Con il loro catalogo di stragi e miserie, gli anni Zero sono il buco nero nel quale precipita la modernità insieme a ogni ipotesi di futuro. Come si fa, allora, a raccontare un’epoca che sembra ineffabile per definizione? Le pagine di Anatra all’arancia meccanica incarnano uno sguardo possibile: non quello di chi si volta e prova a tirare le fila, ma quello di chi racconta in presa diretta, «immerso fino al collo nel disastro collettivo».
Scritti tra il 2000 e il 2010, i racconti di questa antologia ricostruiscono la percezione di un tempo nel suo svolgersi; leggerli oggi, con la speranza e la presunzione di avere da poco superato una soglia che non sia semplicemente numerica, non è solo un’immersione nel nostro passato più recente: nel cogliere i tratti di una stagione catastrofica, Wu Ming indovina il presente e prefigura il futuro.
Violenti, comici, spietati, caustici, rocamboleschi: i racconti di Anatra all’arancia meccanica provano a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se solo qualcosa fosse andato diversamente; toccano i grandi temi che hanno segnato gli ultimi dieci anni, eppure non li inquadrano mai in primo piano. E proprio in questo spostamento del fuoco, nello sguardo obliquo che va a vedere cosa succede intorno, subito prima o subito dopo, vediamo comporsi la biografia di un’epoca devastata e devastante. Forse, l’unico modo per scoprire cosa succede in un buco nero è lasciarsi precipitare, e provare a raccontarlo dall’interno.
Nella Postilla al libro Wu Ming racconta la genesi dei sedici racconti dell'Anatra. Un «backstage» che ci accompagna direttamente nel punto in cui nasce l'idea e si inventa lo sguardo.
Eccola in anteprima:
Benvenuti a 'sti frocioni 3
Questo racconto iperrealista, comico e straziante al tempo stesso, nasce dalla
gita a Roma di una band di giovani scrittori, finalizzata a prendere il primo
contatto con il mondo del cinema. Ne sarebbero seguiti altri, tutti eccetto
uno ugualmente infruttuosi. Ma nessuno sarebbe mai piú riuscito a competere
in assurdità con quell'incontro ravvicinato del primo tipo, nella primavera
dell'anno Domini 2000.
Leggendolo oggi, qualcuno potrebbe pensare che all'epoca, nel corpo a corpo
con uno dei loro primi racconti collettivi, la fantasia avesse preso la mano
agli autori. In effetti fa una certa impressione ricordare che Benvenuti
a 'sti frocioni 3 potrebbe anche essere una pagina di diario o un reportage
dal ciglio del burrone, in cui la fiction rasenta il grado zero.
Pantegane e sangue
Agli inizi del 2000, un amico scrittore di noir ci raccontò di essere
stato ingaggiato dalla Disney per scrivere un'avventura di Topolino. Messosi
al lavoro con (appropriatamente) fanciullesco entusiasmo, costui si rese presto
conto che i «paletti» piantati dalla multinazionale per impedire
che il personaggio fosse «snaturato» erano tanti e tali («Topolino
non può in nessun caso fare questo... Topolino non può in nessun
caso essere visto nella tal situazione...») da ingabbiare l'immaginazione
e rendere impossibile qualunque forzatura creativa. Allora perché contattare
un autore di noir? Nella celebre definizione di Borde e Chaumeton, il noir è
«onirico, strano, erotico, ambivalente e crudele». Contattare un
autore per poi chiedergli di non essere crudele né ambivalente, per nulla
erotico e al massimo moderatamente strano, ci parve un autentico controsenso.
A ogni modo, la testimonianza del collega accese la nostra fantasia, e decidemmo
di scrivere il racconto di un mondo Disney malsano e andato «fuori carreggiata».
Ovviamente, noi pensiamo che la parodia non faccia che disvelare l'intima verità
di quel mondo.
Per bizzarro che possa sembrare, Pantegane e sangue fu il primissimo
testo scritto dal collettivo Wu Ming.
