Copertina

Marco Tulio Cicerone


De officiis

Quel che è giusto fare


2012
Nuova Universale Einaudi
pp. XXXVI - 370
€ 30,00
ISBN 9788806201418

A cura di Giusto Picone
A cura di Rosa Rita Marchese

Testo latino a fronte

L'esigenza di ricordare, di comparare ieri e oggi si traduce nell'individuazione della distanza e della discontinuità tra passato e presente; ma non si esaurisce nella definizione di modelli di memoria contrappresentistici. Assumendo come dato di fatto il crollo irreversibile che ha travolto le istituzioni della vita pubblica e le trasformazioni dei comportamenti, il De officiis diventa infatti il luogo dell'elaborazione del cambiamento. Nella sua ultima opera Cicerone discute e manipola i capisaldi dell'identità comune, e riconfigura il rapporto tra azioni compiute per il proprio tornaconto e azioni compiute per il bene comune attraverso un intervento che, come abbiamo visto, trova il suo centro nella riflessione condotta sulla giustizia e sulla circolazione di beneficia, che è anche la sezione piú prescrittiva dell'intero trattato. Nella riqualificazione secondo iustitia dello scambio di prestazioni e di controprestazioni egli individua il proprio munus: trasmettere i risultati di questo estremo tentativo di riconfigurazione dei mores ai giovani della città, cui tocca ripartire dalle rovine ancora fumanti dello stato.

(Dall'introduzione di Giusto Picone)

Il libro

«Tutti siamo sottoposti alla stessa legge di natura, e per la stessa ragione certamente la legge di natura ci impedirà di fare violenza agli altri uomini. Certamente è assurdo ciò che alcuni affermano, che mentre al padre o al fratello non toglierebbero nulla per il proprio vantaggio, diversa deve essere la considerazione che si ha degli altri concittadini. Costoro stabiliscono di non avere nessuna legge e nessun vincolo sociale per l'utile collettivo con gli altri cittadini; la loro opinione distrugge ogni forma di convivenza all'interno della cittadinanza. Invece, quelli che dicono di tenere in adeguata considerazione i concittadini, ma di negarla del tutto agli stranieri, costoro distruggono la comune società del genere umano, eliminata la quale si estirpano la capacità di fare del bene, la generosità, la bontà, la giustizia; coloro che estirpano tutte queste cose vanno considerati colpevoli di empietà nei confronti degli dèi».

Nell'accezione ciceroniana, gli officia sono regole di comportamento. Per condurre bene, virtuosamente, sia la vita pubblica sia quella privata. Con il De officiis, l'anno prima di morire, Cicerone si rivolge al figlio Marco e cerca di organizzare un sistema di trasmissione della memoria fra generazioni. Una specie di «Etica spiegata a mio figlio», come si intitolerebbe oggi, che è poi diventata uno snodo fondamentale per la cultura latina, medievale e moderna. Nata in tempi difficili per riassumere e tramandare l'identità culturale di una comunità in un passaggio storico cruciale, nel momento di massima discontinuità dell'organizzazione statuale romana, l'opera ha trovato lettori e cultori molto in là nel tempo. Questo passaggio di consegne, elaborato nella e per la guerra civile, è stato ripreso soprattutto quando la latinità era solo un ricordo o un modello. Con modalità prescrittive, Cicerone ha trasmesso il suo munus alle generazioni successive, proponendo quello che, nella ricezione, è divenuto un paradigma per chi si proponeva di riorganizzare altri tipi di società, sui fondamenti della sapientia, della iustitia, della magnitudo animis, del decorum. Si tratta di virtú che non potevano piú essere, né concettualmente né politicamente, quelle che Cicerone aveva messo a punto ma che alla sua teorizzazione si rifacevano, reinterpretandola, adattandola, in una trasmissione di valori che ha permeato la cosiddetta «cultura occidentale» fino ai giorni nostri.

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