Copertina

Valerio Magrelli


Addio al calcio

Novanta racconti da un minuto


2010
Supercoralli
pp. 114
€ 17,00
ISBN 9788806204792

Come in un curioso romanzo eroicomico, un tifoso «suo malgrado» accetta di esporre le proprie confessioni: l'epica irredimibile delle domeniche pomeriggio trascorse preda del televisore, la mite bellezza dei mille campetti improvvisati, i due tiri sulla spiaggia, la cronaca dei vecchi album sportivi, i palloni perduti sui prati montani¿
Tramandato di padre in figlio come un rito d'iniziazione, il calcio appare infine come una staffetta, un pegno, un'umile divinità domestica chiamata a vegliare sul futuro delle famiglie italiane.

Il libro

«Non mi era mai capitato di pensarci, ma qualche anno fa ho smesso per sempre di giocare a pallone. È come se avessi cambiato sistema respiratorio. Di più: ho fatto il percorso inverso a quello della farfalla. Io, che vivevo all'aperto, ebbro d'ossigeno, sono rientrato nel nero bozzolo, rinchiuso nell'astuccio di una stanza a macinare chilometri in cyclette». Composto da novanta «racconti da un minuto» e diviso in due «tempi» da quarantacinque minuti l'uno, Addio al calcio è un rincorrersi di aneddoti, ricordi, storie di vite più o meno illustri. Pagina dopo pagina, Valerio Magrelli si dispone a un'immersione totale nell'universo di una passione vissuta e insieme sognata. Mentre si susseguono le immagini di campioni antichi e moderni, di trepide comunità adolescenziali o di definitive solitudini, prende forma il racconto del gioco più famoso del mondo. Dal calcio-balilla alla PlayStation, dal fantacalcio al Subbuteo, le infinite incarnazioni dell'ossessione calcistica irrompono fra le mura domestiche, fino a "colonizzare la mente del tifoso non solo la domenica, ma tutti i giorni della settimana».
Attraverso lo specchio deformante di un'esistenza passata in attesa dei risultati, queste istantanee tracciano i confini di una mania capace come nessun'altra di unire padri e figli in un alfabeto comune, in una lingua fraterna. Con una specie di autobiografia sbilenca, Valerio Magrelli offre così al lettore la sua testimonianza ironica, malinconica, redenta.

«In cortile non c'è più nessuno, è pomeriggio, ha appena smesso di piovere e si sentono solo i colpi lenti della sfera che batte e rimbalza, echeggiando fin nella tromba delle scale. Rimbombi profondi, cardiaci, e il rimbalzo.
La mia infanzia è segnata da questo metronomo. È così che ho imparato il controllo di palla».

Commenti

gadilu 14/08/2011 17:25

Proprio in questo momento un gruppo di adolescenti stranieri gioca a calcio nel giardino dietro a casa mia. Un¿immagine non inconsueta, si direbbe. Perché allora mi sembra strano? Prima di tutto manca la polvere. Non riesco ad associare nessuna idea al calcio in cortile senza la polvere, o il fango (quando ha piovuto). Qui c¿è un prato curatissimo, in lieve pendenza. Si capisce che non è fatto per giocare al calcio. È per così dire troppo integro, troppo ospitale per essere ospitale. Infatti questi ragazzi hanno un po¿ l¿aria di essere degli intrusi, si passano la palla in modo dimostrativo, ma non sembrano veramente coinvolti da quello che fanno. Appaiono svogliati, ecco. Poi sono troppo ¿simili¿ (alti uguali, probabilmente tutti della stessa età). Manca quel carattere un po¿ da mucchio selvaggio (grandi e piccini) che io associo forse ai miei ricordi, quando si stava per l¿appunto ¿giù¿ tra di ¿noi¿. La foto di Pasolini che gioca a calcio nelle borgate è a mio avviso una delle più belle del poeta. Anche perché rende poetico il gioco del calcio nella sua spontaneità un po¿ rude e sguaiata (lì s¿intuisce la polvere e il fango, sarà per questo) eppure ancora gioiosa, sullo sfondo di una vita che proprio gioiosa non era. Valerio Magrelli (un altro poeta) ha dedicato al gioco del calcio un libro bellissimo (Addio al calcio, Einaudi 2010), nel quale è riuscito a tessere tutta una trama di memorie e di percezioni finissime. Alla fine diventa un¿autobiografia completa (anche nel senso di autobiografia della nazione, direi, e infatti c¿è un capitoletto intitolato Mio padre, Mussolini e la fotografia). Correre, correre e correre dietro a un pallone, senza quasi vedere altro. Per molti è stato così. Ma oggi io penso che quell¿incantesimo si sia un po¿ rotto. E non solo per me, ovviamente. (Intanto quei ragazzi hanno smesso di giocare. È durato poco, come previsto). http://sentierinterrotti.wordpress.com/2011/08/14/addio-al-calcio/


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