Sophie Divry

«La custode di libri»


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Che cosa rappresentano per noi quei grandi bracci carichi di scaffalature, i tappeti morbidi su cui camminiamo, questo semisilenzio riposante, il tepore, la sorveglianza discreta e benevola? Non capisce? Non abbia paura di esprimersi. Le ricordo che sono una persona neutra nei suoi confronti e che tutto quello che diremo in questa stanza non uscirà dall’ambito della seduta. Ancora non capisce? Eppure è evidente: entrare in una biblioteca è tornare nel grembo materno, né piú né meno… Sí, come la mamma, la biblioteca ti dà un bacio sulla bua e tutto si risolve. Pene d’amore? Misantropia? Disperazione per il mondo? Mal di testa? Insonnia? Indigestione? Callo su un piede? Posso testimoniare: non ce n’è una, di queste patologie, che una biblioteca non sia in grado di calmare. Del resto, gli psicoterapeuti ci mandano gli agorafobici in cura sapendo che i malati, qui, incontreranno una folla pacifica, un’umanità riconciliata. Studenti che lavorano su tavoli tranquillamente condivisi con altri, nonnini che leggono e bimbi buoni, un miscuglio continuo di essenze cerebrali che deambulano nella stratificazione razionale delle idee creata dalla classificazione decimale di Dewey. Sí, questa visione dell’umanità ci eleva. Ah, Martin… Che cosa fa? No, non si sieda qui. È la mia scrivania. Non mi sono annoiata a morte allo scopo di passare i concorsi interni all’età di quarant’anni per non avere neppure una scrivania. Questo è il mio posto. È qui che seleziono, catalogo, segnalo, codifico, ascolto e, qualche volta, come le dicevo, consiglio. Se me lo chiedono con gentilezza.

Sophie Divry, La custode di libri

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Non è per niente facile essere una bibliotecaria di provincia. Specie se ti hanno assegnato alla sezione geografia, quella nel seminterrato. Non c’è neppure un po’ di luce, laggiù, e non si può dire che sia una zona particolarmente frequentata. Eppure anche lì c’è chi, in mezzo agli scaffali ordinatissimi, ha trovato la propria dimensione d’esistenza...

La donna che parla (tanto) in questo libro non ha nome, ma ha personalità da vendere: idee precisissime sul suo lavoro, sui libri e i loro autori, sugli uomini, sulla letteratura e la sua lotta con la cultura di massa.
Basta aprire il libro per avere un’idea del suo caratterino: nei panni del suo sventurato interlocutore, in un attimo ci ritroviamo seduti con una tazza di caffè troppo forte in mano, e non abbiamo il tempo di arrivare in fondo alla prima pagina che questa custode di libri (che con i libri lotta, litiga, si cura e si consola) ci ha già travolti con il suo irresistibile monologo. Che è fatto di episodi minimi, quelli che lei vede accadere nel microcosmo del seminterrato, di memorie, di aneddoti gustosi sulla storia delle biblioteche (sapete chi è Melvil Dewey? Avete mai sentito parlare della «Mazzarina»? e di Eugène Morel?), di citazioni, confessioni, lamentele, slanci di entusiasmo e di rabbia.
E più la stiamo ad ascoltare, più ci rendiamo conto che questa bibliotecaria quasi invisibile, querula e polemica e ormai non più giovanissima, sta cercando soprattutto di custodire se stessa. Di proteggersi, perché nessuno possa ferirla ancora.
«La biblioteca è l’arena in cui ogni giorno si rinnova la lotta omerica fra i libri e i lettori», dice a un certo punto la protagonista. Per lei, però, è molto di più: è l’arena in cui ogni giorno manda a combattere le proprie speranze e le proprie delusioni, e dove l’inclinazione alla rinuncia si trasforma, pagina dopo pagina, in una voglia incontenibile di amore.  

«La custode di libri è un autentico gioiello, – ha scritto Darwin Pastorin su gli Altri. - Un monologo ironico, divertente, colto, sul piacere di stare con i libri e tra i libri. Sophie Divry ha talento, stile, intuizione, sa come maneggiare gli aggettivi… lascerà il segno, vedrete, nella letteratura».

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Qui potete leggere un estratto da La custode di libri.

Il libro


La custode di libri - copertina

Sophie Divry


La custode di libri


2012
Stile libero Big
pp. 72
€ 10,00
ISBN 9788806209209

Traduzione di Giusi Barbiani

Dal sottosuolo di una biblioteca di provincia, la storia di un'anima ferita dalla vita e dagli uomini.

«Il fatto è che la gente è sola. Terribilmente sola».

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