Un'idea d'italiano/Un'idea d'Italia

6. Sergio Luzzatto


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Indignatevi!: l’appello di un grande vecchio d’oltralpe, Stéphane Hessel, non è rimasto confinato alla Francia, ha raggiunto anche noi come un caso editoriale. Viviamo circondati dalla retorica dell’indignazione. Ma viviamo anche circondati dal monito che l’indignazione non è tutto. Un altro grande vecchio, italiano questo – Pietro Ingrao – ci ricorda, dalla copertina di un libretto appena uscito, che Indignarsi non basta.
Impossibile sciogliere qui il nodo gordiano dell’indignazione e dell’insufficienza dell’indignazione. Più praticabile un obiettivo altrimenti modesto: un piccolo esercizio di lettura, sul libro di un autore che Giulio Bollati non si stancava di rileggere per capire l’Italia, e gli italiani: Alessandro Manzoni.
Mi sono divertito a cercare nei Promessi sposi la parola-chiave di questi nostri tempi: la parola «indignazione». Anzi, più esattamente: la parola «indegnazione». Perché così Manzoni la scrive nel romanzo. Ed è una scelta lessicale non priva di conseguenze, perché scrivendo la parola così l’autore dei Promessi sposi può farla entrare in risonanza diretta con quello che è (più o meno) il suo contrario: la parola «degnazione».
Forse, il gioco della degnazione e dell’indegnazione è – come lo definirebbero i logici – un gioco a somma zero. In ogni caso, per capire l’Italia di Manzoni, e soprattutto per capire l’Italia di oggi, guardare al mondo della degnazione è forse altrettanto necessario che guardare al mondo dell’indegnazione.
Di sicuro, al nostro orecchio di moderni la parola «degnazione» suona più rara che l’altra. Un contemporaneo di Manzoni – Niccolò Tommaseo – la definiva come segue nel suo famoso Dizionario della lingua italiana: (cito) «Modo di riverenza più o meno sincera, e particolarmente [verso] gl’inferiori». Cioè (leggendo Tommaseo fra le righe): la «degnazione» come via di mezzo fra un omaggio sottolineato e una malcelata supponenza.

Dunque: nei Promessi sposi, la parola del nostro tempo – «indegnazione» – compare quattro volte, in luoghi decisivi. E rimanda sempre a quella che un lettore particolarmente acuto del romanzo, Ezio Raimondi, ha chiamato «la morale di fra Cristoforo».

   1) E’ l’indegnazione (cito) «santa» che Manzoni attribuisce al padre cappuccino quanto questi apprende del sopruso di don Rodrigo ai danni della giovane Lucia.
   2) E’ l’indegnazione riflessa che Manzoni attribuisce al padre guardiano del convento di Monza, quando questi legge la lettera di fra Cristoforo che lo prega di accogliere Lucia.
   3) E’ l’indegnazione (cito) «disperata» che Manzoni attribuisce a Lucia stessa davanti all’innominato, prima della conversione di quest’ultimo.
   4) E’ l’indegnazione dell’innominato stesso, dopo la conversione, verso le sue proprie colpe di uomo malvagio.

La parola che sembra invece non echeggiare più nel nostro tempo – «degnazione» – ricorre tre volte nei Promessi sposi. E appartiene a quello che Raimondi ha chiamato «il codice di don Abbondio». Manzoni la mette in bocca sempre e soltanto al suo curato, in tre luoghi non meno decisivi del romanzo.

   1) E’ la degnazione che don Abbondio riconosce, in positivo, all’innominato, dopo che questi si è provvidenzialmente convertito, ha deciso di proteggere Lucia, e aiuta il curato a salire sulla mula.
    2) E’ la degnazione che don Abbondio imputa, in negativo, a don Rodrigo, dopo la morte di questi per la peste (cito il passo famoso: «Non lo vedremo più andare in giro con […] quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione»).
   3) E’ la degnazione che nel finale del romanzo don Abbondio riconosce, di nuovo in positivo, sia all’inarrivabile cardinal Federigo, sia al «signor marchese» (cioè colui che erediterà il potere di don Rodrigo…), i quali lo hanno mandato a salutare.