Tomahawk
Il seguito di Benvenuti a 'sti frocioni 3 vide la luce pochi mesi dopo,
all'inizio del 2001. Rendersi conto - a proprie spese - che non era solo il
cinema a presentare qualche problema «relazionale», ma che anche
l'editoria nascondeva certe insidie, fu quasi un tutt'uno per i Senza Nome già
protagonisti del racconto precedente. Il primo tentativo di smarcarsi dall'esclusività
del rapporto con un solo grande editore si risolse infatti nel peggiore dei
modi. Non fu l'ultima brutta avventura in questo senso, e ciò nonostante
non scoraggiò il collettivo dal continuare a pubblicare anche con editori
di taglia mediopiccola. Quella prima «storta» impartí però
una lezione di cui si sarebbe fatto tesoro: il discrimine piú importante
per un autore non è tanto quello tra grandi majors ed editoria indipendente
(o supposta tale), quanto quello tra editori grandi o piccoli disposti a lavorare
in un certo modo - rapportandosi all'impegno di chi scrive secondo una regola
di efficacia e correttezza - e quelli che invece non ne vogliono proprio sapere.
Canard à l'orange mécanique
L'ispirazione per questo racconto fu triplice. Nel nostro primissimo incontro,
quello in cui decidemmo che da lí in avanti avremmo lavorato con lui,
il nostro agente Roberto Santachiara ci regalò una copia di un saggio
di Ariel Dorfman e Armand Mattelart, da tempo fuori catalogo: Come leggere
Paperino. Ideologia e politica nel mondo di Disney (Feltrinelli,
Milano 1972).
La lettura di quel saggio fece reazione con una vecchia battuta di Francesco
Guccini, sentita a un suo concerto, sulla parziale omonimia di Carl Barks e
Karl Marx. Aggiungiamo che tutto il collettivo aveva appena letto Nada
di Jean-Patrick Manchette... e les jeux sont faits!
Con riferimento a quanto accade nel capitolo 11 (!), ricordiamo che il racconto
fu sí scritto e pubblicato online nel mese di settembre, ma dell'anno
2000.
Bologna Social Enclave
Estate 2001, poche settimane prima delle manifestazioni contro il G8. Il Bologna
Social Forum era intento nei preparativi e cercava di organizzare iniziative
che portassero la gente a Genova. Wu Ming 1 e Wu Ming 4 assistettero a un'assemblea
cittadina in cui si alzarono cataste di portentose scempiaggini. Tornati a casa,
scrissero il racconto - di fatto una sorta di «verbale»: i nomi
sono stati cambiati e i dialoghi lievemente alterati a scopo di parodia, ma
l'assemblea descritta non è molto dissimile da quella vera.
Giuseppe Pontiggia diceva che scopo dello scrittore è scrivere «un
testo che ne sappia piú di lui». Il nostro racconto aveva capito
qualcosa che a noi ancora sfuggiva. Nelle settimane prima di Genova, la nostra
vis comica cercava di avvertirci: lo spirito, l'attitudine con cui si andava
a quell'appuntamento erano tragicamente inadeguati, sbagliati. Rimanemmo sordi
a quegli avvisi, e insieme a tanti altri sottovalutammo ogni cattivo segnale.
Fu cosí che cademmo in trappola.
Bologna Social Enclave è datato e sempre attuale.
Datato, per lo spirito con cui lo scrivemmo: all'epoca eravamo scanzonati e
speranzosi, ci permettevamo di riderci sopra, a certi rituali sclerotizzati
e sempre identici, certe usuali idiozie, certi riposizionamenti di correnti
e leaderini. Oggi ci fanno solo fatica mentale.
Attuale, perché di assemblee come queste se ne vedranno sempre.
La ballata del Corazza
Questo racconto nasce all'inizio del 2003 grazie a «Mesi d'Autore»,
un'iniziativa promossa dall'Istituto trentino di cultura.
Si tratta di scrivere un testo narrativo ispirato a uno degli affreschi del
Ciclo dei Mesi, dipinto nella Torre Aquila del castello del Buonconsiglio
di Trento. Ci tocca novembre e decidiamo di lavorare su un dettaglio: alcuni
guardiani di porci conducono le bestie in città, al macello.
