Ho letto il nuovo Jonathan Franzen...

di Paolo Giordano


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Nel mondo si parla di Libertà, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen. In America è stato l'evento letterario del 2010 e la sua vita è appena cominciata. Non è azzardato scommettere che, se non sarà proprio «l'evento del 2011», la pubblicazione in Italia avrà comunque una grande rilevanza. Dopo il successo planetario de Le correzioni, Franzen era destinato a deludere tutti. Si era guadagnato il titolo di Sommo Narratore Della Famiglia Contemporanea, di quella occidentale per lo meno, con la saga crudele dei Lambert, a quarant'anni aveva già scritto i suoi Buddenbrook e era meglio per lui che cambiasse decisamente direzione oppure smettesse del tutto con la narrativa. E invece non ha deluso nessuno. Ha aspettato che il mondo si scordasse della sua esistenza, ha lavorato alacremente e infine dimostrato di saper andare ancora più a fondo delle Correzioni: più a fondo nella progettualità, più a fondo nelle pieghe insidiose dei rapporti parentali e nella testimonianza della depressione; più a fondo nell'annullamento di se stesso per lasciare spazio unicamente alla storia e più a fondo nell'elencare le trappole invisibili della civiltà nel Terzo Millennio. Cosicché ora, posto accanto al nuovissimo Libertà, Le correzioni – un modello irraggiungibile di compiutezza letteraria per due generazioni di lettori – tradisce la timidezza e l'ingenuità di uno studio preparatorio.

L'alone di leggenda editoriale che avvolge Libertà ha cominciato a addensarsi ancora prima della sua uscita, quando il dattiloscritto circolava segretamente fra le mani di pochi publisher e traduttori. «Ha impiegato dieci anni a finirlo», dicevano solennemente, perché al contenuto era vietato accennare. Dieci anni. Ecco l'aspetto più eccezionale e scabroso: la pazienza disumana dello scrittore, cui era sottesa l'arroganza di realizzare un'opera che meritasse tanto impegno e altrettanta devozione da parte del suo pubblico. «Ci ha lavorato dieci anni!» si mormorava senza sapere ancora nulla del libro, come se in quel tempo non si potesse portare a termine tanto un capolavoro quanto una poderosa schifezza. Si vociferava che Franzen non avesse buttato giù una sola riga fino al 2008 e infine, dopo il suicidio dell'amico David Foster Wallace, avesse preso in affitto una stanza a Manhattan, occupata solamente da una scrivania e da un vocabolario e, come un medium o il più iconografico degli artisti, avesse riempito 600 pagine fitte fitte, senza un momento d'indugio.

