Wu Ming 1, Roberto Santachiara

«Point Lenana»


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E dunque, che razza di libro è questo?
È un racconto di tanti racconti. Parla dell’Africa (di tante Afriche) e delle Alpi Giulie, parla di Italia e «italianità», di esploratori e squadristi, di poeti e diplomatici, di guide alpine e guerriglieri. Attraversa i territori e la storia di quattro imperi.
È un racconto di racconti di uomini che vagarono sui monti. Uomini che in pianura e in città indossavano elmi, cotte di maglia, armature da ufficio, e solo in montagna si sentivano finalmente leggeri, finalmente sé stessi. La montagna era tempo liberato, rubato al dover vivere, conquistato con unghie, denti e piccozza. Quando scendevano – perché prima o poi tocca farlo – la vita li riafferrava, la gravità li tirava giú e tornavano a essere, come scrisse uno di loro che poi si tolse la vita, «i falliti». Lo furono anche nella buona sorte: qualcuno ebbe successo nella professione, girò il mondo, fece piú di una bella figura in società, poté contare su una famiglia che lo amava… Eppure, nulla di tutto ciò rimpiazzava una salita in montagna, una notte in bivacco, uscire dal rifugio e assistere in marcia al sorgere del sole.
Tutti i giorni sognavano. Sognavano il cameratismo della cordata o la pace concentrata e acuta dell’ascesa in solitaria. Tutti, senza eccezioni, sognavano il vento che sferza naso e guance mentre lo sguardo si perde dalla vetta, rivivevano l’istante prima della discesa, l’ultimo languore che precede la tristezza, la mancanza, il congedo dal mondo che non conosce il dover vivere.
Qualcuno ha detto: la vita è quel che che ti accade mentre cerchi di fare altro. Quei «falliti» siamo noi, noi che mal sopportiamo le interruzioni. «Fallito» è chi scrive queste righe: che siamo alpinisti o scrittori (e a volte siamo entrambe le cose), artisti o viaggiatori, noi non riusciamo a farci comprendere, abbiamo la testa scoperchiata e il cielo dentro, vorremmo disertare il dover vivere, chiedere asilo nel mondo alternativo che ogni tanto visitiamo, ma non si può, perché la vita è altro, la vita è quel che irrompe e spezza il filo dei pensieri, dei sogni a occhi aperti.
Per riafferrare quel filo la prossima volta, o illuderci di poterlo fare, noi scriviamo. Scriviamo appunti, resoconti, lettere, a volte romanzi.
Tra i «falliti» di cui racconteremo, la montagna fu male divenuto cura: bacillo inoculato in tenera età, tornò utile per lenire i traumi dell’educazione rigida, della corazza da «veri uomini» (quelli che non piangono e non si perdono in mollezze!), del lungo viaggio attraverso il fascismo e la guerra e, per alcuni, di una lunga prigionia, un difficile ritorno, un impossibile riadattarsi.
Quei traumi li accompagnarono per tutta la vita. Non si liberarono mai dell’armatura, ma sui monti vissero momenti di intensa gioia, sincera autocoscienza, incorazzata lucidità.
Noi lo sappiamo perché ne scrissero.
Nella scrittura e solo in essa, quegli uomini furono senza difese, e anche dove cercarono di difendersi con piccole reticenze e intenzionali lacune, affidarono ai lapsus calami le loro verità. Ci hanno raccontato il mondo alternativo e dunque, per contrasto, il mondo del dover vivere.
Da qui ripartiamo. Per far tesoro della spinta che supera la «bestiale acquiescenza all’immediato», e trovare noi stessi in quelle pagine.

Wu Ming 1 e Roberto Santachiara, «Point Lenana»

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Un libro contro lo sconforto. Senza prediche o consolazioni a buon mercato, e anzi problematico, indugiante, perplesso, mai sfiorato dalla tetra litania del think positive. È l’impressione che si ricava dalla lettura di Point Lenana, scritto a quattro mani da Wu Ming 1 e Roberto Santachiara sulla scia della fascinazione per una storia semplice, ma nella sua semplicità inesauribile.
[…] Accumulando incontri, interviste, letture e riflessioni, gli autori s’immergono in un arcobaleno di sfumature, lo sguardo sempre fisso all’evento-matrice: una fuga insensata, un atto libero e sovrano di sottrazione temporanea al comando […].
Con una scelta felice, Wu Ming 1 e Santachiara non saccheggiano il libro di Benuzzi: l’impresa vera e propria non è raccontata (né parallelamente rivelano, nella cornice, cosa hanno trovato loro sulla Punta Lenana). Coperto da un’ellissi, il cuore della vicenda viene lasciato al suo silenzio, in disponibilità per l’immaginazione, mentre la storia pubblica urla e stride sullo sfondo.

Daniele Giglioli, Corriere della Sera

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È il gennaio del 2010 quando Wu Ming 1 parte per il Kenya. La destinazione precisa è il Mount Kenya National Park. L’obiettivo del viaggio, salire in cima al monte Kenya. Con lui c’è il suo agente Roberto Santachiara, Cecilia – moglie di Roberto -, la guida Mike Rukwaro Mwai e i suoi sei assistenti, tutti gikuyu. Delle tre cime del monte Kenya, quella prescelta è la più «semplice»: Punta Lenana, con i suoi 4985 metri sopra il livello del mare, è l’unica che si raggiunge camminando.

