Salvatore Mannuzzu![]() La ragazza perduta
2011
L'Arcipelago Einaudi pp. 132 € 14,00 ISBN 9788806206437
Questa è una bellissima storia d'amore.
Altre edizioni:
La ragazza perduta. 2011. EBOOK Narrativa Italiana
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«L'ultimo colloquio al telefono dunque rovesciò le nostre vite:
per accumulo, per eccesso, quasi che esse potessero cambiare
solo traboccando. Zezi poi asserí, magari velleitariamente, che
era stato come il sussulto piú luminoso d'una lampadina prima
che si fulmini. A voler chiamare luce l'infelicità, o addirittura
la violenza, e buio l'assestamento raggiunto fra noi».
Un racconto: l'insolito regalo di compleanno
di un marito a una moglie che lo accusa di
non amarla più. Quando scende la sera, e fa
freddo fuori e dentro, alla luce blanda di una
lampada un uomo «quasi vecchio» legge alla
sua compagna una storia d'amore che ha appena
finito di scrivere per lei, nel tentativo
di ritrovare l'intesa d'un tempo.
Torna così un inverno lontano e insolitamente
nevoso, quando un giovane magistrato all'inizio
della sua carriera arriva dal continente
su un'isola. Là, dentro una precaria camera
d'affitto, gli tocca smaltire insieme alle
carte processuali la noia della solitudine. Ma
una sera la telefonata di una sconosciuta increspa
la calma triste e piatta di quello scenario.
Sembra un errore, uno scherzo, e invece
è l'inizio di una relazione.
Chi lo chiama è Zezi, una diciassettenne buffa
(«una squaw bambina»), persino bella e a
suo modo infelice: d'una «fragilità impudica
». Insiste a cercarlo, serenamente sfacciata,
con la sua voce puerile ma di contralto; e
presto il magistrato non riesce a fare a meno
di quelle telefonate. S'imbatte allora in una
realtà sconosciuta, che è già amore, anche se
il nome gli verrà solo più tardi; una zona inesplorata
di sé nella quale si perde, costretto
a fare i conti con la propria vita, in bilico tra
le rigidità della professione e le imprudenze
frivole (le assennate follie?) della ragazza.
Ma cosa cerca Zezi? Perché vanta amori di
ogni genere e con indecenza soave si dà della
puttana? Forse per recuperare qualcosa
che ha perduto, che non ha mai avuto? Per
mitomania? O soltanto per civetteria? Che
si tratti di bisogno di protezione o di malizia, lei gli propone un fidanzamento, però
condizionato. Così il giudice prende a frequentarne
ogni giorno la villa, Villa Mimosa,
imparando da un vecchio grammofono lo
strazio dei tanghi argentini e la Pavane di Ravel;
ma dopo non sta ai patti: come se d'improvviso
si fossero scambiati innocenza e corruzione,
in un gioco delle parti che è la dolorosa
fine d'ogni gioco. Segue un anno di
sospensione e silenzio, poi la storia si ripete:
lo squillo di una telefonata sembra riaprire il
ciclo. Ma l'emozione che ne deriva è una vertigine
dissolta in un attimo, «come nei sogni
di chi crede di stare su un precipizio e invece
si ritrova sopra un qualsiasi gradino». Come
se una nuova cognizione del dolore avesse
d'un tratto cancellato quella strana passione,
lasciando solo uno sconforto cocente
degli altri e di sé.
Quella di Mannuzzu è una scrittura che s'impregna
di dolore, malinconia, sbigottimento.
Un perimetro di tensioni e passioni, dove tutto
procede per sottili trapassi, in una prosa fitta
di dialoghi, stranita e colma di risonanze.
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