A ridosso della pubblicazione, la rivista Time incoronò Mr. Franzen «Great American Novelist», dedicandogli una copertina tetra, dove appariva corrucciato e con la barba di due giorni. Un'attenzione simile, si affrettarono a sottolineare gli altri media, era stata concessa soltanto a Vladimir Nabokov e Saul Bellow, si trattava pertanto di qualcosa di grosso. L'aspettativa cresceva e intanto giungevano le prime indiscrezioni sulla cover scelta da Farrar Strauss & Giroux per l'edizione statunitense: un pennuto blu dallo sguardo assassino che picchietta sul titolo disposto secondo un'assurda linea di fuga. Venne da subito definita «innovativa» e «geniale», così come a breve distanza quella inglese di HarperCollins, nient'altro che una «F» squadrata e imperiosa, la F di Freedom e di Franzen, quasi l' autore avesse prodotto qualcosa di talmente straordinario da impossessarsi di una lettera dell'alfabeto.
Se fino a qui la leggenda poteva essere una sapiente strategia di marketing anglosassone, le vicende seguite alla pubblicazione furono del tutto accidentali e fornirono la costellazione aneddotica necessaria a suggellare ogni grande evento. Innanzitutto Barack Obama, The President In Persona, che il primo giorno delle sue vacanze esce da una libreria di Martha's Vineyard in compagnia delle figlie Sasha e Malia, tenendo Libertà sotto il braccio. Quindi il thriller della prima edizione inglese, uscita in una versione sbagliata, si dice per l'errore idiota di un correttore di bozze che ora non lavora più alla HarperCollins e fatica a trovare un nuovo impiego. Mr. Franzen ordina la rimozione delle ottantamila copie fallate dal mercato, ma gli esemplari, dopo poche ore di vita, sono già diventati francobolli rari, roba da collezionisti. E infine un altro thriller, vero e proprio stavolta: durante la presentazione di Libertà alla Serpentine Gallery di Londra, due infiltrati sfilano gli occhiali da vista dal naso incredulo dello scrittore e spariscono in Hyde Park, lasciandosi dietro una richiesta di riscatto di centomila dollari. Impossibile per il Great American Novelist eseguire il suo reading senza lenti, e impossibile ottenerne un paio con la giusta correzione a quell'ora di sera. Secondo il Guardian, viene mobilitata per l' occasione perfino la polizia in elicottero.
Infine, dopo dieci anni di attesa, riparati gli errori e rinvenuti gli occhiali, ecco finalmente arrivare il libro che già in contumacia aveva suscitato tanto clamore. È un tomo considerevole e questo è il suo primo pregio, perché se la mole di un romanzo non è necessaria a renderlo grande, è nondimeno un indiscutibile elemento di valore. La pesantezza dell'oggetto ci risarcisce dunque del lungo silenzio e il primo paragrafo, dove incontriamo Patty e Walter Berglund e ci viene anticipato qualcosa della loro vita che capiremo soltanto 400 pagine più avanti, dà l'impressione di trovarsi nell'atrio ampio e luminoso di un grande palazzo che avremo tempo e voglia di esplorare.
Patty e Walter Berglund sono «i giovani pionieri di Ramsey Hill», nella cittadina di St. Paul, Minnesota. Hanno acquistato una casa vittoriana su Barrier Street per pochi soldi e impiegato dieci anni a sistemarla. Vi hanno cresciuto i figli, Jessica e Joey, secondo principi moderni e liberali, discutendo con loro, stimolandoli con riguardo per le rispettive inclinazioni e insegnandogli a pensare. Sono democratici e ecologisti - «greener than Greenpeace» -, concilianti e generosi con il prossimo, basti pensare che Patty, quando tutte le ragazzine del quartiere vennero invitate alla festa dei Paulsens a eccezione della sociopatica Connie Monaghan, non protestò apertamente, ma decise di portare la piccola Connie e i suoi figli in gita a una fattoria di zucche. Sembrano ineccepibili i Berglund, ma i vicini, che li spiano incessantemente da dietro le finestre a bovindo, non sono persuasi da tanta perfezione. Così, quando una notizia raccapricciante su Walter appare niente meno che sul New York Times, molti anni dopo che la famiglia ha abbandonato Ramsey Hill, sono in pochi a stupirsi. «C'era sempre stato qualcosa di non proprio chiaro a proposito dei Berglund». Prima di tutto quel rapporto bellicoso fra Joey e suo padre, qualcosa di più di un ovvio conflitto generazionale. Quale altro ragazzino se ne andrebbe di casa per trasferirsi dai genitori della sua amica d'infanzia, la giovane Connie, dal lato opposto della strada? Tutti quanti, poi, sapevano cosa Joey e Connie combinassero a casa di lei molto prima che ne avessero l'età adatta... E sapevano che era stata Patty, furiosa per il tradimento del figlio cui era attaccata in modo morboso, a bucare le gomme del patrigno di Connie. Patty, ecco, sicuramente il problema era lei, con il suo sorriso ipocrita e i suoi «maledetti biscotti di compleanno»...

Mr. Franzen comincia così il suo Great American Novel, scavando un fossato profondo attorno ai Berglund, pattugliando la loro graziosa casetta attraverso gli sguardi impietosi dei vicini, in un modo che ricorda quello di Richard Yates in Revolutionary Road. Poi, quando ci ha convinto che davvero «qualcosa di non proprio chiaro» alberga in loro, fa un salto indietro nel tempo e dentro i protagonisti, per mostrarci di cosa si tratta e come si è arrivati a quel punto. Comincia allora un libro dentro il libro: Mistakes were made, l'autobiografia in terza persona di Patty Berglund, «scritta dietro suggerimento del suo terapista». Scopriamo quale dolore si nasconde dietro il suo sorriso esibito e veniamo a conoscenza del triangolo amoroso che mina dall'inizio la vita tranquilla dei Berglund. Esiste un altro uomo, infatti: un musicista, Richard Katz, il migliore amico di Walter al college, di cui Patty era invaghita. Confusa fra l'amore passionale e traballante del musicista e quello solido e affidabile di Walter, Patty si era infine decisa per quest'ultimo, ma la felicità è forse conciliabile con le scelte razionali? Dunque, la responsabilità del disastro è di Patty, ci pare, ma ecco che Mr. Franzen cambia un'altra volta le regole del gioco e nella terza parte ci trasporta in un anno preciso, il 2004, per allargare il racconto al punto di vista di Walter e a quello di Richard e perfino a quello di Joey e mostrarci come avviene la dissoluzione di una tranquilla famiglia americana. Sullo sfondo impazza la guerra in Afghanistan, l'amministrazione Bush devasta il Paese e le compagnie del carbone segano le punte delle montagne in Virginia promettendo in cambio qualche ettaro di foresta per la salvaguardia del «cerulean warbler», la dendroica cerulea, un uccellino a rischio estinzione di cui non importa veramente a nessuno, se non a Walter Berglund. Poi la trama si complica ancora, e ancora, proprio come la vita da adulti. Il tempo cronologico soccombe al caotico tempo interiore dei protagonisti, ma alla fine, con perfezione geometrica, tutto si riannoda e conclude.
Libertà non è grandioso frase per frase. La sua prosa è sì gustosa, grassa, ma mai troppo elaborata. Mancano quasi del tutto i vezzi stilistici delle Correzioni, i giochi di prestigio linguistici. Mr. Franzen non si concede scorciatoie stavolta e decide di scrivere nel solo modo che si conviene a un Great American Novelist che voglia riaffermare il realismo come l'unico approccio letterario plausibile: con rigore ferreo. Libertà è grandioso nell'orchestrazione, assai più articolata e meno prevedibile di quella usata per i Lambert. Risulta quasi impossibile rendere giustizia al suo intreccio in un riassunto, perché la storia si dirama in un'infinità di rivoli, pur mantenendo sempre la sua compattezza. L'autore apre in continuazione nuovi percorsi, lasciando lacune vistose che colma inaspettatamente decine di pagine più in là, mentre al centro vi è sempre l'insoddisfazione di un personaggio. Narrando dai diversi punti di vista, Franzen mostra come le felicità dei singoli siano tragicamente non conciliabili e come una catena di buone intenzioni possa talvolta condurre a un crimine. Esiste dunque una continuità spaventosa fra la giustizia e il misfatto, fra il bene e il male, e il territorio che li unisce è una terra insidiosa e solitaria dove ognuno di noi è in balia della sua Libertà. È così per Patty, che sceglie l'uomo «giusto» che l'ama e lei non ama, ed è così per suo marito Walter, che accetta la distruzione di un intero ecosistema pur di salvare un indifeso volatile dal piumaggio celeste.

