Aveva sedici anni. Da sei andava a caccia con gli uomini grandi. Erano sei anni ormai che sentiva le più belle storie. Della natura selvaggia, delle grandi foreste, più grandi e più vecchie di qualsiasi documento si conservi; storie dell’uomo bianco così fatuo da credere di averne comperato un frammento, e dell’indiano così spietato da pretendere che ogni frammento fosse stato suo da tramandare; più grandi del maggiore de Spain e del pezzo che pretendeva, sapendola più lunga; più vecchie del vecchio Thomas Sutpen da cui il maggiore de Spain aveva avuto la terra e che la sapeva più lunga; più vecchie anche del vecchio Ikkemotubbe, il capo Chickasaw, da cui il vecchio Sutpen aveva avuto la terra e che a sua volta la sapeva piùlunga. Di uomini, né bianchi né neri né rossi, ma uomini, cacciatori, con la forza e la volontà di resistere e l’umiltà e la capacità di sopravvivere, storie di cani e dell’orso e del cervo in contrasto e in rilievo, nella e dalla natura selvaggia condannati e comandati allo scontro antico e implacabile secondo regole antiche e inflessibili che svuotavano ogni rimpianto e non davano tregua; la caccia più bella che c’è, il respiro e l’ascolto più bello che c’è, le voci quiete e possenti e intente all’introspezione e al ricordo e alla precisione in mezzo a concreti trofei – i fucili nella rastrelliera e le teste e le pelli – nelle biblioteche delle case in città o negli uffici delle piantagioni, o (meglio ancora) negli accampamenti stessi, le carni intatte e sempre calde degli animali ancora appesi e gli uomini che li avevano ammazzati seduti davanti ai ciocchi ardenti del focolare quando c’erano case e focolari o quando non c’erano intorno alla vampa fumigginosa di legna accatastata davanti ai teli ben tesi delle tende. C’era sempre una bottiglia, così gli pareva che quei bei gloriosi momenti di cuore e cervello e coraggio e furbizia e prontezza fossero concentrati e distillati nel liquore scuro che né le donne né i ragazzi né i bambini, ma solo i cacciatori bevevano, bevendo non il sangue che versavano, ma un condensato dell’immortale spirito selvaggio, bevendolo con moderazione, con umiltà perfino, non con la speranza volgare e infondata del pagano di acquistare in tal modo le virtù dell’astuzia e della forza e della prontezza, ma alla loro salute. Così in quella mattina di dicembre gli parve non soltanto naturale ma del tutto giusto che ogni cosa fosse cominciata con il whisky.
William Faulkner, L’orso, da Go down, Moses
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Il vero scrittore non inventa delle storie, non propone dei temi: inventa una lingua.
Profondi linguisti ci hanno insegnato che nelle culture orali il pensiero e il linguaggio sono mossi da un istinto cumulativo e procedono nel modo dell’addizione. Li domina un’onda aggregativa; sulla spinta verticale, subordinante, sintattica prevale un’espansione arborea, ramificante. È il moto proprio della prosa faulkneriana, dove l’impatto della tradizione orale, dell’oratoria nera e sudista, della voce nera, contribuisce a creare un timbro unico, originalissimo. E dove accade il miracolo perturbante, sinistro, di una metamorfosi, grazie alla quale il muto disporsi delle parole nei segni silenziosi della scrittura si solleva nel brusio del parlato e trasporta il lettore in un mondo sonoro sinuoso, avvolgente. Il ritmo può essere comico, solenne, andante, adagio, veloce a seconda dell’esecuzione. In Go down, Moses si susseguono vari ritmi e registri espressivi: dal comico di Fu al solenne dell’Orso, dall’adagio del funerale di Samuel Worsham Beauchamp, all’acuto spasmodico dell’urlo di Rider. Il timbro che su tutti predomina è quello luttuoso, nella variante stereotipa delle pagine del Fuoco e il focolare, dove si celebra Molly Beauchamp con le stesse parole dell’elogio funebre di Callie – un pezzo di bravura nello stile retorico sudista: o nell’urlo scomposto, una specie di assolo jazzistico di Rider, il Pantalone nero, il Pierrot, l’Orfeo... In questa voce e maschera c’è intera l’anima di Faulkner: è nera. E c’è il suono profondo del libro: è un grido.
Dalla postfazione di Nadia Fusini
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Forse ha ragione Alessandro Baricco quando nella sua rubrica su Repubblica scrive che nella produzione sterminata di Faulkner Go down, Moses è un libro che è rimasto «in penombra, rispetto alla luce abbagliante di certi capolavori». Fu scritto nei primi anni Quaranta, quando l’autore attraversava un periodo di grave difficoltà economica; presentato all’editore come un romanzo, fu pubblicato invece come una raccolta di racconti (fatto che costituì per Faulkner un piccolo shock). In effetti, spiega Nadia Fusini nella postfazione, Go down, Moses si presenta come «una catena di episodi, che si riferiscono a persone che hanno a che fare con la dinastia Beauchamp-McCaslin. Slegato, episodico riguardo all’unità di tempo, il libro trova le sue unità di luogo e di azione nella storia delle relazioni di parentela tra il bianco e il nero».
Sette storie, ognuna delle quali può essere letta come un racconto indipendente, ma che nella giustapposizione si accendono di risonanze nuove e svelano connessioni inaspettate, e insieme compongono un’opera più grande e più compiuta. Tra questi episodi-movimenti ce n’è uno, che si chiama L’orso, che è la storia più lunga e probabilmente la più bella della raccolta (e una delle storie più belle mai raccontate da Faulkner). Ed è su L’orso che Baricco scrive: «Non per fare sempre classifiche, ma se dovessero dirmi di buttare tutto e tenermi dieci libri da rileggere per il resto della vita, alla fine questo racconto sarebbe lì in mezzo, per ricordarmi che si può raccontare anche in quel modo, in quell’assurdo, illogico modo».
Una lingua fatta di pietra, quella di Faulkner, una lingua scolpita, «perché lui ha sempre solo scritto monumenti, e la solennità era quasi l’unico sound di cui disponeva», continua Baricco. Ma precisa: «non bisogna pensare che si debba entrare in questo libro come se fosse una rappresentazione sacra a cui genuflettersi, facendo penitenza. Non sarei qui a parlarne. Lo faccio perché invece è un avventura, emozionante. Si entra in quel racconto come il ragazzino entra nella foresta, e si impara ad abitarlo come lui apprende di quella foresta i suoni, le vie, il mistero. […] Ci sapeva fare, il vecchio Faulkner, e quella storia ve la ritroverete addosso come di rado vi sarà successo, gli odori il freddo la paura. Consumandola fino in fondo, a un certo punto vi troverete a scoprire che da nessun’altra voce vorreste farvela raccontare, e allora sarete davanti all’Orso, finalmente, cioè molto vicini al cuore di quel borbottio che sembrava illogico e d’improvviso sarà l’unica lingua che in quel momento volete capire. Promesso».
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William Faulkner![]() Go down, Moses
2002
Supercoralli pp. 371 € 18,00 ISBN 9788806158002 Indice
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Postfazione di Nadia Fusini
Traduzione di Nadia Fusini
Traduzione di Maurizio Ascari
Go down, Moses è un tuffo nell'anima nera dell'America, fatta di compassione, sacrificio, tolleranza, sopportazione. Ed è anche un tuffo nella natura selvaggia, nella quale un bianco può trovare la forza di rinunciare ai propri privilegi e cercare un destino diverso da quello stabilito dai padri. SCHEDA LIBRO
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