La prima volta che la vidi, Brenda mi chiese di tenerle gli occhiali. Poi avanzò fino all’orlo del trampolino e guardò confusamente nella piscina; fosse stata asciutta, miope com’era, non se ne sarebbe accorta. Si tuffò mirabilmente, e dopo un attimo stava già tornando indietro a nuoto verso il bordo della piscina, con la testa dai capelli corti biondo rame alta sull’acqua e tesa davanti a lei come una rosa dal lungo stelo. Scivolò fino al bordo e poi fu accanto a me. – Grazie, – disse, con gli occhi umidi, ma non per l’acqua. Allungò una mano per prendere gli occhiali, ma non li inforcò finché non mi ebbe voltato le spalle per andarsene. La guardai mentre si allontanava. A un tratto si portò le mani dietro la schiena. Prese il fondo del costume tra il pollice e l’indice e rimise a posto quel po’ di carne che si era scoperta. Mi si rimescolò il sangue. Quella sera, prima di cena, le telefonai.
Philip Roth, Goodbye, Columbus
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«Con semplicità e inesperienza, e con parecchio entusiasmo, lo scrittore in embrione che ero scrisse queste storie intorno ai suoi vent’anni, mentre si laureava all’Università di Chicago, faceva il soldato nel New Jersey e a Washington, e, dopo aver lasciato l’esercito, tornava a Chicago a insegnare inglese … E il fatto che il pubblico letterario potesse davvero interessarsi al suo bagaglio di segreti tribali, alle cose che aveva visto intorno a lui da bambino, ai riti e ai tabù del suo clan – alle loro idiosincrasie, alle loro aspirazioni, al loro terrore della devianza e dell’imperfezione, ai loro imbarazzi trattenuti e alla loro idea di successo – lo lasciò semplicemente esterrefatto». Così, a trent’anni di distanza, Philip Roth commentava, in una prefazione, la pubblicazione del suo primo libro, Goodbye, Columbus.
Era il 1959 quando il ventiseienne di Newark fece il suo ingresso nell’editoria statunitense con questa raccolta che comprende un romanzo breve e cinque racconti, e se è vero che probabilmente nessuno ancora poteva intuire la portata straordinaria della sua futura carriera letteraria, è vero anche che il suo esordio non passò certo inosservato.
Prima ancora che il volume fosse dato alle stampe, i racconti furono anticipati su alcune delle più prestigiose riviste letterarie, dalla Paris Review a Commentary. Ma quando Difensore della fede – storia di alcune reclute ebree che durante la guerra non si fanno scrupoli a spacciare una serie di «capricci» personali come «esigenze spirituali» – comparve sulle pagine del New Yorker, fu il finimondo. Philip Roth diventò subito l’incarnazione del «self-hating jew», l’ebreo antisemita capace di attirare l’odio di migliaia di lettori, e persino quello di grandi istituzioni come la B'nai B'rith e la Yeshiva University di New York. E l’odio si inasprì quando Goodbye, Columbus apparve finalmente in libreria e l’anno successivo «osò» persino vincere il National Book Award. «A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Mr Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare», scrisse in proposito Saul Bellow.
Se si vuole giocare a rintracciare il punto in cui si decide il destino di una persona, per Philip Roth fu forse proprio quell’incredibile momento di sovraesposizione nel quale si mescolavano elogi entusiastici e attacchi feroci. Da una parte la critica letteraria attestava con convinzione un talento, e dunque gli forniva una bella dose di fiducia e sicurezza, dall’altra i detrattori gli fornivano, senza saperlo, una motivazione. «Quegli attacchi dimostrarono che avevo colpito nel segno», ha detto Roth in una recente intervista al Corriere della Sera, «avrei dovuto essere un non-scrittore per andare a cercare il soggetto dei miei libri altrove». E infatti Roth, che – oggi lo sappiamo bene – uno scrittore lo è davvero, il soggetto dei suoi libri ha continuato a cercarlo lì, in un mondo tribale che grazie alla sua scrittura riesce, come scrive Livia Manera sul Corriere, «a riflettere esperienze universali, archetipi riconoscibili a tutti».
In Goodbye, Columbus c’era già, racconta Roth nella sua prefazione del 1989, quel movimento doppio di attrazione e repulsione che percorre ogni suo lavoro, «il desiderio di ripudiare e quello di tenere stretto; il senso di appartenenza e il bisogno di ribellione, il sogno seducente di fuggire verso l’ignoto e di mettersi alla prova, e il sogno opposto di restare ancorato a ciò che è familiare. Senza che ne avessi la minima coscienza, – conclude, – avevo già messo in campo quell’ambivalenza che avrebbe stimolato la mia immaginazione per gli anni a venire, e preparato il terreno per quel conflitto necessario a far germogliare le mie opere».
Qui potete leggere un estratto di Goodbye, Columbus [pdf]
Qui, il discorso pronunciato da Roth nel 1960, in occasione della vittoria del National Book Award.
Nel 1969 Goodbye, Columbus diventò un film diretto da Larry Peerce e interpretato da Ali MacGraw e Richard Benjamin. Qui potete vederne alcune immagini.