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La specie umana
Crediamo di conoscere ciò che è terribile. Invece non capiamo niente. Non capiamo l'eternità della fame. Il vuoto. L'assenza. Il corpo che si consuma. La parola «niente». Noi non conosciamo i campi.
Georges Perec
Il libro
Non c’è pietà e non ci sono spiegazioni in questo testo, non c’è nemmeno una lingua codificata o tantomeno letteraria per dire i campi. Qui la lingua è una parte del corpo ed è usata come tale, nella sua miseria, impotenza, malattia; ma anche nel suo ruolo biologico primario: esprimere l’istinto di sopravvivenza della specie umana. Ecco perché Robert Antelme non «racconta» soltanto l’odissea di un gruppo di deportati politici, l’itinerario sfibrante da Buchenwald a Gandersheim a Dachau, l’abbrutimento fisico e morale, il confronto quotidiano con un’alienità distruttiva e potenzialmente senza fine. Queste pagine scritte sono voce, voce allo stato puro. Accanto ai libri di Primo Levi, il libro unico che è La specie umana resta fra le testimonianze piú radicali e piú alte della letteratura concentrazionaria.
Quando tornò, Robert Antelme cominciò a scrivere: affinché il suo ritorno avesse un senso, affinché la sua sopravvivenza diventasse vittoria, da quella massa confusa e indifferenziata, inabbordabile, ora macchina enorme ora penosa routine, doveva quindi emergere una coerenza che unisse e gerarchizzasse i ricordi, e conferisse all’esperienza il suo carattere di necessità. Questa trasformazione di un’esperienza in linguaggio, questo rapporto possibile tra la nostra sensibilità e un universo che l’annienta appaiono oggi l’esempio piú perfetto, nella produzione francese contemporanea, di quello che può essere la letteratura.
dalla prefazione di Georges Perec