Copertina

Natalia Ginzburg


Non possiamo saperlo

Saggi 1973-1990


2001
Gli struzzi
pp. 214
€ 16,50
ISBN 9788806152505

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Non possiamo saperlo. Un matrimonio in provincia. L'intelligenza. Ricordo di Carlo Levi. Dell'aborto. Prima pagina. Il volto osceno della celluloide. Il Papa doveva andare da Franco. Il "Salò" di Pasolini. Ragioni d'orgoglio. Il sesso è muto. Sandro Penna (I). Satyricon e Casanova. Non capisco Dario Fo. Il male. L'altro secolo. Il coraggio e la paura. Donne e uomini. Sillabario n.2. La signora Bovary - Nota del traduttore. Senza una mente politica. Berlinguer. Il sole e la luna. Sandro Penna (II). Arabeschi. Sul pentimento e sul perdono. Il crocifisso nelle scuole. Fiore gentile. Memoria contro memoria. La morte. La violenza sessuale. L'uso delle parole. Il nome. Lettura di Landolfi. Rispettare i morti. Autobiografia in terza persona. Note ai testi. Postfazione di Domenico Scarpa.



A cura di Domenico Scarpa

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere, / e potremo vederlo soltanto col microscopio (...) / Non possiamo sapere com'è Dio. E di tutte le cose / che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Il libro

È una poesia ad aprire questo libro e a dargli il titolo, un'interrogazione energica e disperata rivolta all'ignoto. Non possiamo saperlo raccoglie scritti di letteratura e di cinema, ricordi di amici scomparsi, pronunciamenti su questioni morali come l'aborto, il coraggio o la paura, il credere in Dio, i cattivi usi del linguaggio; infine, vera novità del volume, gli interventi politici legati all'impegno parlamentare di una persona che sosteneva di non avere una mente politica. L'opera non narrativa di Natalia Ginzburg è tutta fondata sul sapere del corpo, un'intelligenza oscura che illumina i suoi interrogativi e imperativi morali. Grazie a questa facoltà possiamo ascoltare una voce inconfondibile parlarci del Salò di Pasolini o dei Sillabari di Parise, delle persone che furono Italo Calvino, Ennio Flaiano, Carlo Levi, Sandro Penna, della nostalgia per un secolo diverso o di dove andremo a stare quando saremo morti. Empatica e aderente alle cose concrete, quella voce si fa però inflessibile quando si scontra con l'ipocrisia del politically correct e con l'uso distorto di parole quali «olocausto» o «pentimento». Il risultato è una riflessione disillusa quanto appassionata che dall'Italia del secondo Novecento si allarga alla condizione dell'uomo, alle sue paure e alle sue speranze.
Scritta pochi mesi prima della morte, chiude il volume una Autobiografia in terza persona.

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