Giulio Einaudi editore

Diario di lavoro

Copertina del libro Diario di lavoro di Bertolt Brecht
Diario di lavoro
Mondadori Store Amazon IBS La Feltrinelli

Un diario per penetrare non solo nella fucina di un grande scrittore, ma anche nei suoi aspetti umani.

1976
Gli struzzi
pp. XIII - 1217
€ 24,79
ISBN 9788806439767
Traduzione di
Contributi di

Il libro

Nel luglio 1938, nell’esilio danese, Brecht cominciò a tenere un diario di lavoro in cui annotava sia le tappe della composizione delle sue opere – è questo il suo periodo piu fecondo – e le difficoltà e i problemi che esse gli ponevano, sia riflessioni, per lo piú polemiche, sulle letture fatte. Tra i due momenti c’è spesso stretta connessione, per esempio la critica a Lukacs e alla sua concezione ottocentesca del romanzo si interseca con la discussione dei princìpi compositivi degli «Affari del signor Giulio Cesare». Un terzo momento di cui il diario serba traccia sono gli incontri e le conversazioni con amici e nemici: anche in questo caso la recettività di Brecht sa trasformare la casualità del rapporto in un aumento di consapevolezza della propria posizione. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il diario si apre verso le ragioni, le fasi, le conseguenze del conflitto, non certo nel senso di una cronaca sistematica, bensí riportando dati, fatti, episodi per Brecht particolarmente significativi e stimolanti. Alle fotografie che fin dall’inizio il fautore del « collage» inseriva per fissare le sue condizioni di vita – fotografie di se stesso, dei familiari, degli amici, della casa – e cui demandava l’elemento privato altrimenti bandito dal diario, si aggiungono numerosi ritagli di giornale, talora commentati con la tecnica del contemporaneo «Abicí della guerra», cui questo diario funge da serbatoio e che con esso ha in comune la diffidenza verso le democrazie occidentali; piú spesso riprodotti o allìneati senza rapporto con il testo, come segni dei tempi. Questo materiale si riduce nuovamente dopo la fine della guerra e il ritorno in Europa, a Zurigo e a Berlino, dove Brecht continuò il diario fino a un anno prima della morte. Scritto nello stile impaziente ed ellittico che hanno in generale gli abbozzi brechtiani, il diario non serve soltanto a penetrare nella fucina di un grande scrittore. Ci sono sempre dietro gli umori dell’uomo, la sua apertura a nuove impressioni e insieme la tendenza a interpretarle subito alla luce di una dura razionalità. Specie durante il soggiorno americano, le esperienze hollywoodiane e il microcosmo degli emigrati tedeschi (che comprendeva amici come Eisler e Feuchtwanger e avversari come Thomas Manti e i «francofortesi») si rispecchiano nel diario con tutta la gratitudine e tutto il sarcasmo di cui Brecht è capace. Un Brecht, dunque, spogliato della sua leggendaria «astuzia», sempre in presa diretta, imperturbabilmente teso a osservare e conoscere, ma pronto a scattare in secche definizioni, in pesanti confronti, in avari riconoscimenti e inappellabili sentenze. Un ampio commento a cura di Werner Hecht, indispensabile per capire molti riferimenti, accresce l’interesse documentario dell’opera.

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