Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi

(stralci di un epistolario lungo quasi due anni)


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Diario di bordo di Anna Nadotti e Matteo Colombo alle prese con la nuova traduzione de Il giovane Holden.

***

Caro Matteo,

ho cominciato a rileggere il tuo Holden - mi sa che facevo quarta ginnasio quando l'ho letto per la prima volta, e non mi segnò se non per qualcosa che non compresi e che forse, chissà, mi ha indotta ad accettare l’incarico di rivedere la nuova traduzione. Ora Holden riprende vita nella tua traduzione, che mi piace moltissimo. Holden, giovane nelle parole e nei tratti. Nel modo impacciato di cacciarsi in situazioni difficili. Con la sua fragile sicumera adolescente e gli spaventi esistenziali difficili a dirsi. E l’intelligente arguzia di Phoebe, più moderna che mai. Ne hai fatto, senza forzatura alcuna dell’originale, una ragazzina del nostro tempo. Sullo scarno paesaggio verbale allestito da Salinger nel 1946, hai lavorato con precisione meticolosa, con un orecchio attentissimo, con intuizioni linguistiche che del resto mi aspettavo dal traduttore di Yellow Birds.

Oh, grazie mille Anna!
Io sono qui che limo, scolpisco, soffio, starnutisco per la polvere. Direi che per giovedì il nostro piccolo amico sloggerà FINALMENTE da casa mia. E portandosi le valigie, stavolta.

E io vado in bici a prendere le stampate in casa editrice. Poi con lo stesso mezzo le riporto costellate di appunti e proposte di vari colori, a penna e a matita. Un'artigianalità che, ai miei occhi, dà corpo alle cose e alle parole. E pedalando penso, rimugino, ascolto.

Quanto ho apprezzato ciò che scrivi sull'artigianalità. Ti ringrazio di cuore. È bello parlare con te del nostro mestiere. Leggevo da qualche parte che forse, a breve, le mutazioni cognitive che l'essere umano sta attraversando nell'era digitale si manifesteranno in modo importante. Ma nel frattempo siamo ancora fatti in un altro modo, e rendiamo al meglio solo se possiamo lasciare che la mente unisca i puntini, effettui le sue associazioni, riempia gli spazi vuoti. Perciò evviva la bicicletta, evviva Berlino che, con i suoi grandi spazi e tutte le sue persone, riesce a calmarti lo spirito anche sotto un cielo bianco, e spazzata da un vento non più freddo.

Anna Nadotti e Matteo Colombo durante la revisione

Non ho ancora trovato pace sulla questione «cazzo» (risate in sala). Ne ho aggiunti alcuni qua e là, per esempio per tradurre i rari my ass, che risultavano altrimenti troppo deboli, e ogni tanto facendoli pronunciare a qualcuno di particolarmente furioso. Ma ho lavorato molto a uniformare termini caratterizzanti come stuff, phony, can, moron, e una vocina in me continua a pensare che avrebbe senso tentare una sostituzione metodica in tutto il libro. Ho l'impressione che il nostro rigore sulle implicazioni psicologiche della ristrettezza lessicale e della tendenza alla ripetizione di Holden Caulfield sia una delle chiavi di volta di questa traduzione. Magari preparo davvero una seconda versione «virata cazzo».

Sul cazzo non ho dubbi (standing ovation), lo usava già Leopardi. Ma sarei favorevole anche all'anacronismo «cazzeggiare».

Ah, sono riuscita a trovare Il club dei trentanove di Hitchcock, il film preferito di Phoebe. È del '35. Doppiato e distribuito subito dopo, viene ridoppiato nel '59. A quest’ultima edizione faccio riferimento. La prima era rigorosamente aderente ai dettami fascisti. Ho dato un’occhiata anche allo script originale:

«Do you like a haddock?»
«Le va un eglefino?»

L'eglefino (pesce di cui ignoravo l'esistenza) mi piace, trovo che è perfetto per il tuo Holden, anche se Salinger non lo saprà mai, e i suoi eredi ce ne chiederanno ragione.

Quindi che eglefino sia, giusto?

Eglefino sia!

«Lo sa a memoria, quell'accidenti di film, perché ce l'avrò portata qualcosa come dieci volte. Quando per esempio il vecchio Donat arriva alla fattoria, mentre sta scappando dalla polizia e via dicendo, ecco, Phoebe nel bel mezzo del film dice ad alta voce - proprio nel momento in cui lo dice lo scozzese sullo schermo - "Le va un eglefino?" Sa tutte le battute a memoria».


