-
Antropologia e religione Antropologia e religione
-
Arte e musica Arte e musica
-
Classici Classici
-
Critica letteraria e linguistica Critica letteraria e linguistica
-
Filosofia Filosofia
-
Graphic novel Graphic novel
-
Narrativa italiana Narrativa italiana
-
Narrativa straniera Narrativa straniera
-
Poesia e teatro Poesia e teatro
-
Problemi contemporanei Problemi contemporanei
-
Psicologia Psicologia
-
Scienze Scienze
-
Scienze sociali Scienze sociali
-
Storia Storia
-
Tempo libero Tempo libero
La mano mozza
Leggendo un capolavoro come «La mano mozza» di Blaise Cendrars è impossibile non sentirvi la continuità con opere di Céline come «Casse-pipe».
Michele Mari
Cronaca picaresca, a tinte forti, in parte autobiografica, La mano mozza racconta la vita e la morte di una lurida truppa della Legione straniera durante la Prima guerra mondiale sul fronte della Somme: un manipolo di poveri diavoli pronti a morire per una patria non loro, ma capaci di qualunque bravata e stratagemma pur di sopravvivere in quelle fangose trincee. Tra questi, lo stesso Cendrars, brutale e coraggioso, finché nel settembre del 1915 una raffica di mitragliatrice tedesca gli porta via parte del braccio destro. Cendrars scrive pagine indimenticabili, di impassibile realismo e segreta tenerezza; attraversate, nonostante le atroci sofferenze, da gradi di humour e ironia. Su tutto, il disgusto per una civiltà che stava sabotando i suoi valori trasformandosi in macchina da guerra. Nella versione di Giorgio Caproni, uno dei romanzi piú potenti ed estremi sulla Grande guerra, da accostare ai capolavori di Hemingway, Céline, Comisso e Remarque.
Il libro
È proprio la dimensione spaventosa e disumana della prima guerra moderna, il suo aspetto anonimo e tecno-industriale (viene definita non a caso «fabbrica della morte» quella che costringe i suoi “operai” a ripetere «daccapo, una volta, due volte, tre volte, quattro giorni in prima linea», come la piú innocua delle routine, gesti e comportamenti che invece li espongono a un pericolo mortale), a indurre Cendrars e i suoi a inscenare «una piccola guerra da indiani nella grande guerra meccanizzata». È una regressione da manuale, un rifiuto psichico dell’orrore circostante tanto piú reciso quanto meno deliberato, quello per cui si estasia di certe gite notturne in «barchino»: «vi erano notti cosí belle, cosí limpide, cosí incantate da farti venir la voglia d’intonare una barcarola alle stelle».
Dalla prefazione di Andrea Cortellessa