Terminata la prima stesura, decidiamo di mettere il testo online, per sottoporlo
a una revisione pubblica, come per i programmi informatici open source: chiunque
può proporre modifiche, integrazioni, tagli.
La versione 1.1.0 del racconto viene presentata a Trento il 6 novembre 2003
con la lettura a due voci di Giacomo Anderle e Alessio Kogoj, la partitura musicale
di Quadrivium (Nicola Straffelini, Maurizio Zanotti, Giovanni Fiorini, Alessandro
Zanotti) e le fotografie di Monica Condini.
Negli anni successivi, la Ballata si trasforma ancora, con una nuova
versione musicale (a cura del duo elettronico ElSo), a fumetti (tavole di Onofrio
Catacchio) e teatrale (testo di Viviano Vannucci, presentato al concorso nazionale
Dante Cappelletti).
Questa, ulteriormente rivista, è la versione 1.4.0.
I trecento boscaioli dell'Imperatore
Questo racconto fu scritto dopo aver letto il libro Mitologia degli alberi
di Jacques Brosse (Rizzoli, Milano 1994) e donato alla campagna di Greenpeace
Scrittori per le foreste.
In Like Flynn
Questo racconto è indirettamente collegato al nostro romanzo 54.
Volevamo tornare sulla vexata quæstio del presunto filonazismo
dell'attore Errol Flynn, che secondo alcuni biografi fece addirittura la spia
per il Terzo Reich.
In 54 avevamo accennato alla questione in modo necessariamente sbrigativo,
e non avevamo potuto inserire il personaggio di Hermann Erben. Le fonti consultate
in seguito sembrano scagionare Flynn dall'ominosa accusa.
Come già in due nostri romanzi (Asce di guerra e 54), in
questo racconto compare, adeguatamente travisato, il nostro amico Leo Mantovani,
attore e mauvais vivant. Lo stesso Leo delle canzoni dei Massimo Volume
e dei romanzi di Emidio Clementi. Lo stesso Leo che interpreta Sergio, l'autore
di fumetti, nel film di Guido Chiesa Lavorare con lentezza (2004).
Gap99
All'inizio del 2008 la casa editrice Rizzoli ci propose di scrivere la sceneggiatura
di un fumetto noir. La stessa proposta era già stata accettata da altri
quattro autori italiani - Eraldo Baldini, Boosta, Piero Colaprico, Loriano Macchiavelli
- e avrebbe prodotto una raccolta a cura di Daniele Brolli, intitolata Cattivi
soggetti. Il noir italiano a fumetti (Bur 24/7, Milano 2010).
Nonostante il collettivo Wu Ming non avesse mai scritto veri e propri noir,
decise di cimentarsi nell'impresa. Per farlo si ispirò all'esperienza
reale vissuta da Wu Ming 4 e Wu Ming 5 alcuni anni prima, quando facevano i
buttafuori in un dancing della periferia bolognese. All'epoca avevano inaugurato
un piccolo new deal nella gestione della sicurezza interna, riuscendo cosí
a fronteggiare l'emergenza che erano stati chiamati a risolvere.
Nel volume Rizzoli, l'autore delle tavole, Elia Bonetti, ha modificato leggermente
la trama per adattarla al fumetto. Quella proposta qui è invece la versione
originale del racconto.
Momodou
Quando Giancarlo De Cataldo ci chiese un racconto per l'antologia Crimini
italiani, tornammo con la mente a una storia di qualche anno prima,
una storia vera, l'uccisione di un migrante da parte di forze dell'ordine, in
circostanze che avevano fatto pensare a un'esecuzione a freddo, priva di movente
a parte la pelle nera della vittima. In molti dubitavano della versione ufficiale
diffusa dai media. Momodou si ispira a quella vicenda, descrive l'uccisione
di un migrante africano in un imprecisato Sud Italia, descrive quel che accade
subito prima e subito dopo la morte, poi risale indietro nel tempo, all'infanzia
della vittima e a quella del carnefice. Nei limiti posti dal formato breve,
abbiamo cercato di raccontare - per accumulo di dettagli, ricordi, scambi di
frasi - una comunità generata dal razzismo. Anzi, due comunità
generate dal razzismo, perché in assenza di quest'ultimo, nemmeno la
comunità delle vittime sarebbe la stessa.
