Giulio Einaudi editore

Io e Mabel

ovvero L'arte della falconeria
Io e Mabel
ovvero L'arte della falconeria
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Helen e Mabel. Una donna ferita e un rapace sanguinario. Un incontro impossibile, eppure vero fino in fondo, fatto di dolore, tenerezza e autentica, ritrovata felicità. Un'indimenticabile storia d'amore.

2016
Frontiere
pp. 298
€ 19,50
ISBN 9788806213381
Traduzione di

Il libro

Nelle prime pagine del libro Helen
Macdonald riceve una telefonata: il padre,
celebre fotoreporter, è morto all’improvviso
d’infarto. Priva di legami e di
un lavoro stabile (è ricercatrice associata
part-time all’università di Cambridge),
Helen si accorge bruscamente di non
avere nulla che possa distrarla dal lutto
e sprofonda in una violenta depressione.
Passano i mesi: instaura una relazione
sentimentale e poi la sabota, legge testi
sul lutto, si isola, si trascina. Poi, d’improvviso,
un sogno ricorrente sui falchi
fa scattare in lei una sorta di epifania: per
uscire dal gorgo che la soffoca addestrerà
un falco, ma non un falco qualsiasi, piuttosto
un astore, uno dei piú grossi e feroci
rapaci che esistano, un animale del sottobosco,
sanguinario e predatore. Cosí entra
in scena Mabel, «un rettile. Un angelo
caduto. Un grifone uscito dalle pagine miniate
di un bestiario».
Helen si ritira dalla comunità per dedicarsi
esclusivamente all’addestramento
dell’animale, in un isolamento ossessivo.
Il racconto dell’addestramento, dell’osservazione
del comportamento della giovane
Mabel, della paura, della fascinazione
e della strana tenerezza che prova per
l’animale, s’intreccia con la rilettura del
libro The Goshawk di T. H. White e quindi
con la rievocazione della biografia di
questo scrittore, autore tra le altre cose di
un libro su Artú poi ripreso dalla Disney
in La spada nella roccia.
Mentre segue il suo astore che caccia,
Helen si accorge con sgomento della propria
metamorfosi in puro istinto, della
propria trasformazione progressiva in qualcosa di selvatico. Scopre, a mano a
mano, la natura selvaggia del lutto stesso
e del fatto di esservi immersa al punto
da perdere la propria identità umana nel
tentativo di diventare distaccata e invulnerabile
come il suo astore.
La sua identificazione con il rapace che
uccide fagiani e conigli, ma anche con
le vittime di quella ferinità, rappresenta
una contraddizione talmente faticosa che
rompe in qualche modo il sortilegio perverso
che si era tirata addosso. A poco a
poco Helen comprende che «le mani umane
sono fatte per tenere altre mani», non
solo per indossare un guantone e portare
un falco. Capisce il suo bisogno di comunità,
l’idiozia dell’isolamento esasperato
e in qualche modo comincia a rientrare
nella società, anche accettando di curare
la sua depressione.
Cosí Mabel smette di essere forzatamente
un simbolo e il suo falconiere
può finalmente permettersi di guardare
(e rispettare) l’animale per quello che è.
E tornare alla vita.