Viene da domandarsi come Jonathan Franzen abbia collezionato una tale quantità di stimoli. E, benché la questione dell'autobiografia in un romanzo di finzione sia sempre di scarso interesse - va giusto bene per i laureandi in letteratura o i lettori più morbosi -, nel caso di Libertà è lo scrittore stesso a fornirci, consapevolmente o meno, una guida alla costruzione dell'opera. Nel 2006 usciva infatti Zona disagio, un memoir disordinato dei primi quarant'anni di vita di Mr. Franzen. Ebbene, il numero di corrispondenze fra Zona disagio e Libertà è sbalorditivo, tanto che il primo appare a posteriori come un bozzetto del secondo. Là, lo scrittore si paragonava a Charlie Brown e il se stesso che descriveva assomiglia proprio al futuro Walter Berglund, non solo nella personalità ma addirittura nelle origini svedesi da parte di padre. Sempre in Zona disagio si accennava a un fratello maggiore, Tom Franzen, che ripudiò inspiegabilmente la famiglia, proprio come fa Joey trasferendosi a casa della vicina; si parlava di una moglie che nel mezzo di una crisi coniugale consegnò a Jonathan «due manoscritti con le analisi delle nostre rispettive situazioni» ed è impossibile non pensare all'autobiografia di Patty. L'ultimo capitolo, poi, dal titolo «Il mio problema ornitologico», era dedicato in buona parte alla passione dello scrittore per il bird-watching, ed ecco spiegato come a Mr. Franzen sia venuta in mente l'estinzione della dendroica cerulea. A questo gli sono serviti dieci anni di silenzio, dunque: a fare i conti con il suo passato recente e con quello remoto che non aveva già esplorato nelle Correzioni, a capirlo, interpretarlo e infine a emanciparsi dal dolore che gli provocava per tramutarlo in una storia universale.
Ogni lettore deciderà se Libertà è all'altezza della leggenda che lo avvolge dall'inizio, di una copertina eroica su Time e della recensione entusiastica di Michiko Kakutani (anche lei, il critico più eminente e temuto del New York Times, che Franzen aveva pubblicamente definito «la persona più stupida della città», ha deposto spocchia e risentimento e omaggiato la grandezza di Libertà). Io lessi Le correzioni a vent'anni ed ero sicuro di non potermi più innamorare così, perché l'età giusta era passata e perché agli esordi, si sa, ci affezioniamo più tenacemente; ero pronto a indignarmi con Jonathan Franzen per la sua presunzione di scrivere a tutti i costi un romanzo che segnasse il tempo, sicuro che avrebbe fallito.
Invece no. L'ha scritto davvero: un capolavoro di costruzione, intelletto e controllata misericordia. Libertà. E io mi sono innamorato di nuovo. Come la prima volta.

***

Per gentile concessione di Paolo Giordano e del Corriere della Sera.

 

 

Il libro


Libertà - copertina

Jonathan Franzen


Libertà


2011
Supercoralli
pp. VI - 626
€ 22,00
ISBN 9788806191115

Traduzione di Silvia Pareschi

Walter e Patty sono il ritratto dei buoni vicini: gentili, premurosi, ecologisti. Eppure qualcosa va storto se, dopo qualche anno, i giornali definiscono Walter «arrogante ed eticamente compromesso» mentre Patty sprofonda nella depressione.
Dopo Le correzioni, Jonathan Franzen sceglie di nuovo un matrimonio, il vincolo che lega due persone, per raccontare ciò che lega tutti gli uomini.
Perché di tutti è la domanda: «Se sono libero di scegliere, allora come devo vivere?»
Libertà è uno di quei rari romanzi del presente in grado di dare del tu ai classici.

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