Ricciardi pensava ai morti.
Pensava che Natale o non Natale, festa o non festa, fratellanza o non fratellanza, qualcuno moriva sempre, e che a lui toccava di vedere sangue e devastazione.
Quando la macchina era saltata nel vuoto, aveva creduto di morire lui stesso, e una parte della sua anima lo aveva quasi sperato: una conclusione della sofferenza oscura che lo perseguitava da sempre. E lui stesso sarebbe diventato un’immagine sbiadita su un costone di roccia, condannato a ripetere un muto pensiero al vento, senza essere percepito da nessuno; a meno che qualche altro disgraziato gravato dalla stessa condanna si fosse trovato a guardare il mare da Posillipo.
E invece eccomi qui, rifletté. Di nuovo sulla breccia, come se nulla fosse accaduto. Come se non fossi morto un altro po’, come ogni volta che scopro quanto nera può essere un’anima. Come se fossi ancora vivo.
Maurizio de Giovanni, Per mano mia
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«La capacità di commerciare tra la vita e la morte, questo continuo a dar voce a dei fantasmi, fa di Maurizio de Giovanni un grande scrittore napoletano».
Toni Servillo
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Quattro romanzi alle spalle, quattro stagioni di un commissario malinconico che risolve i casi più inspiegabili con la sensibilità profonda di chi sa ascoltare. Quattro libri, un anno nella vita di Ricciardi, un grande successo, maggiore a ogni nuovo titolo, per lo scrittore Maurizio de Giovanni, che gli ha dato vita. E che con questo libro inaugura un nuovo ciclo.
È tornato l’inverno a Napoli, è il 1931 e ci si prepara a celebrare il Natale con tutte le tradizioni irrinunciabili che si porta dietro. Prima tra tutte, il presepe. Ma agli assassini, a quanto pare, non interessa santificare le feste: in un ricco appartamento vicino alla spiaggia di Margellina un uomo e una donna sono stati uccisi a coltellate: una sola per lei, più di sessanta per lui. E sul pavimento della loro casa, come un messaggio o una provocazione, giace in frantumi la statuina di san Giuseppe.
Sarà un’impresa difficile per Ricciardi venire a capo dell’indagine. Perché questa volta neanche «il Fatto», quel suo dono (o condanna) che gli permette di ascoltare le ultime parole pronunciate dalle vittime prima della morte, sembra fornire indizi interessanti…
A fare da sfondo al giallo, una miriade di personaggi memorabili si muovono intorno al commissario complicandogli (talvolta molto piacevolmente) la vita: dal fidato brigadiere Maione alle donne che si contendono le sue attenzioni – Livia ed Enrica, due creature agli antipodi ma entrambe affascinanti.
E poi, qui più che in ogni suo precedente libro, c’è la Napoli fascista, vero e proprio personaggio. Una Napoli insolitamente fredda e cupa, «stretta in una morsa di gelo che allontana, porta a chiudere le finestre metaforicamente e nella realtà», ha detto De Giovanni in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno.
Per mano mia conferma il talento di De Giovanni nel costruire dei gialli atipici, con un protagonista che è molto più interessato alla psicologia delle persone che ai grandi intrighi. «Credo che la chiave del successo di Ricciardi sia nella sua semplicità, nell’evoluzione di una storia raccontata come lo farebbe un amico, in una sera d’inverno a televisore spento e davanti a un bicchiere di vino. Forse il lettore sente il bisogno di questo: una storia senza enfasi e senza voglia di colpire a tutti costi, senza la necessità di sorprendere, e che somigli alla vita. Almeno mi piace pensarlo».
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Toni Servillo, lettore appassionato dellopera di De Giovanni, ha «interpretato» Ricciardi leggendo alcune pagine tratte da Per mano mia.
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Qui, invece, il grande attore napoletano racconta lincontro con la scrittura di De Giovanni.