Non si dimentica, ma qualcosa di atono si installa in noi.
Roland Barthes, Dove lei non è
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Il 26 ottobre 1977, all'indomani della morte dell'amatissima madre Henriette, che lo aveva cresciuto da sola dopo essere rimasta vedova a ventitre anni, Roland Barthes comincia un «diario di lutto». Scritto su trecentotrenta schede preparate da Barthes stesso, che lavorò sempre annotando le sue riflessioni su piccoli foglietti ricavati da un foglio di carta diviso in quattro parti, il diario è rimasto inedito fino al 2009, quando lo ha pubblicato l'editore francese Seuil. Dalle brevi note di cui è costituito emerge una profonda riflessione sul dolore e sull'amore di un uomo che a lungo - Barthes registrò i suoi pensieri sul diario per quasi due anni - è stato sconvolto dalla «presenza dell'assenza» e da un lutto che «è quello della relazione amorosa», un «lutto puro, che nulla deve al cambiamento della vita, alla solitudine».
«Il lutto è cosa ben diversa dalla malattia. Da cosa vorrebbero che guarissi?»: non è possibile per Barthes accogliere la «raccomandazione di una leggerezza nel lutto» che gli viene da amici e parenti. E mentre esternamente si mostra misurato e capace di autocontrollo, quando rimane solo si lascia sopraffare dal dolore, dal suo «lutto caotico», che non si piega all'idea che il tempo possa annullarlo, perché ad affievolirsi è solo «l'emotività», sostituita da una condizione di dolore e sofferenza. Da questa esperienza, personale e al tempo stesso universale, nascono pensieri che coinvolgono profondamente il lettore con la loro capacità di esprimere quello che viene considerato indicibile perché il linguaggio umano sembra spesso inadeguato di fronte alla morte: «La mia tristezza è inesprimibile», scrive Barthes, «e tuttavia dicibile. Il fatto stesso che la lingua mi fornisca la parola "intollerabile" realizza immediatamente una certa tolleranza». Molto personale è invece il modo in cui Barthes elabora il lutto, trovando un aiuto nella scrittura. E proprio in quelli che saranno gli ultimi anni della sua vita, mentre lavora al mai realizzato progetto del romanzo «Vita Nova», Barthes scrive uno dei suoi capolavori: La camera chiara, il fondamentale saggio sulla fotografia dedicato alla madre.
Repubblica ha dedicato a Roland Barthes e a Dove non è lei la copertina dell'inserto domenicale pubblicando un'anticipazione tratta dal libro e un articolo di Valerio Magrelli. «Spingendosi nel paese del dolore,» - ha scritto Magrelli - «Barthes affronta un autentico giornale di viaggio, in cui si susseguono osservazioni meticolose e strazianti sul proprio stato, sui ricordi, sul paesaggio sociale del lutto. Quanto al movente, è quello che trapela in un appunto del giorno successivo: "Chi sa? Forse un po' d' oro in queste note?"».[clicca qui per leggere l'articolo completo]