Sebastiano Vassalli

«Le due chiese»


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Tutto incomincia con quattro spari che riecheggiano nel silenzio  della montagna.
Tutto incomincia con un corpo immobile nella  neve macchiata di sangue, e con un pezzo di latta: forse una spilla, che  qualcuno ha buttato su quel corpo. Sulla spilla, che verrà conservata a  lungo nei depositi di un tribunale, come «firma» dell'assassino e  quindi anche come elemento fondamentale per le indagini, si leggono,  stampate in rilievo, le parole:
«Non più servi non più  padroni».

Sebastiano Vassalli, Le due chiese

***

Dopo quattro raccolte di racconti, Sebastiano Vassalli torna al romanzo con una grande prova narrativa.
L'autore della Chimera affronta qui, con l'abilità di un prestigiatore, la storia del Novecento vista in filigrana attraverso gli eventi di una piccola comunità all'ombra di «Sua maestà il Macigno Bianco». Vassalli muove le fila di questo piccolo mondo, giocando abilmente con i contrasti tra il moto perpetuo dei destini umani e la severità immobile della grande montagna.

Romanzo corale, Le due chiese unisce con sapienza, ironia e  anche un pizzico di sperimentalismo (che in Vassalli non manca mai) pubblico  e privato, ideologie e amori, guerre e piccolezze, le storie e la  Storia in un mosaico vivacissimo e affascinante che agli occhi del  Macigno Bianco non può che apparire come un formicaio brulicante.
Il  formicaio brulica, ma sempre con una certa compostezza e con la natura a  fare da controcanto, anche perché, come Vassalli stesso ci ricordava in  un altro romanzo, «nella città di fronte alle montagne le grandi  passioni sono rare, durano poco e vengono tenute nascoste dagli  interessati; che - quasi sempre a ragione - ne provano vergogna».

In un'anticipazione a Le due chiese, Mario Baudino scrive:

«È un romanzo storico, ma di taglio particolare: Vassalli intreccia una  catena di racconti, di vite che hanno molto a che fare l’una con l’altra  ma restano ciascuna, appunto, unica e irripetibile, col proprio  significato e la propria deriva.
 Ci sono i soldati che prima di partire per la Grande Guerra costruiscono  una chiesina che li ricordi tutti, e i reduci che al ritorno ne  edificano un’altra, proprio di fronte, molto più grande. C’è il maestro  elementare di idee socialiste che diventerà un gerarca fascista, c’è il  geniale figlio del fabbro che scopre i motori a scoppio e ne fa la  propria ragione di vita. Ci sono i contadini, l’oste, il tabaccaio: ma  su tutti incombe la montagna, con i suoi ritmi e le sue leggende, col  suo tempo implacabile all’ombra del Rosa: chiamato qui, con  un’espressione di un poeta caro all’autore come Dino Campana, il Gigante  Bianco.
 I luoghi, alcuni molto riconoscibili, sono il centro vero della  narrazione di Vassalli, che ha il leggero distacco del cantastorie e la  tenerezza un po’ ruvida per il loro senso segreto. Almeno quanto lo è il  rapporto tra gli uomini e la montagna, attraverso il gusto e l’orgoglio  del lavoro».

 
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