Giulio Einaudi editore

A Gilead è tempo di far festa e rallegrarsi, perché il fratello che era morto è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E in casa Boughton, un tempo straripante di vita nuova e aeree speranze, il vecchio capostipite Robert e l'ultimogenita trentottenne Glory, unici due bastioni superstiti, si apprestano a sacrificare il vitello grasso.
Ma che cosa significa tornare a casa? Quando casa è ormai il luogo dell'abbandono dove «nulla cambia, se non per sbiadire, intaccarsi o consumare»; quando il ritorno non è il dolce approdo dell'errante ma l'amaro ripiego del fallito; quando il figlio prodigo, Jack, l'esilio lo porta nell'anima?

2011
Supercoralli
pp. 332
€ 20,00
ISBN 9788806197063
Traduzione di

Il libro

Glory Boughton ha trentotto anni
quando una delusione amorosa la riporta
nella natia Gilead per occuparsi del
vecchio padre e della consunta casa avita.
Il fratello Jack ne ha qualcuno di più
allorché, pochi mesi più tardi, bussa alla
stessa porta in cerca di un approdo per il
suo spirito tormentato. Le braccia del
patriarca si aprono ad accogliere il più
amato dei suoi otto figli, il più corrotto,
il più smarrito. Ma il suo cuore e la sua
mente faticano a fare altrettanto. Nella
versione robinsoniana di quella che l’autrice
definisce la più radicale delle parabole
evangeliche – capovolgendo, come
fa, le nozioni di merito e ricompensa -,
l’accento cade sul momento successivo a
quello della festosa accoglienza: il momento
del perdono, della piena reintegrazione
nella casa del padre, laddove il
limite umano si fa più invalicabile.

Il terzo romanzo di Marilynne Robinson
ci ripropone un mondo familiare:
l’immobile cittadina agraria di Gilead,
«fulgida stella del radicalismo» nella sarcastica
rivisitazione di Jack; la metà degli
anni Cinquanta, con i loro scontri razziali
e la loro sedata quiescenza; il venerabile
pastore presbiteriano Robert Boughton,
ormai troppo stanco, e i suoi due
figli più interessanti, la dolente Glory e
l’oscuro Jack. Stesso luogo, tempo, personaggi
del precedente Gilead, dunque
(compagno contiguo anziché sequenziale
di questo Casa), ma diversa prospettiva
a illuminare da un’altra angolazione
il più trascendente e insieme il più terreno
dei temi: nostos, il ritorno a casa.


«Casa. Quale posto migliore poteva
esserci sulla Terra, e perché sembrava a
tutti loro un esilio?», si chiede qui la voce
narrante. Per Glory, tradita da un fidanzato
poi rivelatosi già sposato, peccatrice
nel non aver rivelato tale condizione
al padre, il ritorno a quella casa
malata di tempo equivale a un esilio permanente
dalle proprie più liete speranze.
Quanto a Jack, poi, l’esilio è duplice.
Da sempre pecora nera di un nucleo familiare
altrimenti compatto, da sempre
inspiegato e inspiegabile devastatore di
armonie, Jack vorrebbe tornare al passato
che lo inchioda per aprirsi un varco di
futuro. Ancora una volta frainteso e misconosciuto,
lasciato sulla soglia di un
perdono che non riesce ad arrivare, si vede
invece opporre un rifiuto nuovo che
rinnovella quello antico.

Il nostos vive allora nei dialoghi di due
fratelli dell’anima oltreché del sangue, nei
loro gesti buoni l’uno per l’altro, in una
memoria che guarda avanti. E in alto.

***

«Casa e Gilead sono meravigliosi romanzi sulla famiglia,
l’amicizia, la vecchiaia. Ma sono anche grandi romanzi
sulla razza e la religione nella vita americana.
C’è insieme intransigenza e indulgenza [in Casa],
amarezza e gioia, fanatismo e serenità. È un’opera
sfrenata, eccentrica, radicale che sorge dalla più
ampia, la più fertile, tradizione letteraria americana».

«The New York Times»

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