Ebbene, non c’è assolutamente da stupirsi di una contrapposizione così netta – frontale – tra il mondo dell’indegnazione e il mondo della degnazione nei Promessi sposi: riesce normale, dal momento che la degnazione è, almeno letteralmente, il contrario dell’indegnazione. Piuttosto, riescono istruttive da un lato la tonalità stilistica, dall’altro, la cifra ideologica che Manzoni attribuisce alle due parole.
Quanto alla tonalità, è significativo il fatto che la parola «indegnazione» sia – in tutte e quattro le sue ricorrenze – una parola del narratore: che non appartenga, cioè, al discorso diretto di uno dei personaggi, ma sia sempre parola di Manzoni come voce fuori campo. Invece, la parola «degnazione» – in tutte e tre le sue ricorrenze – è sempre un “virgolettato”: è parola diretta di don Abbondio, il quale (notava ancora Raimondi) è in assoluto il personaggio più “dialettale” del romanzo, cioè quello da cui il narratore si riserva un massimo di distanza critica.
Altro modo per dirlo: il cuore di Manzoni batte, chiaramente, per la figura di padre Cristoforo, non per quella di don Abbondio. In tal senso, si potrebbe sostenere che il cuore di Manzoni batte per l’indignazione, non per la degnazione.
Ma dobbiamo stare attenti: oltreché alla tonalità stilistica del discorso, dobbiamo guardare anche alla sua cifra ideologica! Perché l’intreccio, il plot, nei Promessi sposi, conterà pur qualcosa... Conterà pur qualcosa il fatto che – come tutti sappiamo – alla fin fine padre Cristoforo muore, e don Abbondio sopravvive!
Cioè (anche questo è «sugo di tutta la storia») nella vita l’indegnazione non paga, la degnazione sì… E Alessandro Manzoni – in ultima istanza – non ci trova nulla da ridire. Che il gioco sia a somma zero, e che l’indegnazione perda, sembra rientrare agevolmente nella sua concezione provvidenzialistica del mondo e della storia. Provvidenzialistica, cioè cattolica, e conservatrice.
Così, se questo mio minuscolo esercizio di lettura ha un senso, e se la centralità ottocentesca di Manzoni – come pensava Giulio Bollati – dice qualcosa dell’Italia di allora e annuncia qualcosa dell’Italia di oggi, in tal caso il gioco dell’indegnazione e della degnazione nei Promessi sposi ci interpella: parla anche a noi, e di noi. Appunto perché il criterio di giudizio di Manzoni è ancora il nostro, o comunque è quello di tanti italiani intorno a noi: l’onore delle armi a fra Cristoforo, l’onore della vittoria a don Abbondio.

Forse, l’Italia è il paese in cui la morale di fra Cristoforo deve ancora e sempre cedere “cattolicamente” il passo al codice di don Abbondio: un codice – un criterio – che giudica in negativo la degnazione del potente verso gli inferiori soltanto a corpo morto (soltanto quando don Rodrigo è stato «scopato» via dalla peste), mentre la giudica in positivo finché il potente è vivo: sia questo l’innominato, o l’arcivescovo, o il signor marchese.
L’Italia è il Paese in cui una minoranza più o meno virtuosa risponde all’appello Indignatevi!, ma dove una maggioranza più o meno silenziosa continua a chiedere ai potenti – siano questi politici della Repubblica o presuli del Vaticano – niente più che una parola di circostanza, o un gesto di etichetta. Chiede insomma ai potenti un omaggio di maniera, che nasconde (o piuttosto non nasconde) l’asimmetria della forza.
Degnatevi! L’Italia è il Paese di chi, come don Abbondio, pretende dai potenti di essere mandato a salutare, oppure – al massimo – di essere aiutato a salire sulla mula.

Sergio Luzzatto

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