Ti vengo a cercare – canta Franco Battiato - Perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza. E non potrebbe esserci frase migliore per raccontare cosa sono le interviste impossibili. Ma facciamo un passo indietro.
Gli anni Settanta sono appena cominciati e la realtà italiana, sollevata dai venti sessantottini, ricomincia a posarsi su forme nuove. L’aria di rivoluzione è arrivata dappertutto, e la radio non fa eccezione. Ci si lascia alle spalle un periodo di stasi e si prova a reinventare un linguaggio che parli a un pubblico nuovo, che tenga conto di nuove esigenze. Sperimentare è la parola d’ordine. È in questo contesto che nascono le interviste impossibili, destinate a diventare un vero e proprio format esportabile ben oltre la radio. L’idea, sin dal principio, è quella di proporre a un autore di scegliere un personaggio del passato e di immaginare una vera e propria intervista.
Facciamo un altro passo indietro, decisamente più lungo, fino agli albori della letteratura. Perché anche allora - magari senza una commissione esplicita – succedeva che un autore sentisse la necessità di guardarsi indietro, scendere (o salire) tra i morti e farli parlare. Raccontare attraverso le loro voci la Storia e darle un senso, cercare ragioni e benedizioni, ripercorrere le discendenze, fondare mitologie. L’Odissea, la Commedia, I dialoghi dei morti di Luciano di Samosata. E poi Leopardi, Montale, George Orwell... Ci sono infiniti esempi possibili di dialoghi immaginari, serissimi o già pieni d’umorismo, tesi nell’ispirazione religiosa o esempi di satira dissacrante.
Da sempre abbiamo bisogno di guardarci indietro e interrogare il nostro passato: decidere di farlo in modo sistematico, dichiaratamente ironico, squisitamente letterario, fu la fortuna delle Interviste impossibili di RadioRai. Per tre anni radio 1 e Radio 2 mandarono in onda oltre ottanta interviste scritte dagli autori più importanti della nostra letteratura: Eco, Arbasino, Ceronetti, Manganelli, Calvino, Sanguineti, Camilleri e molti altri si confrontarono - attraverso la scrittura e poi voce a voce – con personaggi del calibro di Lucrezia Borgia, Muzio Scevola, Attila, Picasso, Carducci, Montezuma, Nerone, portati in radio dalle migliori voci del teatro italiano (solo per citarne alcuni: Carmelo Bene, Adriana Asti, Laura Betti, Paolo Poli, Milena Vukotic).
E adesso torniamo a noi. Più di trent’anni dopo dalla prima messa in onda delle Interviste impossibili, Barbara Frandino e Valentina Alferj decidono di dare nuova vita al progetto, trasferendolo a teatro. Nel 2008, sul palco dell’auditorium di Roma, scrittori e artisti italiani incontrano dal vivo i loro miti, e li intervistano in diretta davanti al pubblico. Così Tommaso Pincio può finalmente porre le sue domande a Kurt Cobain, interpretato sul palco da Fausto Paravidino, Antonio Scurati chiacchiera con Garibaldi (Fabrizio Bentivoglio), Lucarelli conversa con Edgar Allan Poe, incarnatosi per l’occasione in Sergio Rubini.
Da quei dialoghi nasce nello stesso anno Corpo a Corpo, la prima antologia di interviste impossibili pubblicata da Einaudi. Da allora molte altre interviste sono andate in scena, e molte altre attendono di essere rappresentate. Accanto a personaggi storici, artisti, scrittori, musicisti, star del cinema, compaiono eroi dei fumetti e dei cartoni animati, entità mitologiche, personaggi letterari. C’è chi si spinge a interrogare un batterio, chi osa alzare la voce all’infinito in cerca di Dio o di Allah.
E se gli attori, con corpi e voci, sanno rendere perfetta l’illusione, è vero però che la magia si compie prima, sulla carta, quando battuta dopo battuta prendono forma i dialoghi tra gli scrittori e il loro interlocutore immaginario.
Sin dalle prime interviste degli anni Settanta ci fu qualcosa che accadde spontaneamente, e cioè che gli autori, in quasi tutti i casi, prestarono la propria identità all’intervistatore. Con poche eccezioni, è quello che continua ad accadere anche oggi: così, nella finzione lettearia, è Domenico Starnone in persona a dialogare con Il Ricco epulone, Hamid Ziarati si rivolge ad Allah e Giorgio Vasta si addentra nel Colosseo per incontrare King Kong.
E c’è un’altra caratteristica che le interviste impossibili non hanno mai perso, descritta con precisione da Andrea Camilleri: Il gioco dell’incontro immaginario finì quasi sempre per prendere la mano agli intervistatori, i quali in effetti, suggerendo alcune risposte al personaggio storico, consciamente o inconsciamente finivano per rovesciare le parti. Come venne intelligentemente scritto: era l’intervistatore che a un certo momento cominciava a intervistare se stesso. O meglio erano i personaggi storici paradossalmente a intervistare gli scrittori.
