Giulio Einaudi editore

Maledetto Dostoevskij

Maledetto Dostoevskij
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«Dostoevskij, sì, è stato lui! Con il suo Delitto e castigo, mi ha folgorato, mi ha paralizzato. Mi ha impedito di seguire il destino del suo protagonista Raskòlnikov: uccidere una seconda donna - innocente; portare via il denaro e i gioielli che mi avrebbero ricordato il mio delitto...diventare preda dei rimorsi, sprofondare nel baratro del senso di colpa, finire ai lavori forzati...
E allora? Sempre meglio che scappare come un coglione, come uno stupido criminale. Con le mani insanguinate, ma le tasche vuote.
Che assurdità!
Che Dostoevskij sia maledetto!».

Atiq Rahimi, Maledetto Dostoevskij

2012
Supercoralli
pp. 208
€ 18,50
ISBN 9788806210830
Traduzione di

Il libro

Rassul ha deciso: ucciderà la vecchia usuraia che costringe la fidanzata a prostituirsi. Ma proprio quando abbassa l’ascia sulla testa della donna, è folgorato da un pensiero: sta replicando i gesti del protagonista di Delitto e castigo del suo amato Dostoevskij! Ma non siamo nella Russia dell’Ottocento, siamo nella Kabul di inizio anni Novanta, ancora scossa dagli ultimi fuochi della guerra civile tra comunisti e mujaheddin. Dando vita «al suo» Raskòl’nikov, Atiq Rahimi si interroga sulla morale e la libertà in una società presa in ostaggio dalla giustizia tribale e dalla violenza di una guerra senza fine.

Rassul, da poco tornato dall’Unione Sovietica, dove ha studiato e conosciuto le opere di Dostoevskij, vuole aiutare la sua ragazza: decide perciò di uccidere la vecchia usuraia che costringe Sophia a prostituirsi. Ma quando sta per abbassare l’ascia sulla testa della vecchia è folgorato da un’improvvisa consapevolezza: sta replicando le gesta di Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo! Preso dal panico, si allontana dal cadavere e si dà alla fuga in una città resa allucinata e surreale dai tormenti della coscienza. Ma da chi sta fuggendo Rassul? La polizia sembra indifferente a risolvere un omicidio di cui, tra l’altro, è sparito il cadavere; mentre le autorità religiose, che finita la guerra con i sovietici stanno trasformando il paese in una teocrazia, arrivano al punto di giustificare il crimine. Ben presto Rassul si rende conto che lui è l’unico a cercare un castigo per il suo delitto, l’unico, cioè, a sottostare a una qualche legge, a conservare la memoria di un’etica in un paese in cui ogni legge, ogni etica, è sospesa, mistificata, violata. Una consapevolezza che nasce anche dalla lettura dei romanzi, e primi fra tutti quelli del «maledetto» Dostoevskij. Sarà proprio questa unicità di Rassul a dare scandalo, ad attirare addosso al giovane il risentimento della comunità fino a farne una sorta di capro espiatorio collettivo.
Come sempre nei romanzi di Atiq Rahimi, il suo Afghanistan è un palcoscenico estremamente concreto, storico (che sia la Kabul dei mujaheddin o quella, dieci anni dopo, dei talebani in guerra con gli americani) e allo stesso tempo universale: il suo Afghanistan è, cioè, ogni paese, ogni epoca in cui la sospensione della legge lascia l’uomo e la sua libertà in balia di un potere né umano né libero.

***

«Un romanzo che dimostra a cosa serve la letteratura. Non è un lusso, neanche in un paese in guerra. Maledetto Dostoevskij, benedetta letteratura».

«Le Figaro»

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