La copertina dell'LP che Holden compra per Phoebe.


Me la vedo Phoebe che precede gli attori nel dire le battute, in quella sala buia di un cinema newyorkese. Credo che le sarebbe piaciuto un sacco dire «eglefino» anziché haddock.
Io in questo preciso istante mi stavo interrogando su crazy face.
La soluzione arrabbiatissima - separata da faccia - non mi convince.

Eh, ma infatti crazy, in questo libro, è uno dei termini più problematici, trovo.

Be', diciamo che sono parecchi i termini problematici, perlopiù risolti. Qui mi pare proprio che la faccia sia quella particolarissima di Phoebe, con le sue orecchie piccole, i capelli rossi, carina e pensosa, più adulta della sua età. È arrabbiata, ma anche preoccupata. E quando finalmente toglie il cuscino e si lascia guardare, ecco la sua faccia bizzarra, particolare, in un certo senso unica agli occhi del fratello. Motti traduce «stralunata», ma trovo che fa un po' Pippi Calzelunghe.

«Quando ho fatto il giro del letto e mi sono rimesso a sedere, ha girato la sua faccia buffa dall'altra parte. Mi stava tagliando fuori completamente».

Che dici?

Good!

A proposito di Phoebe, eliminerei i diminutivi per i vestiti(ni). Io in generale evito, perché subito mi rimanda a immagini di maschietti e femminucce, due termini sui quali sempre si abbatte furiosa la mia matita. Per fortuna la madre di Holden e Phoebe compra alla figlia vestiti pratici, senza ricami, nastri e altri frizzi. Così Phoebe può pattinare tranquilla e pure «imparare a fare scoregge...» Perciò direi vestiti orrendi - e non vestire malissimo - quando Holden allude agli abiti degli altri bambini ricchi.

Completamente d'accordo sui diminutivi. E anzi grazie, perché è una riflessione che non avevo mai davvero fatto, e di cui - insieme con il modo in cui mi hai insegnato a domare la mia eccessiva tendenza a ribaltare le frasi per renderle più naturali/colloquiali/italofone - farò prezioso uso in futuro.

Be', caro signore, questo mi fa molto contenta. Ma mi racconti come se la passa con gli ultimi capitoli.

Quest'ultima parte mi sta mettendo in difficoltà. Credo che mi si sia scatenata qualche insicurezza, forse per aver letto le correzioni in corso d'opera, e le mie soluzioni spesso non mi convincono. Come se non bastasse, verso la fine la traduzione di Motti migliora molto. A tratti è perfetta, e trovare un equilibrio, distanziarsi in modo non pretestuoso - riuscendo comunque a migliorarla - si sta rivelando difficile. Dopo quasi un anno di beata incoscienza, comincio ad avvertire la pressione.

Capisco benissimo l'ansia: lo dico dopo Mrs Dalloway - e con il Faro all'orizzonte - dunque a ragion veduta... a esperienza fatta e in fieri. Non ti curar di lor ma guarda e passa, diceva un signore di mia conoscenza. E non è un cattivo insegnamento. Perché di solito mi consente di concentrarmi sull'essenziale, sulla cosa in sé, che nel tuo caso è Holden, la sua lingua connotatissima. E solo in seconda istanza la traduzione di Motti. Capisco la tua ansia performativa (ho letto Mrs D non so quante volte, prima di decidere che dovevo lasciarla andare), ma vorrei rassicurarti sulla buona tenuta della tua performance fin qui. Le mie correzioni, i miei suggerimenti in corso d'opera intendevano essere, anzi sono stati, anzi sono un contributo alla tua traduzione.

Ti ringrazio per il calore della tua mail. Era il momento giusto per leggere quelle parole, perché stavo perdendo un po' il filo. E hai ragione in quello che dici: ultimamente ho spostato troppo l'attenzione sulla traduzione di Motti, impantanandomi in una terra di mezzo un po' nevrotica che rischierebbe di fare lo sgambetto alla mia cosiddetta «voce». Ancora una volta trovo cruciale potermi confrontare con te che sei alle prese con un lavoro di ritraduzione immane (il faro, correggimi se sbaglio, è ben più tosto della signora), e condividi quindi le sfumature di questo tipo di esperienza.