Pensiamo che la narrazione antirazzista, se vuole essere efficace, non possa
limitarsi a difendere chi subisce il razzismo, ma debba puntare a smontare le
comunità immaginarie che dal razzismo sono costruite e tenute insieme:
la comunità degli Occidentali; la subcomunità degli Italiani;
la sub-subcomunità dei Padani; le varie sub-sub-subcomunità di
strapaese e strapaesello.
La letteratura può aiutare a farlo, perché può seminare
il dubbio mettendoci in panni altrui, sostituire al nostro altri punti di vista,
farci uscire dai confini della nostra esperienza diretta
American Parmigiano
Nell'estate del 2008 il «Corriere della Sera» pubblicò, in
allegato al giornale, una serie di racconti d'autore, tra cui questo, che insieme
ad altri sarebbe stato ripubblicato nel volume Sei
fuori posto (Einaudi, Torino 2010).
Quando all'epoca il nostro agente ci inoltrò la proposta lo fece in una
maniera inusuale, cioè offrendoci anche lo spunto narrativo che secondo
lui avremmo potuto sfruttare. Ci disse di avere saputo dell'esistenza di una
lettera autografa di Benjamin Franklin, datata 1769, in cui veniva citato il
formaggio Parmigiano. Dato il nostro interesse del momento per gli eventi legati
alla Guerra d'indipendenza americana, ci suggerí di costruire il racconto
- apologo su brevetti, diversità culturale e «fuga dei cervelli»-
a partire da questa curiosità.
La lettera in questione è ovviamente quella riprodotta (anche se leggermente
modificata) a mo' di prologo.
Come il guano sui maccheroni
Verso la fine dell'estate 2008, Wu Ming 5 si trovò di colpo fuori di
casa, in preda alla paranoia, temendo di aver contratto qualche malattia infettiva
dal decorso potenzialmente assai grave.
Scoprí poi che l'avventura che gli era capitata è assai meno infrequente
di quanto si pensi, nei centri storici medioevali e rinascimentali delle nostre
città.
Si tratta quindi di un resoconto fedele.
I tratti iperrealistici e magico-analogici rappresentano il versante letterario
di quella che sarebbe altrimenti una mera pagina di diario. Qui il quotidiano
della vita urbana nei primi dieci anni del millennio confina con il minaccioso,
con lo straniante, con l'incomprensibile: piccoli, pericolosi parassiti invadono
la vita quotidiana, e non c'è nulla che tu possa fare, se non darti alla
fuga.
L'istituzione-branco
«La portata del disgusto e dil disastro ci forza, ci sorpassa, pone allo
scrivere questioni sempre piú gravi. Dobbiamo tentare altro dal nostro
consueto, gettarci, uscire ogni volta da noi stessi».
Cosí, la notte tra l'8 e il 9 febbraio 2009, veniva annunciata la messa
online di questo racconto scritto in versi, ispirato al caso di Eluana Englaro.
Il testo scatenò reazioni opposte. Un tale ci scrisse:
Una caricatura riuscita male, roba da Julius Streicher. Una cagata. Ma come
cazzo vi è venuta in mente? [...] Sembravate i piú furbi del mondo.
Possibile che la realtà vi stia scoppiando tra le mani e voi non riusciate
a farvene una ragione?
