-
Antropologia e religione Antropologia e religione
-
Arte e musica Arte e musica
-
Classici Classici
-
Critica letteraria e linguistica Critica letteraria e linguistica
-
Filosofia Filosofia
-
Graphic novel Graphic novel
-
Narrativa italiana Narrativa italiana
-
Narrativa straniera Narrativa straniera
-
Poesia e teatro Poesia e teatro
-
Problemi contemporanei Problemi contemporanei
-
Psicologia Psicologia
-
Scienze Scienze
-
Scienze sociali Scienze sociali
-
Storia Storia
-
Tempo libero Tempo libero
Peter May 1951-2026
Ci sono scrittori così legati a certi luoghi, da identificarvisi. Al punto che tutta la loro carriera, in un certo senso, è un’esplorazione inesausta di un posto, della sua atmosfera, delle persone che lo abitano e ne fanno quel che è, della sua geografia, anche. E quando questo lavoro di scoperta e racconto viene svolto con la giusta passione e tensione, questi scrittori contribuiscono a fare, di certi luoghi, un mito. Peter May era uno di questi. È difficile pensare ai suoi lavori e non pensare alle Ebridi – alle loro coste rocciose, spruzzate da un miscuglio di mare e fine pioggerella, alla loro gente secca come il whisky invecchiato – e all’Isola di Lewis in particolare. Il dato biografico spiega in parte – solo in parte, come sempre – la ragione di questo legame. Sull’Isola di Lewis era ambientata, e girata, la prima serie Tv scritta da May quando ancora lavorava per la televisione. Un successo clamoroso, nonostante fosse recitata in gaelico. È probabile che May abbia scoperto allora la bellezza feroce di quei lidi. Ed è possibile che se ne sia innamorato. Perché solo un grande amore può spiegare la sua fedeltà – e la sua capacità di raccontare le Ebridi con quella miscela di giustizia e puro affetto. Quella capacità, appunto, di fare dell’Isola di Lewis un mito.
Ma Peter May era, in primo luogo, uno scrittore di gialli. E gli si farebbe torto a ricordarlo senza accennare alla sua abilità nello scrivere romanzi di genere. Senza ricordare come fosse in grado di usarne le convenzioni per raccontare una società, le fratture che l’attraversano, la tortuosità delle persone che la animano. E addirittura – come in Lockdown - preconizzare una pandemia, con le sue conseguenze. Le sue trame erano impeccabili, le ferite interiori dei personaggi vivide e pulsanti, i suoi colpi di scena davvero tali. Ci mancherà. Ci mancherà il passo disteso ma sicuro, come quello di un viandante che saggia un sentiero nella brughiera, con cui ci introduceva e ci conduceva nelle sue storie. E ci mancherà l’Isola di Lewis – a meno di non rileggere i suoi libri – perché, in ogni caso, nessuno più saprà raccontarla come lui.