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Autoritratto nello studio
«Com'è vicino, ora, l'irraggiungibile!» Si può raccontare una vita evocando tutto ciò che le sta intorno? Scrivendo non della vita in sé ma della vita degli altri, degli amici e degli incontri decisivi, dei luoghi in cui la vita si è fatta, delle fotografie conservate, dei libri accumulati, delle stanze abitate? È questa la scommessa di Giorgio Agamben in Autoritratto nello studio: riuscire a parlare di sé soltanto e unicamente parlando di altri; i poeti, i filosofi, i pittori, i musicisti, gli amici, le passioni insomma gli incontri e gli scontri che hanno deciso della sua formazione e hanno nutrito e ancora nutrono in vario modo e misura la sua propria scrittura, da Heidegger a Elsa Morante, da Melville a Walter Benjamin.
Il libro
Una forma di vita che si mantiene in relazione con una pratica poetica, quale che sia, è sempre nello studio, è sempre nel suo studio. Nel disordine dei fogli e dei libri aperti o ammucchiati l’uno sull’altro, nelle posture scomposte dei pennelli, dei colori e delle tele appoggiate al muro, lo studio conserva le minute della creazione, registra le tracce del laborioso processo che porta dalla potenza all’atto, dalla mano che scrive al foglio scritto, dalla tavolozza alla tela. Lo studio è l’immagine della potenza – della potenza di scrivere per lo scrittore, della potenza di dipingere o scolpire per il pittore o lo scultore. Provare a descrivere il proprio studio significa allora provare a descrivere i modi e le forme della propria potenza – un compito, almeno a prima vista, impossibile.
«Quello di Agamben è un catalogo del suo privatissimo museo fatto in casa. Sono immagini e oggetti che una volta sollecitati producono un tipo particolare di memoria, la memoria dell’altro, contigua alla memoria di sé ma non perfettamente identica. Ne viene fuori un “autoritratto” molto particolare, come di un Arcimboldo che invece di impiegare frutta o verdura per raffigurare i propri lineamenti, costruisse la sua immagine con un certo numero di incontri cosí decisivi da assomigliare a un destino».
«il manifesto»