Abbiamo quasi finito. Grazie Matteo, hai restituito a Holden la sua tenerezza, la sua ancora incerta sessualità, le sue paure, e con ciò anche quella madness-pietas di reduce che vedevo in Septimus Warren Smith... E nel modo in cui Holden guarda, descrive, capisce sua sorella Phoebe mi è sembrato di cogliere l’affetto, o forse l’amore di chi ha conosciuto se stesso, e per se stesso dispera. Truth («La verità mi fa male, lo sai…») E lo sapeva anche Salinger, che torna negli Stati Uniti gravato dalla memoria dei campi di battaglia e dei campi di concentramento europei, e relativa sindrome per cui venne ricoverato in una casa di cura.

Truth, in effetti è un sostantivo pesante. È l'antitesi di quell'onnipresente phony, l'altro polo del manicheismo adolescenziale di Holden, e andrebbe preservato, soprattutto in apertura. Nel resto del libro sarei tentato di privilegiare una versione più veloce e sonora, «se proprio devo dire» o simili, perché a mio avviso, nel Catcher, la riflessione sul significato e sulla valenza dei singoli termini va costantemente stemperata con quella sulla tendenza di Holden alla ripetizione delle formule. Spesso ha l'effetto di svuotarle del significato, rendendole più simili a sintomi di dinamiche mentali, del suo bisogno di rassicurarsi e tenere sotto controllo la realtà con le parole, perché non si disgreghi del tutto.



Matteo Colombo, Il raccoglitore nella segale (CTRL+V su Photoshop, 2014)

Sono assolutamente d'accordo. E sulle due questioni in sospeso dell'incipit cosa mi dici?

Ripristinerò senz'altro la ripetizione di want, mantenendo però la mia prima versione di hear about it: «se davvero volete sentirne parlare». «Starmi a sentire» mi piace molto, ma trovo che sottolinei troppo l'accezione uditiva, a mio parere in contrasto con il fatto che si tratta di un testo scritto. «Sentirne parlare» al mio orecchio risulta più vago, e quindi più fedele.

«Vagamente fedele», molto suggestivo.

Ciao. Per quanto fantascientifico possa sembrarvi, ho finito. Ora mi straccio i vestiti e corro nudo a urlare per strada. Mi trovate sulle pagine esteri.

Mi raccomando non farti arrestare, perché martedì ti aspettiamo in casa editrice.

Arrivo!

Cara Anna,

siccome immagino che tu MUOIA dalla voglia di sapere cos'è successo a Holden dopo che il tuo lavoro si è concluso, eccoti un frizzante bollettino dalla trincea.

Le ultime tre settimane prima dell’andata in stampa sono state frenetiche. Ho trascorso ore e ore su Skype con l’editor Einaudi, rapiti da una foga di perfezione inebriante ma faticosissima. Sentivamo di giocarci la faccia, e quando siamo rimasti da soli a tirare la volata, ci ha preso la tensione. È stato tutto un lavoro di ripristino delle coerenze interne, di musicalità, di «de-colombizzazione» (ovvero la caccia ai miei tic linguistici, anche infinitesimali), ma soprattutto di progressiva modulazione del registro, anche questa infinitesimale. Un momento bellissimo, comunque, benché estenuante.

 


«Chissà dov'erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta».

Ora te lo posso dire: piaceva a tutti, questa traduzione, tranne a me. Mi mancava qualcosa di indefinibile, non sentivo di essere arrivato in fondo. Durante tutta la lavorazione, il mio pensiero costante è stato: «Fai, per una volta in vita tua, qualcosa al meglio delle tue possibilità». Finalmente sento di averlo fatto. Poi ho paura, sia chiaro. Ho cominciato ad avere incubi abbastanza pittoreschi sull'uscita del libro: ora che è finito, non riesco più a tenere a bada la tensione. Ma quest'esperienza incredibile non me la toglierà nessuno.

Anna Nadotti e Matteo Colombo

 

Il libro


Il giovane Holden - copertina

J. D. Salinger


Il giovane Holden


2014
Super ET
pp. 264
€ 12,00
ISBN 9788806218188

Traduzione di Matteo Colombo

In una nuova traduzione, il libro che ha sconvolto il corso della letteratura contemporanea influenzando l'immaginario collettivo e stilistico del Novecento.

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