«Ruggine», dal libro al film

Uno scrittore e un regista a confronto


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Presentato con grande successo a Venezia alle Giornate degli Autori, il film di Daniele Gaglianone tratto da Ruggine di Stefano Massaronsarà distribuito nelle sale italianedal 2 settembre,.

Torino, città d'adozione di Gaglianone, ospiterà una presentazione speciale di Ruggine il 6 settembre al Cinema Massimo: dopo la proiezione, prevista per le 20.35, Gaglianone e Massaron, insieme allo sceneggiatore Andrea Giaime Alonge e a Vasco Brondi, autore della canzone Un campo lungo cinematografico, che chiude il film, risponderanno alle domande degli spettatori (per ulteriori informazioni e prenotazioni, rimandiamo al sito del Cinema Massimo).

Nel frattempo abbiamo chiesto al regista e allo scrittore di raccontarci le impressioni e le tappe di un percorso sempre affascinante: quello che trasforma la letteratura in cinema... il risultato è una bella conversazione che vi proponiamo in esclusiva sul sito Einaudi.

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Stefano Massaron: Sai, Daniele, io scrivo sempre per immagini... nel senso che, se non vedo le cose che scrivo, non sono soddisfatto. Non mi riesce proprio di fare diversamente. Mentre scrivevo il romanzo avevo ben presente tutto, proprio nel senso che vedevo tutto, come se scorresse davanti ai miei occhi. E certe parti, come puoi immaginare, sono state davvero dolorose da scrivere e da vivere in questo modo nella mia testa. E fin qui ci siamo... quello che mi chiedo, però, è... ma come ti è saltato in mente di fare un film proprio da Ruggine?

[si ride]

Daniele Gaglianone: Quando ho letto il tuo libro sono rimasto impressionato dall'ambientazione della storia perché anch'io sono cresciuto in una periferia - non isolatissima come quella degli Alveari - dove io, che ero nato ad Ancona, ero quello più nordista di tutti. I tuoi personaggi mi erano familiari. Anch'io ricordo come fossimo tutti degli sradicati nati altrove: chi in Sicilia, chi in Puglia, chi in Veneto, che fino a non tanto tempo fa era considerato la terronia del nord…
E poi il terribile personaggio del dottor Boldrini è reso, da un punto di vista letterario, in modo superlativo. Ho compreso subito, però, che nell'ottica di una trasposizione cinematografica sarebbe stato necessario un grande lavoro di sottrazione nel delineare il dottore, pur mantenendo il carattere iperbolico della sua performance. Mi sono sempre chiesto come tu sia riuscito a calarti in modo così profondo dentro l'animo di un personaggio così. Ci sono delle pagine del libro che sono quasi insostenibili per il lettore. Credo che siano state molto difficili da scrivere. Come hai fatto?

S. M.: Devo ammetterlo, è stato un problema. Perché, per come scrivo io, non potevo permettermi di restare fuori dalla testa, dal cervello, dalle sensazioni del dottor Boldrini. E certi passaggi sono stati così dolorosi che - non mi vergogno ad ammetterlo - la notte avevo gli incubi. Ero così a disagio che, per la prima volta in vita mia, verso la fine ho contravvenuto a una delle mie regole ferree: ho smesso di scrivere in ordine cronologico. I capitoli del dottor Boldrini mi inquietavano così tanto che, per liberarmene, gli ultimi passaggi li ho scritti uno in fila all'altro anche se nel romanzo non erano consecutivi.
Calarmi completamente nella mente del dottore è stato veramente difficile. Mi ha esaurito le forze, fisiche e psichiche.
Dài, cambiamo discorso…

D. G.:[sorride] Va bene.

S. M.: Quando anni fa ho visto il tuo Nemmeno il destino, ci ho trovato delle atmosfere, delle ambientazioni, molto vicine a quelle che avevo visualizzato mentre scrivevo Ruggine. Il mio libro era uscito da poco e, come ti accennavo prima, non avrei mai pensato che, visto l'argomento, qualuno potesse prendere in considerazione l'idea di portarlo sullo schermo. Non è che questo tuo interesse verso la storia di Ruggine, invece, è nato proprio per questa affinità di atmosfera, di luoghi? Mi sembra di capire che anche per te la periferia urbana, i quartieri degradati, siano non soltanto una fonte di ispirazione, ma anche un mondo che in qualche modo deve essere raccontato… perché, forse, se non lo raccontiamo noi non lo racconta nessuno.

