Stefano Massaron

«Ruggine»


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State indietro, pensa, e subito dopo si rende conto che le parole che ha appena pensato non sono sue, non lo sono mai state: appartengono a un passato che per tanti anni ha tentato in tutti i modi di tenere ingabbiato in una stanza segreta della sua mente. Tanti anni – ventisei, per la precisione, ventisei anni infiniti che da poco meno di una settimana sembrano invece non essere mai trascorsi.
Ha tentato, ma non ci è riuscito.
Gli sono addosso. Non appena hanno visto la sua camicia bianca balenare nel buio in fondo a uno degli innumerevoli tunnel del deposito di rottami, la frenesia che li ha trascinati nell’ultimo labirinto metallico è scomparsa, e hanno smesso di correre. Adesso a martellare nei loro cuori c’è soltanto la paura.
La stanza si è aperta.
I loro passi risuonano nel cunicolo, la suola delle loro scarpe sfrega sulla ruggine delle travi metalliche sconnesse. Avanzano quasi per forza d’inerzia, massa compatta di sei bambini spalla contro spalla. Sandro sente sull’avambraccio il sudore della maglietta di Tonio il Rosso: è umido e caldo
Ne sono uscite tante, troppe cose.
Lui non può più andare da nessuna parte. È piegato in due perché il budello in cui si è andato a cacciare è a misura di bambino. Si volta a guardare il vuoto che ha dietro le spalle, e loro ne approfittano per avanzare ancora. Possono vedergli gli occhi, adesso, e sono ingranditi dal terrore.
Il terrore di essere stato scoperto, pensa Sandro.
La porta è stata spalancata, e non c’è più modo di richiuderla.

Stefano Massaron, Ruggine

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Era l’estate del 2005 e Ruggine era da poco in libreria quando, in un’intervista all'autore per Stilos, Nicolò La Rocca aveva scritto: «Il romanzo sembra pronto per una trasposizione cinematografica… ». L’impatto della scrittura di Massaron è, infatti, potentemente visivo, e la struttura frammentata – con slittamenti continui di tempo e di punto di vista – sembra suggerire addirittura un’idea di montaggio.
C’è voluto un po’, sei anni per la precisione, ma oggi Ruggine realizza in pieno quello che sembrava il suo «destino naturale»: diretto dal regista Daniele Gaglianone e interpretato da Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valeria Solarino e Valerio Mastandrea, il film omonimo - dopo il successo dell'anteprima alle Giornate degli Autori a Venezia - sarà distribuito in sala a partire dal 2 settembre.

Come il libro, il film ha il suo nucleo nel gigante decomposto di lamiera (per l’occasione ricostruito in studio a Roma), prima presenza oscura da osservare da lontano, poi castello delle meraviglie, infine ventre che cova e partorisce l’orrore.
Massaron apre il suo romanzo raccontando la fine, la distruzione di quel luogo che ha visto, che sa: un’affissione annuncia l’abbattimento della struttura fatiscente, al suo posto sorgerà una scuola materna intitolata al pediatra che si è preso cura dei bambini della zona fino all’estate del 1977.
Davanti allo smantellamento fisico della memoria, nasce parallelo e necessario il viaggio a ritroso di chi, in quell’estate, ha perso per sempre la propria innocenza: Sandro e Cinzia, che oggi hanno quasi quarant’anni ma che sono adulti da tempo, da quando hanno visto qualcosa che li ha scaraventati con violenza fuori dal mondo immaginifico dell’infanzia e li ha condannati a convivere con una consapevolezza crudele: che l’orco, l’uomo nero, lo spauracchio che abita le favole, esiste davvero, ed esiste dove nessuno vuole vederlo...

Nell’intreccio tra il passato – raccontato con lo sguardo semplice e pieno di stupore dei protagonisti bambini – e il presente – in cui gli eventi, ripercorsi quasi trent’anni dopo dagli stessi personaggi, assumono i toni più malinconici e sofferti della rielaborazione – si delinea una vicenda atroce, che Massaron affronta senza alcun compiacimento, con grande sensibilità psicologica e narrativa e con un ritmo incalzante, guidandoci fino al luogo segreto in cui si nasconde, tra ruggine e rottami, il lato oscuro di ogni essere umano.

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Massaron lavora su un coinvolgente intreccio di piani, accrescendo e diminuendo alternativamente la tensione e osservando senza alcun compiacimento la psicologia dei personaggi.
Ruggine è, dunque, un romanzo di eccellente costruzione, ma anche di volutamente contenuto lirismo. Massaron scrive con prosa limpida (una delle più belle e misurate della nostra narrativa) e breve, ma senza quel sospetto di artificio che spesso trapela da certe secchezze di stile. C’è dietro di lui una linea lombarda elettiva, di cantori del grigio delle periferie, e del pathos e della disperazione strozzata di esistenze ai margini […]. Ma l’impronta originale nasce dal connubio di minimalismo narrativo e accesa visività: c’è, nel surrealismo dello sfasciato gigante di rottami, la cifra di un mondo, il nostro.

Giovanni Pacchiano, Il Sole 24ore

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Magazzino del rimosso e dunque immagine drammatica dell’inconscio, parte maledetta ma intima, figura metropolitana del contrasto arcaico tra città e selva oscura, e infine emblema di quel passato macchinino e metallico soffocato dal borotalco del nostro presente elettronico, fatto di impalpabile silicio: l’allegoria del deposito di rottami di Ruggine è vasta, affascinante, e riuscita.

Fabrizio Ottaviani, Il Giornale

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Da youtube, il trailer del film:

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Venice Days, il sito ufficiale delle Giornate degli Autori.

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Valeria Solarino, che in Ruggine interpreta Cinzia adulta, racconta a Repubblica la sua esperienza sul set di Gaglianone.

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Il libro


Ruggine - copertina

Stefano Massaron


Ruggine


2005
Stile libero
pp. 238
€ 9,50
ISBN 9788806173159

Un romanzo che fonde passato e presente, la Milano di oggi e la lontana estate del 1977. Quando Sandro e Cinzia erano piccoli, e hanno visto qualcosa che non possono piú dimenticare.

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