Tradurre «Mrs Dalloway»

di Anna Nadotti


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Verrà mai un tempo in cui reggerò la lettura di un mio scritto stampato senza arrossire, senza rabbrividire, senza il bisogno di trovare riparo?




Parafrasando Virginia Woolf, posso dire che non c’è stato un momento, negli ultimi mesi, in cui non mi sia chiesta se avrei retto la lettura della mia versione di Mrs Dalloway senza arrossire, senza rabbrividire, senza bisogno di trovare riparo. Woolf è stata ed è un punto fermo nella mia formazione, se per formazione intendiamo il lento farsi di sé nel tempo, come lettrice, come studiosa, come donna. Quando la casa editrice mi ha proposto di farne una nuova traduzione, sono tornata a Mrs Dalloway, letto in originale decenni fa, e più tardi nella traduzione di Nadia Fusini. Come innumerevoli altre lettrici, l’avevo molto amato. Ricordavo il lento fluire dei pensieri, la sobria tessitura di parole, i protagonisti – Clarissa Dalloway, Peter Walsh, Septimus Warren Smith – i loro spostamenti nelle strade di Londra in quel lontano 13 giugno 1923. Un solo giorno, un giorno qualunque, a pochi anni dalla fine del primo conflitto mondiale. Nel pallido sole primaverile, la città e le persone sembrano ritrovare una normalità dimenticata.

Ciò che non ricordavo – sommerso forse dalle interpretazioni – erano l’energia, il movimento. Tutto si muove in questo romanzo grandioso. La gente sui marciapiedi, le nuvole nel cielo, la bruma del mattino, gli omnibus le automobili e i carretti nelle strade, i pony e i bambini nei parchi, le luci alle finestre che via via si illuminano, i riflessi sull’acqua, i ricordi nella mente dei personaggi. Perfino le parole letteralmente si muovono, quelle che a nastro si srotolano dalla coda di un aereo, disegnando nel cielo uno slogan pubblicitario. Né ricordavo la quantità di rumori, di suoni, di voci che intervengono nel silenzio. E sono tante, le voci. Quelle che in ognuno riemergono dal passato, quelle che interloquiscono nei dialoghi, quelle che si inseguono tra le stanze la sera del ricevimento. É il brusìo della città, il fragore del bus su cui sale la giovane Elizabeth Dalloway, sono gli uccelli «che cantano in greco».

«In questo libro ho anche troppe idee. Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo all’opera, nel momento di massima intensità», scrive Woolf nel suo diario il 19 giugno 1923. E aggiunge: «Il disegno è così strano e possente. Devo continuamente forzare la materia per adattarvela. Vorrei scrivere e scrivere, a gran velocità, con accanimento». E io l’immaginavo, nel suo studio a Rodmell, concentrata su pagine bianche che a poco a poco si riempiono della sua scrittura, le pagine che io andavo rileggendo, abbagliata dalla forza cinetica, dalla molteplicità dei punti di vista, dalle libertà della lingua, dall’apparente arbitrio delle avversative e dei punti e virgola.


Monk’s House, Rodmell, foto di Caterina Serra

Come restituire tutto ciò, nel 2012, a nuove lettrici e lettori, e a quanti vorranno rileggere? E come accogliere le tracce di coloro che prima di me si sono cimentate con la traduzione di questo straordinario romanzo – Alessandra Scalero (1946) e Nadia Fusini (1993)? Leggendo e rileggendo, anch’io con accanimento, ho infine colto di alcune parole la natura di parole-chiodo, alle quali ho appeso via via tutto il resto. Ho fatto alcune scelte radicali, ma credo di aver reso giustizia alla visione di Woolf, al suo occhio grandangolare sulla realtà del suo tempo. Al suo orecchio che sembra cogliere ogni sfumatura di rintocchi silenzi baccano fruscio. Nello squillo prolungato dell’ambulanza – «Quella era civiltà» pensa Peter Walsh appena rientrato dall’India – ho letto tutta l’ironia con cui Woolf già nel 1925 coglieva la crisi dell’impero. «Eccolo quell’uomo fortunato, riflesso nel cristallo della vetrina di una casa automobilistica in Victoria Street. L’India intera si stendeva alle sue spalle, pianure, montagne, epidemie di colera, un distretto grande due volte l’Irlanda...». Alle spalle di Clarissa Dalloway mi è sembrato di scorgere un’ombra, un’ombra uscita da Chiara luce del giorno di Anita Desai. Non sono così lontani dal Tamigi i bagliori che tutt’a un tratto rischiarano gli argini della Yamuna a New Delhi. E al «crimine» che tormenta Septimus – «Sono stato morto, eppure adesso sono vivo» – mi premeva dare tutto il significato, l’insostenibile pesantezza che sappiamo, molte guerre dopo la guerra da cui lui tornava, molte paci dopo quella che una scienza medica violenta gli impedì di vivere.

           Non esiste innocenza in questa lingua
           ascolta come si spezzano i discorsi
           come anche qui sia guerra
           diversa guerra
           ma guerra – in un tempo assetato....

           La parola si spacca come legno
           come un legno crepita di lato
           per metà fuoco
           per metà abbandono.


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