D. G.: Questo è sicuro… anche se né io né te, credo, lo facciamo per una sorta di «missione».

S. M.: No, direi di no. Almeno, io non la sento come tale.

D. G.: Io  penso che, semplicemente, uno nella vita continui a confrontarsi sempre con ciò che è stata, nel bene e nel male, la propria formazione, anche se la vita ti arricchisce con altre esperienze e anche se, naturalmente, altre cose nascono dentro e fuori di te. Io, quando passo in certi posti, come dire, urbanisticamente «slabbrati»… be', è inevitabile: sento aria di casa. Non dico che mi piacciano necessariamente, però provo un'empatia strana. Sento di appartenere a quel mondo fatto spesso  di cantieri e situazioni transitorie dove non si capisce mai fino in fondo se si stia smantellando qualcosa o se lo si stia restaurando. È la periferia e abitarla significa abituarsi all'idea di una frontiera mobile, che rende sempre precario il tuo orizzonte perché i posti dove cresci prima o poi spariranno. Ed è chiaro che alla fragilità dello spazio corrispondono spesso fragilità di altro livello. Forse anche tu provi qualcosa di simile.

S. M.: Decisamente. Penso al deposito di rottami, per esempio, che è l'unico elemento del romanzo che ho descritto esattamente com'era davvero nel 1977. Ovviamente è stato smantellato nel frattempo, e al suo posto hanno fatto quattro palazzi di uffici. Ora, non voglio dire che sia un peccato che una simile mostruosità non esista più, però… ecco, quello che dicevi tu poco fa è verissimo: è comunque un luogo dove ho giocato per anni che è sparito.
Ora però devo dirti che c'è una cosa che mi incuriosisce più di ogni altra, rapportandomi a una persona come te che racconta per immagini. Ti ho già raccontato quanto sia importante la «vista» per me quando scrivo, ma per te quanto è importante la scrittura quando pensi a un film? Parlo di prima della realizzazione vera e propria, di quel periodo in cui l'idea inizia a frullarti per la testa. Mi incuriosisce capire se lo pensi scritto o se inizi da subito a «visualizzare». Nel primo caso, sarebbe divertente...

D. G.: Io credo che la scrittura cinematografica sia qualcosa che trascenda la pagina scritta. Credo che si «scriva» quando si vanno a fare i sopralluoghi o quando fai le prove con gli attori, e ovviamente quando sei in ripresa e in montaggio. A volte ho l'impressione che anche quando il film è finito e visto dal pubblico in realtà continui a scriversi da solo. A me accade sempre di partire da una suggestione visiva, da un'immagine. Può accadere anche che nella fase di «frullamento» l'idea prenda corpo anche attraverso una battuta di un personaggio o un dialogo. Ma tutto sommato credo che la prima fase di realizzazione di quello che poi - si spera - diventerà un  film non sia tanto lontana da ciò che puoi provare tu nel dare corpo a un racconto che trova la sua forma ultima nella pagina.

S. M.: Ho sempre pensato che tu fossi il regista giusto. Forse questo non te l'avevo mai detto, mi sa...

D. G.: No, non me l'hai mai detto. E non sai quanto mi faccia piacere perché ti ho sempre considerato, quando non ti conoscevo ancora, uno che  avrei potuto incontrare nel cortile di casa mia o sui prati dove si andava a giocare da ragazzini…