Sul blog Femminismo a sud apparve invece questo commento:
Lo abbiamo detto in tanti e tante. Ma non con questo ritmo, incalzante, lento,
piú veloce, rapido, rapidissimo. È cosí che va letto perché
si tratta di una sega di branco. Si racconta di uomini che procedono incessantemente,
eccitati, che si esaltano a vicenda e si incoraggiano, per arrivare a una violentissima,
vomitevole, eiaculazione di gruppo davanti al corpo inerme di una donna che
non poteva sentire né vedere. E alla fine arrivano, vengono. Epperò
flaccidi! Grazie, Wu Ming. Prendo il vostro racconto di sangue e rabbia, di
cuore e cervello, di pancia e disgusto e me lo porto in giro. [...] Lo porto
a passeggio ora che lo stupro si abbatterà sul padre di Eluana, sui medici
che hanno assistito sua figlia, su quelli che hanno esaudito una volontà
privata, che non avrebbe dovuto essere argomento di misera speculazione politica.
Forse è ora di fare tanti reading privati, collettivi, di famiglia. Ci
sono tanti modi per stare insieme. Stampate questo scritto e leggetelo a casa
invece che guardare la tivvú. Per ricordarci di cos'è stato questo
ultimo mese di Eluana Englaro.
Roccaserena
Lo stimolo iniziale per scrivere questo racconto, nell'ottobre 2008, ci arrivò
dall'equipaggio della rivista «Argo».
Il direttore, Valerio Cuccaroni, ci domandò un contributo per il numero
15 (uscito a marzo 2009). Filo conduttore del volume sarebbe stato un «viaggio
d'esplorazione» su e giú per l'Italia, all'insegna dell'oscenità.
Decidemmo di raccontare una storia di quotidiana videosorveglianza, cioè
di telecamere a circuito chiuso che promettono di trascinare in scena l'osceno
e si illudono cosí di farne piazza pulita.
Il testo nasce da un intreccio di fonti: l'esperienza diretta degli educatori
di strada della cooperativa La Rupe di Roccaserena (Tz), un intervento sul tema
di Guido Tallone (sindaco di Rivoli), la guida per la distruzione di telecamere
a circuito chiuso di RtMark, le pratiche di resistenza alla videosorveglianza
della Fundación Rodríguez.
In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso
L'occasione del racconto è una richiesta di contributo, in forma narrativa,
alla campagna nazionale per il referendum sull'acqua pubblica, a cui Wu Ming
ha prontamente aderito.
Il personaggio principale è una sorta di Marcovaldo distopico, le sue
avventure hanno luogo in una città perfettamente riconoscibile, in un
futuro posto appena dietro l'angolo.
Considerare l'acqua come risorsa economica e non come bene pubblico potrebbe
portare a scenari forse dissimili da quelli tratteggiati nel racconto, ma certo
egualmente tristi. Del resto anche gli uomini sono risorse economiche: la brutalità
del concetto «risorse umane» passa generalmente innavvertita, e
forse arriveremo davvero, senza accorgercene, in un luogo del tempo a venire
dove bere e lavarsi è un privilegio, o quasi.
Arzèstula
Una comunità di sopravvissuti nell'autogrill del Cantagallo, dediti a
tecniche di visualizzazione del futuro. Giocavamo con quest'idea da almeno un
anno quando il collega Giorgio Vasta ci chiese un racconto per l'antologia che
andava mettendo insieme, Anteprima nazionale (minimum fax, Roma 2009).
Qui la questione è la questione: il ruolo sociale e nuovamente fondativo
di una narrazione che abbracci l'intera vicenda umana, dall'origine a un futuro
anteriore che non possiamo vedere ma su cui possiamo far lavorare l'immaginazione.
Tutto questo in un contesto piú ampio, di vicenda cosmica. Per dirla
con un nostro lettore:
«È proprio necessario un reset radicale del mondo in cui viviamo,
prima di poter ridare alla narrazione quel che le è proprio? Oppure è
già in parte possibile qui e ora?»
Arzèstula è un omaggio alle lingue che muoiono e al mondo
della grande bonifica ferrarese, Italia nordorientale, tra la Romagna e il Delta
del Po.
Sul sito di Wu Ming, uno speciale
dedicato a Anatra all'arancia meccanica, con un estratto dalla prefazione
di Tommaso De Lorenzis.
In occasione dell'uscita del libro, wumingfoundation.com
si presenta in una nuova veste grafica, realizzata, come la copertina, da Andrea
Alberti di Chialab.