Il profugo ebreo giunto in America nel 1938 non sarebbe dunque stato l’«umorista religioso» di Mann, ma uno scapolo cinquantacinquenne erudito e di salute cagionevole, ex legale di una compagnia d’assicurazioni governativa di Praga ritiratosi in pensione a Berlino al tempo dell’ascesa al potere di Hitler – un autore, sí, ma solo di alcuni racconti eccentrici, perlopiú riguardanti animali, racconti di cui in America nessuno aveva sentito parlare e che in Europa solo una manciata di persone avevano letto; […]; semplicemente un ebreo abbastanza fortunato da essere fuggito portando in salvo la vita, con giusto una valigia contenente qualche vestito, qualche foto di famiglia, qualche ricordo di Praga e i manoscritti, ancora inediti e frammentari, di America, Il processo e Il castello, nonché (se ne vedono di cose strane) di altri tre romanzi incompiuti, non meno notevoli dei bizzarri capolavori tenuti per sé in nome di una timidezza edipica, una follia perfezionistica e un insaziabile desiderio di solitudine e purezza spirituale.
Philip Roth, «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka
***
Cosa sarebbe successo a Franz Kafka se fosse sopravvissuto alla tubercolosi?
Che ne sarebbe stato di lui se una morte prematura non l’avesse sottratto a una persecuzione a cui di lì a pochi anni il suo popolo sarebbe stato condannato? Sarebbe fuggito, Kafka?
E come sarebbe andato il suo rapporto con Dora Dymant, la diciannovenne per la quale finalmente, dopo quarant’anni di dipendenza famigliare, aveva lasciato la casa paterna per trasferirsi a Berlino?
Domande, ipotesi, un gioco di ma e se che è, appunto, un gioco, ma non solo: provando a rispondere a queste domande, Roth costruisce un saggio incisivo e profondo che di Kafka mette a fuoco prima di tutto la dimensione umana.
Per iniziare, una fotografia: l’anno è il 1924, il volto in primo piano «è affilato e scheletrico, la faccia di uno che vive a credito: zigomi pronunciati resi ancora piú evidenti dall’assenza di basette; orecchie con la forma e l’inclinazione delle ali di unangelo; un’espressione intensa e creaturale di sbigottita compostezza – enormi paure, un enorme controllo; unico tratto sensuale, una cuffia nera di capelli levantini tirata sul cranio; c’è una familiare svasatura ebraica nel ponte del naso, un naso lungo e leggermente appesantito in punta – il naso di metà dei ragazzi ebrei che erano miei amici alle superiori».
In questa immagine Kafka ha quarant’anni, gli stessi che ha Roth quando quella foto la guarda e la descrive, nel 1973. E il guardare di Roth diventa subito, in qualche modo, anche un pretesto per vedere se stessi.
Nella seconda parte del libro, narrativa, un giovanissimo Philip Roth è allievo del dottor Kafka, malinconico docente di ebraico da poco trasferitosi negli Stati Uniti. Un uomo silenzioso, poverissimo, che parla inglese con un accento strano e che potrebbe persino essere un compagni ideale per Rodha, una zia ancora nubile…
«Ovviamente tutto questo è immaginario, - ha raccontato Roth ad Antonio Monda in un’intervista per Repubblica -, ma è assolutamente vera la fascinazione che ho vissuto nei confronti di Kafka, al punto da voler visitare i luoghi in cui ha vissuto e conoscere alcuni parenti». Una fascinazione, dunque, che nasce dalla letteratura, ma che conduce presto a un interesse per la persona, «con i suoi tormenti e il suo particolarissimo punto di vista sul mondo».
Così, anche quando Roth prova a regalare a Franz Kafka un destino diverso, in forma di ragionamento o di invenzione, immaginando che quel 1924 così «dolce e pieno di speranza» sia non l’anno della sua morte, ma l’inizio di una vita nuova, sono ancora questi tormenti e questo punto di vista, le sue tante angosce e le sue poche salde certezze, che di questo destino decidono la forma.
Altrimenti, scrive Roth, «nessuno ci crederebbe, men che meno Kafka».
|
Philip Roth![]() «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka
2011
L'Arcipelago Einaudi pp. 52 € 8,00 ISBN 9788806206246
Traduzione di Norman Gobetti
«Sto guardando, mentre scrivo di Kafka,
la sua fotografia a quarant'anni (la mia
età): è il 1924, con ogni probabilità l'anno
più dolce e pieno di speranza della sua
vita adulta, e l'anno della sua morte. Il viso
è affilato e scheletrico, la faccia di uno
che vive a credito: zigomi pronunciati resi
ancora più evidenti dall'assenza di basette;
orecchie con la forma e l'inclinazione
delle ali di un angelo; un'espressione
intensa e creaturale di sbigottita compostezza
- enormi paure, un enorme controllo;
unico tratto sensuale, una cuffia nera
di capelli levantini tirata sul cranio; c'è
una familiare svasatura ebraica nel ponte
del naso, un naso lungo e leggermente appesantito
in punta - il naso di metà dei ragazzi
ebrei che erano miei amici alle superiori. SCHEDA LIBRO
|