S. M.: Grandioso! Anch'io pensavo più o meno le stesse cose dopo aver visto Nemmeno il destino
Ma sai quando ho avuto la conferma definitiva che tu eri davvero il  regista giusto? E' stato quel giorno in cui mi hai telefonato per chiedermi il permesso di usare una frase del libro prima dei titoli di coda. Ti avrei detto di sì comunque, perché quello che mi avevi fatto vedere a fine febbraio (le scene ancora da montare) mi era piaciuto molto, ma... beh, ho sempre pensato che la frase più importante di Ruggine, quella che racchiude in sé tutto il senso vero del romanzo, fosse proprio Carmine che dice agli altri bambini «Andiamocene, è solo ferro». In quelle tre parole, «è solo ferro», c'è tutto: il dramma del passaggio, la fine dell'infanzia. Il castello di rottami non è più un luogo magico, il velo incantato è caduto e Carmine e gli altri all'improvviso vedono il deposito per ciò che è: ferro e basta. Di quella frase non si era accorto nessuno, fino al giorno della tua telefonata...

D. G.: È un passaggio molto forte, toccante. Nonostante la giovanissima età, da quel momento in poi tutti loro, e soprattutto Carmine, saranno per sempre dei reduci di una guerra che nessuno saprà che loro hanno combattuto.

S. M.: «Gli adulti non ci crederanno mai»…

D. G.: Esatto. Ho voluto citare quella frase anche perché secondo me, inserita alla fine (o quasi) del film, racconta un momento di pacificazione. È come se nel film con quella frase letta a quel punto uno si immaginasse che sono loro da adulti ad essere ancora al deposito/castello e che solo ora possano riaccompagnare tutti insieme Rosalia a casa.

S. M.: La trovo un'idea splendida, davvero.

D. G.: E solo Carmine poteva e può avere la forza di dire: è finita, non era un castello, era solo ferro. Laggiù è finita la nostra infanzia, è vero, ma forse ora può finire anche il nostro dolore. Secondo me anche chi non ha letto il romanzo sentirà che quel cartello appartiene alla dimensione letteraria della storia, a qualcosa che esisteva prima del film. Ma nello stesso tempo il film dà a quella frase una sfumatura diversa che può avere solo in quanto parte del film stesso. Non lo so, è qualcosa che credo riuscirò a razionalizzare solo tra un po' di tempo. Quella sera ti ho telefonato d'istinto perché ho sentito improvvisamente, a montaggio finito, che quella frase andava inserita nel film.

S. M.: E ci hai preso in pieno… oltretutto, bella anche l'idea di trasportare anche Carmine nel mondo degli adulti, mentre nel mio romanzo  ci sono solo Sandro e Cinzia. Avrei voluto averla io... o forse no,  forse il libro rende meglio così, mentre nel film il Carmine adulto fornisce un punto di vista indispensabile.

D. G.: Sono d'accordo. Lavorando allo script a un certo punto se ne sentiva la mancanza, come si sente la mancanza di un amico che non avresti voluto perdere. Forse è per questo che nel film c'è Carmine, per pura nostalgia.
Io avevo una paura terribile che tu ci restassi male per i cambiamenti realizzati nel film rispetto al presente. Son contento che tu li abbia compresi.

S. M.: Tutti sembrano stupiti del fatto che io non abbia protestato per questi cambiamenti. [Ride] Invece mi sono piaciuti, funzionano. E sì, ho capito perfettamente per quale motivo nel film il Carmine adulto era necessario.

D. G.: Anche perché questo è il segno che abbiamo raccontato comunque, se non proprio la stessa identica storia, sicuramente lo stesso mondo, lo stesso modo di sentire la vita. A volte penso che al tuo posto mi sentirei strano, adesso che Ruggine è diventato un film e sulla locandina c'è scritto «Ruggine di Daniele Gaglianone».

S. M.: Non particolarmente, no. Sento davvero delle affinità, quelle di cui parlavamo prima, quindi sono convinto che il film sia tuo come il libro è mio. Ma che, alla fine, risulteranno imprescindibili l'uno dall'altro.

D. G.: Anche perché a me la prima cosa che mi viene in mente continua a essere la copertina del libro con le travi rosse su sfondo nero: «Ruggine di Stefano Massaron».

S. M.: È che, come dici tu, alla fine penso anch'io che abbiamo raccontato lo stesso «sentire». Magari un giorno litigheremo come King e Kubrick per Shining

[Finisce in risata…]

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Credits
foto 1 e 3: Paola Fumagalli
foto 2: Daniele Mantione

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