Giulio Einaudi editore

Nel museo di Reims

Nel museo di Reims
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«Ci sono delle persone che stanno tutte sul bordo dei loro occhi.
Spuntano da lì. Non dipende dalle loro qualità interiori, magari altri, più ricchi dentro, hanno uno sguardo che non arriva fino alla pupilla, si ferma prima, chissà dove, che so, al diaframma, al petto, o da qualche parte nella testa. Io non so come lei veda, ma il suo sguardo si vede così tanto. Lei è tutto lì, sul bordo dei suoi occhi».

2010
L'Arcipelago Einaudi
pp. 56
€ 9,50
ISBN 9788806203528

Il libro

Si dice che quando si perde la vista si amplino gli altri sensi.
Dev’essere per questo che a Barnaba, che sta per diventare cieco,
la voce di Anne sembra di un «colore caldo e brillante, lucido
di tenerezza».
Ma di Anne forse non ci si può fidare. È elusiva, inventa dettagli,
e se deve dire che un vestito è giallo, non dice che è come un
limone o un girasole, ma «giallo come l’amore legittimo, o l’adulterio
che lo rompe».
Eppure Barnaba decide di farsi guidare dalla sua voce per le sale
del museo di Reims, e di condividere con lei il suo segreto,
l’ossessione per un celebre dipinto che lo ha spinto fin lì.
Il racconto di due solitudini che si incontrano e si riconoscono.
Una parabola cristallina sul potere evocativo della parola, sul
sottile crinale tra capacità immaginifica e menzogna, ma soprattutto
sull’esperienza vertiginosa della letteratura.

«È da quando ho saputo che sarei diventato
cieco che ho cominciato ad amare la pittura
». Inizia così il racconto di Barnaba,
un giovane ex ufficiale di Marina che a causa
di una malattia «malcurata» sta perdendo
progressivamente la vista. Ormai le immagini
per lui si confondono in «un’opacità
indistinta e chiara», una sensazione
quasi tattile, tanto deve avvicinarsi alle cose,
sfiorarle con gli occhi.
Barnaba ha deciso di sfruttare il tempo che
gli rimane per fissare nella memoria alcuni
capolavori dell’arte. È per questo che lo
troviamo nel museo di Reims, tra le tele di
Corot, Géricault e Delacroix. Ma Barnaba
è lì per un quadro in particolare: il Marat
assassiné
di David. Quella tela, da quando
l’ha vista in una riproduzione, è diventata
un piccolo rovello: ha subito sentito che in
qualche modo lo riguardava.
Mentre Barnaba si aggira per le sale del
museo, aggrappandosi ai dettagli per dare
una forma ai dipinti – come del resto si fa
con le nuvole -, la voce accesa e leggera di
una donna gli si affianca. È Anne, di cui
Barnaba non riesce ad afferrare nemmeno
il colore esatto degli occhi.
Anne ha indovinato il suo segreto e inizia a
descrivergli i quadri che lui quasi non vede.
Tra i due nasce come un gioco fatto di pudica
sensualità, di intima tenerezza. Perché
Anne in alcuni casi mente, racconta
quello che non c’è, inventa particolari. E
Barnaba lo sa.
Ma il raccontare in sé non è in fondo un
po’ mentire? O forse è la possibilità di vedere
oltre il dato sensibile, attraverso la capacità
immaginativa? La voce di Anne, allora,
diventa il filo da seguire nel labirinto
che è il museo, che è la letteratura, alla scoperta
di passaggi segreti, di percorsi di senso.
E Barnaba si lascia condurre, prendendo
a sua volta la parola per raccontare il
«suo» Marat, in un continuo scambio di
ruoli, quasi un codice amoroso.
La scrittura fluida e precisa di Daniele Del
Giudice ci guida in questo racconto in cui i
luoghi ancora una volta sono geografie dello
spirito, e il dolore una porta da attraversare
per attingere alla conoscenza.
Un testo breve in cui c’è tutta la potenza di
un grande scrittore. L’atteso ritorno in libreria
di un piccolo gioiello letterario uscito
nel 1988 per Mondadori.

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