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Enzo Bianchi 1943-2026
Ricordando Enzo Bianchi, scomparso il 1° settembre a Torino, pubblichiamo il testo che Ernesto Franco, all’epoca direttore generale dell’Einaudi, scrisse nel 2013 per i settant’anni dell'amico e autore della casa editrice.
Un fare che sa
di Ernesto Franco
Un innamorato dell’uomo. Un teologo che cerca Dio nell’uomo. E per questo dell’uomo conosce e ama le grandi come le piccole cose. Le splendide e le tristi. Enzo Bianchi ama il fare che sta nelle cose, perché sa che il fare porta dentro di sé un tipo insostituibile di conoscere. Il fare sa. Ha costruito, anzi, meglio, ha edificato a Bose, partendo dal niente, una Comunità in cui si studia e si prega, in cui si intagliano mobili e dipingono icone, si pubblicano libri e si coltivano gli orti. La Comunità si è allargata, ma non solo, ha addirittura viaggiato, è arrivata ad Assisi, in Toscana, a Ostuni in Puglia, a Gerusalemme. E ha restaurato antiche chiese, aperto nuove Comunità. E sempre, a Bose come altrove, intorno a Enzo Bianchi, uomini con percorsi differenti, da tutto il mondo, si incontrano per parlare, per trovare idee ed esperienze non ovvie e non convenzionali per provare a capirsi meglio. Dialogo fra gli uomini e fra le religioni. Oltre le gerarchie, per una condivisa ansia di comprendere. «Umanizzare», «umanizzazione», «un percorso di umanizzazione» sono parole che ritornano nelle scritture e nella voce di Enzo, sia che parli della Bibbia o di problemi di stretta attualità sociale, e perfino politica. Parlo di «scritture» di Enzo Bianchi, al plurale, perché anche questo è un segno della sua curiosità profonda dell’uomo: la capacità di dominare in modo magistrale differenti tipi di scrittura, da quella piú strettamente teologica a quella omiletica, da quella sapienziale a quella giornalistica. Nel segno del farsi intendere, del dialogare con il tu per cercare qualcosa da condividere nel comune fragile percorso. E la prima cosa che si scopre con piacere, ma anche con stupore, leggendo e ascoltando Enzo Bianchi, è il senso nuovo che possono avere parole che consideriamo tanto vicine da non avere più segreti per noi. Le parole «Dio», «prossimo», «differenza cristiana», «non reciprocità» ecc. diventano bauli pieni di cose inedite su cui interrogarsi, diventano nuove e piú ricche. Naturalmente anche la scrittura è un fare che sa. Forse il piú alto. Da lí Enzo Bianchi arriva con perfetta coerenza fino alla sua nota sapienza della cucina e del vino, intesi anch’essi, in maniera generosa, come forzieri dell’uomo. L’ho sentito dire, con un sorriso ironico e complice, davanti a un folto pubblico, che «l’aperitivo è il saluto della gratuità del vino alla necessità del pane», ma gli ho sentito anche pronunciare, con il volto preoccupato, inappellabili critiche su cose e uomini che piú gli stanno a cuore. Enzo è l’uomo della parola vicinissima che scalda il cuore. Ed è l’uomo della parola piú alta, che illumina il pensiero.