Oggi quando si dice «scrittore» si pensa istintivamente a «romanziere». Eppure molti dei libri del Novecento che per me sono stati formativi non erano romanzi, e nemmeno saggi, ma libri indefinibili, pieni di invenzioni, scatenati, fantasiosi, stilisticamente coloratissimi. Non credo sia un caso che la maggior parte di essi siano stati ospitati nel catalogo Einaudi: per esempio Storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar, Esercizi di stile di Raymond Queneau, Storie naturali di Jules Renard, Le città invisibili di Italo Calvino, Nuovo commento di Giorgio Manganelli.
In libri come questi, l’invenzione non riguarda soltanto il contenuto ma anche e soprattutto la struttura del libro. È come se gli autori avessero scoperto ogni volta un genere nuovo, ricominciando quasi da zero. Si ha l’impressione che, prima chiedersi «che storia mi invento?», si siano chiesti «che libro mi invento?»
Questi campioni della libertà ideativa mi hanno dato coraggio per inventare anch’io un libro inclassificabile. Uno di loro si chiama Ramón Gómez de la Serna. Un autore spagnolo vissuto un secolo fa, che ha scritto molte cose, molto diverse una dall’altra. Fra le mie preferite ci sono le greguerías (Gesualdo Bufalino tradusse questo termine ineffabile con l’italiano «sghiribizzi»).
Le greguerías non sono racconti, non sono aforismi. Sono frasi, spesso brevissime, che presentano un’analogia fra due cose, un’intuizione allo stato nascente. Ti danno un’impressione di freschezza, come se ti mostrassero l’idea nel momento stesso in cui essa si forma. Sembra di assistere al primo germogliare dell’ispirazione.
Eppure sono frasi eleganti e definitive, non hanno nulla di grezzo. Sono state prosciugate e tornite per trattenere l’essenziale, e allo stesso tempo per ottenere una sensazione di genuinità. Sembra che Gómez de la Serna ti dica: «ecco qua, ti mostro la materia prima della poesia, i mattoncini da costruzione per le metafore, che poi, in un secondo momento, verranno elaborati dai poeti. Ma, a ben vedere, meglio di così non potranno mai dirlo...»
Io sono molto affezionato alle greguerías di Gómez de la Serna. Ve ne dico un paio, citandole a memoria: «Fra le rotaie del treno crescono fiori suicidi». «La q è la p che torna da una passeggiata».
Come tutte le frasi, possono essere spiritose o malinconiche, ma anche quando sono intrise di tristezza le greguerías hanno un sottofondo allegro: perché sono un prodotto della fantasia conoscitiva, comunicano la felicità di aver colto una relazione rivelatrice fra due cose che sembravano condannate a essere soltanto sé stesse.
Con le greguerías si festeggia la possibilità di essere qualcos’altro, rivelata da uno degli strumenti più potenti che abbiamo, il linguaggio, attraverso una delle sue forme più elementari, lo schema grammaticale «a è b», quello che le nostre maestre chiamavano «predicato nominale»: «a è b» è la struttura fondamentale della poesia, è la sua saggezza antifilosofica, o meglio, ultrafilosofica.
In Corpo, oltre a molti altri paragrafi un pochino più lunghi, ci sono anche delle greguerías. Ve ne propongo alcune:
Le mie palpebre sono due ghigliottine che tagliano la testa alla luce.
I miei testicoli sono due globi oculari di riserva.
I miei nervi sono i fulmini del mio corpo.
Sono appeso ai miei tendini come un ginnasta agli anelli.
Quando cammino, la mia testa se ne sta assisa sulla portantina.
Dal mio collo a cilindro è uscito a sorpresa il coniglio della mia testa.
Sui due emisferi del mio culo è tatuato il mappamondo.
I mie capezzoli sono due dischi volanti parcheggiati sul petto.
I miei piedi si mascherano con dei passamontagna puzzolenti.
Spudorato, il mio viso si mostra sempre nudo. Il mio viso è uno sfacciato.
È sempre lo stesso brufolo che si reincarna uno spropositato numero di volte.
I miei nei sono costellazioni di buchi neri.
Le donne dipingono sulle unghie lo stemma araldico del loro sesso.
I talloni delle donne guardano il mondo dall’alto in basso.
Per la degustazione dei miei baci non è richiesto il diploma da sommelier.
Attorno al mio sesso cresce una folta criniera da pecora nera.
Il mio corpo esplode al rallentatore, si espande in una raggiera di peli.
Mi stiracchio: i miei muscoli sbadigliano.
La mia schiena è sostenuta da una colonna formata da una pila di capitelli.
Sono un nano sulle cui spalle sta seduta una pila di giganti.
Le mie ossa sono il partito conservatore del mio corpo.
Respirare tutta l’atmosfera, carbonizzandola.
Il mio naso volta le spalle al profumo del cielo.
L’odore è l’anima delle cose.
Farsi venire il fiatone, frammentare il vento, drammatizzandolo.
Giunte al bivio dei miei occhi, le immagini non sanno decidersi, si dividono in due.
Nelle mie orbite covo due uova.
Il mio sguardo sbatte contro il vetro dei cristallini, la mosca vuole uscire dalla finestra.
Faccio mulinare lo sguardo, sciabolo le immagini.
Le mie sopracciglia sono due scolopendre dai fianchi sinuosi.
Due millepiedi si dimenano sopra i miei occhi.
Le mie braccia sono due code che mi sono cresciute di lato.
Le mie mani sono due animali innestati sul mio corpo.
Quando prego, intreccio le mani, rivolgo a dio le parti di me stesso che mi conoscono meglio.
Frugando nel mio ombelico, non si cava un ragno dal buco.
Questa pagina l’ho scritta tutta con i mignoli.