Che sia Dante a interrogare Farinata, Orwell a dialogare con Swift, Arbasino a inseguire Oscar Wilde o Tiziano Scarpa a vedersela con Lesbia, il loro non è altro che un tentativo di parlare del nostro mondo, di ciò che è adesso e di quello che sarà. Scelgono un personaggio, uno in particolare, e – come Battiato - lo vanno a cercare. E quando lo trovano, lo trasformano nell’interlocutore ideale. Intervistandolo, si fanno intervistare.
Gli autori delle interviste impossibili, forse, sono semplicemente negromanti imbroglioni o ventriloqui abilissimi: impostano la voce, parlano attraverso una fessura minima tra le labbra, si fingono intermediari tra noi e dimensioni lontane, altrimenti irraggiungibili, mentre non fanno altro che offrirci uno sguardo possibile con cui osservare la nostra realtà.
Una truffa, certo: una di quelle in cui abbiamo bisogno di credere.
***
Ma chi sono, per gli autori di Ti vengo a cercare, gli interlocutori ideali? E perché proprio loro?
Vi presentiamo in esclusiva per il sito Einaudi alcune brevi “dichiarazioni d’intenti” tratte dal volume.
Tutte le volte che vedo passare una nave, aliscafo o petroliera, persino i vaporetti in laguna, anche quando una barca di pescatori rientra in porto inseguita dai gabbiani, penso a Joseph Conrad che sta nascosto da qualche parte nello scafo, piú esattamente cerco, in un piccolo oblò, di scorgere il suo profilo dubbioso, il suo fragile coraggio. E penso che anche lui ci veda lí a terra. E anzi sospetti con orrore che stiamo per gettarci in acqua per raggiungerlo a nuoto.
Lorenzo Pavolini
Da qualche mese, rileggendo Le avventure di Pinocchio, avevo l’impressione che quel libro, che per tanto tempo aveva parlato di infanzia ed educazione, si fosse messo di colpo a ragionare di politica e di antropologia italiana, con una freschezza, un sentimento di attualità, che raramente mi era capitato d’incontrare. Piú approfondivo la formazione e l’opera di Carlo Lorenzini, piú mi rendevo conto che nel suo rigore, nella sua ricerca linguistica, nella sua consapevolezza delle questioni nazionali, della politica, del rapporto tra i ceti sociali, si nascondeva qualcosa che meritava una indagine molto seria. Intervistarlo mi sembrava un passo obbligato.
Carola Susani
Mi piacciono i personaggi che palesemente non esistono, dunque i cavalli alati prima di tutto. Per me l’Ippogrifo oggi è un signore di campagna. Elegante, appartato, solitario. Vive in una grande casa ai margini della città, insieme al mago Atlante, in un mondo che esiste ancora, sí, ma è anche sempre pronto a ritirarsi in buon ordine, a sparire nel nulla con un colpo di bacchetta: lasciando la terra… desolata.
Paola Mastrocola
King Kong è un sentimentale. Solo che nelle narrazioni in cui è presente – soprattutto meravigliosi filmacci di produzione americana o giapponese – passa sempre per un piantagrane particolarmente violento. Ho dunque provato a metterlo a mia volta in scena rendendo palese la qualità di struggimento amoroso nel quale questo personaggio è sempre vissuto, e nel quale – temo ma soprattutto spero per lui – vivrà per sempre.
Giorgio Vasta
Ho iniziato a scrivere storie di Diabolik nel 1988. Ormai ho architettato centinaia di piani, colpi, fughe, omicidi… Dovrei avere imparato a ragionare con la sua testa, insomma. Eppure resta un personaggio enigmatico, perfino per i suoi autori. Per tradizione (giusta), nei fumetti del «Re del terrore» non c’è posto per l’ironia. Mi è sempre dispiaciuto. Cosí, adesso, ho provato a rimediare.
Tito Faraci
La bufala è come un dinosauro, un mammifero sopravvissuto agli eventi. Ha visto tutto. Per forza, del resto, pascola per lunghe ore e si ruzzola nel fango non appena può. è un animale notturno e diurno, che non ha paura di sporcarsi. Eppure, nessuno finora è riuscito a scucirle neppure una pur piccola e striminzita dichiarazione, non sappiamo niente, su quello che pensa e soprattutto su quello che, immersa nel fango, ha visto per secoli. In via eccezionale e solo per una volta, non ripetibile, Pascale è riuscito a intervistarla. Si scopre che la bufala non è un semplice mammifero ma un sociologo della nostra contemporaneità.
Antonio Pascale
***
Qui potete leggere, in versione integrale, l'intervista di Elena Stancanelli a Lisa Simpson [pdf].
***
Da Youtube, alcune delle più celebri interviste impossibili trsamesse dalla Rai negli anna Settanta:
Umberto Eco intervista Beatrice (Isabella del Bianco) - 1 - 2
Italo Calvino incontra l'Uomo di Neanderthal (Paolo Bonacelli) - 1- 2- 3
Giorgio Manganelli incontra Casanova (Carmelo Bene) - 1 - 2 - 3
Edoardo Sanguineti incontra Francesca da Rimini (Laura Betti) - 1 - 2
Alberto Arbasino incontra Pascoli (Quinto Parmeggiani) - 1 - 2 - 3
***
Bonus Track
Franco Battiato - E ti vengo a cercare
***
Le immagini sono tratte da Wikipedia
Johann Heinrich Füssli, Ulisse incontra l'anima di Tiresia