Giulio Einaudi editore

Io, piccola ospite del Führer

Copertina del libro Io, piccola ospite del Führer di Helga Schneider
Io, piccola ospite del Führer
Mondadori Store Amazon IBS La Feltrinelli

Attraverso la leggerezza inconsapevole del suo sguardo di bambina costretta ad affrontare una realtà sinistra e indecifrabile, Helga Schneider nel suo ruolo di testimone ci racconta dell'ultima dimora di Hitler: estremo avamposto di un sogno di grandezza irriducibile e disumano.

2006
L'Arcipelago Einaudi
pp. 132
€ 10,80
ISBN 9788806180621

Il libro

Berlino, ultimo inverno prima della disfatta. Il cielo «è rosso come se stesse sanguinando». Sulle strade sventrate della città che brucia, un omnibus sbuffa e arranca. A bordo ci sono Helga e suo fratello Peter insieme ad altri piccoli ospiti del Führer, uno sparuto gruppo di bambini «privilegiati» che trascorreranno ventiquattr’ore nel bunker sotto la Cancelleria del Reich: un forziere pieno di tesori, come le salsicce, il dentifricio, la carta igienica; un dedalo di morte dove potranno stringere la mano al grande Führer Adolf Hitler.

«Si può davvero definire Adolf Hitler un essere umano?» Parte da una domanda semplice e impossibile questo breve, intensissimo romanzo, in cui Helga Schneider torna a scavare nella memoria per raccontare un altro tassello di quella drammatica storia del Novecento di cui è da sempre appassionata testimone.
Nell’ultimo inverno di guerra, in una Berlino ormai in fiamme, la piccola Helga, suo fratello Peter e alcuni altri bambini «privilegiati» vengono portati in visita nel bunker di Hitler. Per ventiquattr’ore si aggireranno come topini in trappola tra i corridoi di «quell’angusto dedalo di morte», in attesa dell’incontro con il Führer del Terzo Reich. In quell’ultima dimora dall’«architettura senza futuro», pervasa da un odore nauseabondo di muffa e diesel, potranno finalmente mangiare un pasto completo, lavarsi i denti con il dentifricio e, con l’aiuto di una lampada al quarzo, riacquistare un aspetto sano. Il grande Führer non potrebbe tollerare la vista di bambini emaciati, né l’idea di venire a contatto con una qualche malattia…
L’intensità di questo ricordo – già in parte evocato nel Rogo di Berlino – s’intreccia qui ad altri frammenti di vita privata, arrivando a comporre per brevi tratti un quadro più ampio: all’esperienza allucinante del bunker si affianca l’estraneità di un padre costretto a combattere una guerra delirante, l’assenza di una madre che ha sacrificato tutto per la causa nazional- socialista, l’insensibilità di una matrigna e di una zia che sino alla fine non si rassegneranno ad accettare la disfatta del Terzo Reich, né ad ammettere la spietata follia su cui è stato edificato un simile sogno di grandezza.
Con la consueta felicità narrativa, che unisce all’esattezza del dettaglio il calore della scrittura, Helga Schneider riesce ancora una volta a ricostruire con vivezza e con dolore il clima di quegli anni: l’enfasi sinistra dell’ascesa al potere, le aspirazioni di Hitler e dei suoi fedelissimi (primo fra tutti Goebbels), lo stato di crescente paura e disperazione della gente comune. Ne viene fuori un racconto bruciante, capace di ricostruire attraverso gli occhi inconsapevoli dell’autrice bambina le illusioni, lo spaesamento e le sconcertanti certezze di un intero popolo a cui, attraverso un uso capillare e spregiudicato della propaganda, fu negato sino all’ultimo anche «il diritto di pensare».

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