Valeria Parrella

«Lettera di dimissioni»


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Le cose non si compiono all’improvviso, ma all’improvviso le vedi nel loro intero: un momento dopo, seduta sulle scale del Palazzo delle Esposizioni, tutto era già logico e scontato. Tutto era esattamente come doveva andare. Non c’era fortuna, ma gli accadimenti nel loro giusto ordine: da Alessandro con il turbante in testa che dalla fotografia mi guarda e ride, accovacciato sui suoi dieci anni, a quell’aereo che al massimo la prossima settimana mi avrebbe portato a Milano: era tutto come doveva andare. Seduta a via Nazionale, la stazione a sinistra, il luogo dove avevo lasciato Stefano a destra, iniziò a salirmi un fuoco nel petto. Quel germoglio di inquietudine già diveniva tensione per il futuro, aspettativa su me stessa.

Valeria Parrella, Lettera di dimissioni

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Da dove si comincia a raccontare la propria storia?
Clelia ha trovato un inizio possibile in un passato lontanissimo: è il 1914 quando la nonna Franca Čechov arriva a Napoli dalla Russia, e da Napoli non se ne va più. Da quel punto sull’asse del tempo, Clelia dipana una dopo l’altra le fortune alterne della sua famiglia, l’albero solido e giusto che l’ha generata. Eppure, adesso che l’età adulta di Clelia non è più solo futuro da immaginare e assume invece la sua forma compiuta, sembra che lei di quella pianta buona rischi di diventare l’unico frutto sbagliato.

Cresciuta a Pompei da genitori comunisti – capaci, con la loro «scelta di provincia», di «lottare nel proprio ambito, aborrire il compromesso anche quello semplice dell’abito nuovo o del fondotinta, militare l’idea nella famiglia e nella comunità, fare politica facendo la polis» –, libera e colta, Clelia sogna il teatro, ed è caparbia (o fortunata) abbastanza per trasformare il sogno in mestiere. Prima regista promettente, poi regista di successo, infine direttrice di un teatro stabile – la più giovane d’Italia: tutto va come doveva andare, la perfezione di un disegno che si compie. Finché all’improvviso, mescolato allo stupore dei desideri esauditi, Clelia ne distingue un altro, lo stupore amaro di chi non sa più riconoscersi: «Menomale fu la parola che mi scopersi albergare piú spesso tra i pensieri».

E il meno-male, il male minore, è la scelta sistematica che sembra imposta ma che diventa in fretta naturale. «Sei così per bene e così di sinistra», si lascia dire Clelia dal nuovo amante che ha sostituito il vecchio amore.
Raccontando – a se stessa, prima di tutto – il proprio passato, Clelia prova allora a cercare il punto in cui qualcosa si è rotto e quello che adesso è il presente ha cominciato ad accadere. Dall’infanzia alle falde del Vesuvio alla relazione con Gianni, l’uomo «giusto come sarebbe dovuto essere il mondo», dalla prima volta all’opera con lo zio Riccardo alla regia del primo spettacolo abbozzata a matita su un foglietto, si delineano parallele le vicende di una donna e di un Paese, accomunate dalla rinuncia a far coincidere ciò in cui si crede e ciò che si fa.

Valeria Parrella torna al romanzo con un libro necessario, nel quale convergono i temi civili delle prime opere e la voce sensuale e matura de Lo spazio bianco. Nella storia di Clelia c’è il ritratto di una generazione assuefatta al compromesso, apparentemente rassegnata. Ma c’è, anche, la prefigurazione di una possibilità di rivolta, un’assunzione di responsabilità che di questa generazione, di questo Paese, può segnare il riscatto.

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«Con quella lingua che sa di mare e di Napoli e di Ortese, che punge come una medusa, taglia come l'eco di un'invettiva di Pasolini e poi torna morbida di parole domestiche, di madre e di cucina, Parrella racconta la storia di Clelia: che è la sua e quella di tutti, è la storia dell'Italia com'è diventata, è il ritratto politico e morale di un Paese che non si può smettere di amare ma dal quale ci si deve difendere [...].
È il romanzo del tempo di mezzo, questo. Il libro che racconta dove non potevamo più stare quando non sapevamo ancora dove andare».

Concita De Gregorio, la Repubblica

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«Il linguaggio della Lettera di dimissioni è un linguaggio di cose: tutt'altro che lineare s'intreccia in nodi che gli danno peso, consegnandolo a una visibile materialità. Altrimenti detto è un linguaggio a vocazione figurativa, che puoi toccare e in cui alle volte perderti come nei vicoli di Napoli».

Angelo Guglielmi, ttL - La Stampa

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«Il nucleo che la scrittrice affronta è importante e alto: politico in primo luogo, sulla storia del Paese e sulla storia di una generazione, delle quali trae un rendiconto sofferto e critico. [...] Inoltre, la lingua che la Parrella costruisce per quest'opera è una lingua letteraria propria e duttile, dominata con sapienza, capace delle vertigini profonde con cui ci aveva allettato per esempio ne Lo spazio bianco».

Ida Bozzi, Corriere della Sera

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Lo scorso 22 ottobre, Valeria Parrella è stata ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa.
Vi presentiamo, dal dal sito Rai.tv, il video dell'intervista.

 

I libri di Valeria Parrella nel catalogo Einaudi


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