Se i suoi compagni di viaggio sono già esperti camminatori d’alta quota, Wu Ming 1 non ha mai superato i 1000 metri. Non sa nulla di alpinismo, non è allenato, non ha nessun particolare interesse per la montagna. Ma allora perché è li?

È Santachiara a custodire la ragione di quel viaggio: una storia - o meglio «un rizoma di storie», come racconta lo stesso Wu Ming 1 su Giap – che si avvolge attorno a quella montagna attraverso un secolo, e che ha come nucleo l’impresa di tre prigionieri di guerra italiani: Felice Benuzzi, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti. Era il 1943 quando evasero dal campo britannico di Nayuki per scalare il monte Kenya. Proprio così: il loro scopo non era fuggire, ma raggiungere Punta Lenana, ridiscendere e riconsegnarsi agli inglesi. I preparativi durarono mesi, durante i quali i tre costruirono da soli l’attrezzatura. Senza l’aiuto di cartine, con l’unico vaghissimo riferimento dell’immagine della montagna stampata su un barattolo di conserva, attraversarono la foresta e stanchi, denutriti, sfibrati dalla prigionia, cominciarono la scalata.

Quell’impresa è raccontata da Benuzzi in un libro – o forse due, ed è solo uno dei «misteri» che circondano la sua storia – celebre in Inghilterra e quasi sconosciuto in Italia: No Picnic on Mount Kenya. Ed è sulle tracce di quel libro che decide di muoversi Santachiara quando chiede a Wu Ming 1 di accompagnarlo sulla cima del Kenya. Inesperto, fisicamente impreparato, a digiuno di montagna, è lui il compagno ideale: perché Santachiara immagina un libro, e vuole che a scriverlo sia qualcuno costretto a provare una sensazione almeno simile a quella dei tre prigionieri italiani. Che erano, sì, camminatori esperti, ma avevano compiuto la scalata in pessime condizioni fisiche. Quello che ne sarebbe venuto fuori – Santachiara l’aveva intuito – sarebbe stato un libro di montagna diverso da tutti gli altri libri di montagna, e un libro di Wu Ming diverso da tutti gli altri libri di Wu Ming. Perché «non ci si pensa mai, ma scrivere è un atto fisico, è un’azione del corpo. Quello che scrivi dipende dalla postura che assumi, da come il tuo corpo interagisce con lo spazio intorno. Se metti alla prova il corpo metti alla prova la scrittura. Scrivere appunti su un taccuino mentre arranchi verso la vetta di una montagna è un’azione che ti fa correre un rischio, potresti distrarti, cadere, romperti una gamba o peggio. – Racconta Wu Ming 1 a Lorenzo Filipaz. - Se, addirittura, è la primissima volta che scali una montagna, lo scrivere si accompagna a posture mai assunte, movimenti che il corpo non aveva mai compiuto. Per me è stato così: gli appunti che ho preso sul massiccio del Kenya, marciando a corto d’ossigeno, o in uno dei rifugi dove abbiamo dormito, o seduto su un lastrone di basalto, circondato da iraci che saltellavano sulle rocce, contengono concatenamenti di immagini che, riletti a mente fredda, hanno sorpreso anche me».

Point Lenana comincia sulla vetta del Kenya, poi torna indietro e si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio, tiene al centro la biografia di Felice Benuzzi ma attraversa 102 anni di Storia e racconta degli italiani in Africa e degli sloveni a Trieste, racconta storie di alpinismo e di irredentismo, dai fascismi di ieri e di oggi ma anche della lotta partigiana e di altre resistenze. Racconta anche dei due autori, del loro rapporto con la montagna e con la narrazione. Che lo si voglia definire un UNO (nel senso di unidentified narrative object), un libro di jazz modale o semplicemente un «racconto di tanti racconti», Point Lenana è, come scrive Lorenzo Filipan nell’introduzione alla sua intervista, «un’opera che rompe salutarmente gli schemi, saltando steccati di genere, di stile e di mercato editoriale».

E dal 30 aprile, giorno dell’uscita in libreria, Wu Ming 1 – accompagnato talvolta da Roberto Santachiara – sarà in giro per l’Italia per raccontarlo: qui le date degli incontri.

Su Twitter si parla del libro con l’hashtag #PointLenana

Nato su Tumblr per iniziativa di alcuni lettori, il blog/archivio dedicato al libro.


Il libro


Point Lenana - copertina

Wu Ming 1


Roberto Santachiara


Point Lenana


2013
Stile libero Big
pp. 608
€ 20,00
ISBN 9788806210755

«E dunque, che razza di libro è questo? È un racconto di tanti racconti. Parla di esploratori e squadristi, di poeti e diplomatici, di guide alpine e guerriglieri, dell'Africa e delle Alpi Giulie. Attraversa i territori e la storia di quattro imperi. Parla di uomini che vagarono sui monti. Uomini che in pianura e in città indossavano elmi e armature, e solo in montagna si sentivano finalmente leggeri, finalmente se stessi. La montagna era tempo liberato, rubato al dover vivere, conquistato con unghie, denti e piccozza».

Wu Ming 1, Roberto Santachiara, Point Lenana

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