Giulio Einaudi editore

Una telefonata con Primo Levi

A phone conversation with Primo Levi
Una telefonata con Primo Levi
A phone conversation with Primo Levi
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«Non sarebbe molto facile figurarseli vicini, cosí dissimili nella complessione come sono, Primo Levi e David Foster Wallace, se non li si vedesse, di schiena, passeggiare per un Lungo Po elisio e conversare in qualche loro lingua altrettanto oltremondana mentre due grossi cani corrono avanti e indietro, saltano, chiedono di giocare e li distraggono. Primo chiede qualche informazione sulle diverse accezioni del termine map in Infinite Jest (...) poi, a voce piú bassa, si informa discretamente sulla La Piú Bella Ragazza Di Tutti i Tempi. Ma, a me puoi dirlo, in Russia Faussone non ti rompeva anche un po' le palle? Dave non fa giri di parole e a Levi in certi momenti sembra di parlare con alcuni personaggi della Tregua, schietti, divertenti e disinvolti».

Stefano Bartezzaghi, Una telefonata con Primo Levi

2013
eBook
pp. X - 208
€ 8,99
ISBN 9788858409947
Traduzione di

Il libro

«Deve essere un telefono che funziona, il libro scritto». Questa frase, che pronunciò durante una conversazione radiofonica, non è che uno dei sintomi dell’interesse di Primo Levi per la comunicazione umana. Nulla di ciò che si può dire linguistico era estraneo all’acuto sguardo del chimico scrittore: etimologie e giochi enigmistici (come palindromi e rebus); gerghi di laboratorio e di Lager; macchine poetiche e reti di computer immaginate da Levi anzitempo. Nelle opere e nei suoi incontri con altri scrittori (diretti, indiretti o immaginari: Bartezzaghi ne inventa anche uno con David Foster Wallace), il Levi linguista e semiologo è quello che si interessa ai modi in cui possiamo dare senso a ciò che senso non ha, esprimere ciò che non si può, scalare l’impervio.

***

«A written book must be a telephone that works». This sentence, spoken during a radio conversation, is just one symptom of Primo Levi’s interest in human communication. No linguistic phenomenon escaped the chemist-writer’s searching gaze: etymologies and word games (such as palindromes and rebuses); laboratory jargon and concentration-camp slang; poetry-writing machines and computer networks imagined by Levi before their time. In his writings and in his encounters with other writers (direct, indirect or imaginary: Bartezzaghi invents one with David Foster Wallace), Levi the linguist and semiologist is always fascinated by the ways we can give meaning to the meaningless, express the inexpressible, scale the impassable.

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