Centinaia di scaffali non basterebbero a contenere le innumerevoli «deprecazioni» italiane per un’identità che avrebbe dovuto esserci e invece non c’era, oppure che c’era stata ma non c’era più. Un solo esempio fra i tanti: quando nel 1540 il crollo catastrofico delle «libertà italiane» è già avvenuto, – e in modo per secoli irreparabile –, in quella che nonostante tutto è la prima, e infatti si chiama Storia d’Italia, Francesco Guicciardini, lui che avrebbe dovuto spiegarcelo, esordisce con un brano di rara forza ed efficacia per chiedersi con stupefazione e con angoscia come tutto ciò fosse potuto accadere.
Stupefazione senza spiegazione: da allora questo singolare nesso tante volte nella nostra storia è stato ripetuto da diventare la sigla più tipica del nostro modo d’essere «italiano», o, come io preferisco dire, «italico».
Insomma: lingua e letteratura; arti, musica, forme artistiche ed espressive; e canti e strepiti di poeti, ammonimenti di storici e di presunti politici; recriminazioni d’insigni uomini di cultura. Questo, non c’è dubbio, c’è, ed è, per quanto la definizione sia di frequente approssimativa, italiano. Ma questa spesso formidabile macchina di cultura, di pensiero e d’immaginazione esce dalle inesplorate profondità della stirpe, ma poi cala dall’alto, senza mai fondersi compiutamente con il basso, che è, e resta, nonostante tutti gli sforzi, un’altra cosa. Macchina di cultura, di pensiero e d’immaginazione indubitabilmente formidabile, ma in Italia sempre sempre minoritaria, talvolta ai limiti della setta o della conventicola segreta.
Gli italiani a loro volta si dividono in due specie nettamente distinte, anzi, più esattamente, contrapposte: quelli che troverebbero opportuno fondere le due cose, l’alto e il basso, l’identità culturale e l’identità nazionale, la cultura e la politica, e a questo fine lottano, si battono ed eventualmente sono disposti a morire; e quelli ai quali nulla importa di meno che raggiungere tali obiettivi. Chiamo i primi italiani, i secondi non italiani.
Devo precisare: la distinzione non è strettamente politica né ideologica: il fascismo, dopo il fallimento liberale (verificatosi in gran parte proprio su questo terreno), ha tentato a modo suo, – naturalmente per una strada sbagliata, – di fare anch’esso ciò di cui stiamo parlando. La distinzione è più profonda: ha basi storiche lontanissime, natura antropologica, alla fine esiti anche esistenziali. I non italiani sono la zavorra mefitica che ci consegna il nostro passato plurisecolare: quelli del «Franza o Spagna purché se magna», del particolarismo municipale o familistico (quello che Marco Revelli chiama il «familismo amorale» in uno dei libri più belli che siano stati scritti recentemente sulla «condizione italiana», Poveri, noi): insomma, quelli che c’erano prima di qualsiasi Stato di diritto e non hanno partecipato per niente alla sua fondazione. Quando una soluzione politica raggruma la spinta dal basso che viene dai non italiani, è aperta la strada a un governo popolare sostanzialmente arbitrario e potenzialmente totalitario.
Nella plurisecolare storia dell’incompiutezza italiana ci sono stati due momenti (se accantoniamo il fascismo, che ovviamente richiederebbe un discorso a parte), in cui la saldatura, sia pure entro certi limiti, invece si è verificata: Il Risorgimento e la Resistenza. Ma affinché questo accadesse, c’è voluta la contemporanea presenza di due fattori rari e indispensabili: un forte ceto politico e una forte classe intellettuale, e la loro conseguente alleanza verso obiettivi comuni, talvolta nella sostanza diversi, ma in tale prospettiva agiti come armonici.
Che tali fusioni siano da considerare eccezionali, e non normali, lo testimonia la presenza in ambedue i casi di un terzo fattore, e cioè l’uso delle armi, e cioè l’adozione sistematica e programmatica della forza o, se si preferisce, della violenza.
Naturalmente, questo non è un consiglio, né tanto meno un’esortazione, ma solo una sofferta constatazione, che però consente di aggiungere l’ultimo tassello al nostro discorso sull’incompiutezza italiana: dalla sua incompiutezza l’Italia non è mai uscita per le vie normali. Gli italiani non sono mai stati capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. In Italia la normalità produce mediocrità e la mediocrità produce decadenza. E nella decadenza il potere passa o resta più facilmente nelle mani dei non italiani; e i non italiani contagiano più facilmente gli italiani.
Oggi che il governo del paese è nelle mani dei non italiani, e non c’è un forte ceto politico, e non c’è una forte classe intellettuale, bisognerà lavorare sodo e a lungo, e con grande pazienza, perché, diversamente dal passato, questa maggioranza torni a essere, e per le vie normali, una maggioranza di italiani.
Alberto Asor Rosa