione del quadro da un'età a un'altra, da un personaggio a un altro, da un ambiente a un altro (...) Munro è bravissima nella costruzione del racconto e nell'ideazione degli intrighi, e sa come trascinare il lettore in un clima freddamente angosciante, dove l'umanità sembra dare costantemente il peggio o il mediocre, la piena banalità del male di cui siamo intrisi».
Goffredo Fofi, «Internazionale»
«Dieci racconti di bellezza incandescente, centrati (...) sugli intrecci famigliari, su quei legami cioè indissolubili per definizione e che tuttavia finiscono col dissolversi lentamente o di colpo, in maniera misteriosa, sospesi come sono nel gran falò delle nostre esistenze (...) Le sue raccolte, e anche questa, sembrano disegnare con pacata ma illuminante precisione i contorni implacabilmente imprecisi delle nostre attuali esistenze».
Mario Fortunato, «l'Espresso»
«"E poi arriva un altro breve racconto e ti risolve la vita" dice Alice Munro, quando le chiedono perchè non scriva romanzi. A noi arriva un altro breve racconto per sconvolgerci la vita. Accende una luce, poi di nuovo subito buio, ed ecco che ne comincia un altro».
Annalena Benini, «Io Donna»
«(...) lo stile della Munro è così misurato che niente appare eccessivo, e ogni gesto, ogni movente, ogni pensiero dei personaggi è come il risultato di uno scavo profondo, piuttosto che di un'esibizione sadica. E se l'orrore può assumere anche aspetti meno eclatanti, ma non per questo meno perturbanti, quello che sconcerta è la capacità della Munro di metterci davanti alla banalità del male senza comode vie di fuga, costringendoci a guardare dentro noi stessi».
Fabrizio Coscia, «Il Mattino»
«(...) e proprio nel tornare indietro dei suoi protagonisti - nella lunga spaccatura temporale fra l'evento accaduto e una criptica agnizione di senso - che resta il fascino più grande della nuova raccolta. Questa è l'ultima Munro (...) che si fa ora cogliere dalla tentazione di sciogliere, almeno un poco, le sue intuizioni (...) segrete. Ma è anche come se ci volesse dire che è con il trascorrere del tempo, e con il ritorno ai luoghi germinali, che frammenti di significato prendono corpo, il simbolo del tarocco diventa più leggibile. Un avvertimento, dunque, a temporeggiare, a far sedimentare, e studiare attentamente il contesto, valido anche per il lettore».
Caterina Ricciardi, «Alias»
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