Nicolai Lilin,

«Storie sulla pelle»


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– Kolima, – mi ha chiesto Mel appena è tornato il silenzio, – quindi cosa vuol dire quest’occhio?
La sua domanda mi ha preso alla sprovvista, solo in quel momento ho capito che i miei amici erano convinti che conoscessi il significato dei tatuaggi. Io ne sapevo quanto loro, e cioè niente, ma era l’occasione perfetta per recitare il ruolo di quello misterioso, cosí ho fatto solamente una mossetta con la testa, come per dire che preferivo evitare la questione[…]. Nessuno di noi poteva immaginare quanto fosse profonda la tradizione dei tatuaggi criminali, che significato nascondessero i simboli, come cambiasse il loro senso da un disegno all’altro. Noi cercavamo al massimo un indizio del mestiere criminale e la posizione nella gerarchia della comunità. Nessuno pensava che dietro le immagini potesse esserci qualcosa di piú, il nostro interesse si concentrava soltanto sugli oggetti centrali, come il teschio, ma la differenza la facevano i particolari piú piccoli, quelli che a una prima occhiata potevano sembrare insignificanti. Sulle schiene dei vecchi osservavo interi mondi nascosti, mi divertivo a ricordare ogni dettaglio insolito. Perché la Madonna che piange su un tatuaggio ha tre lacrime e su un altro ne ha sette? Perché le mani che tengono la corona sopra la sua testa una volta hanno i palmi girati all’esterno e un’altra nel verso contrario? Perché qui a vegliare su di lei c’è un solo occhio centrato, invece lí due occhi dentro le nuvole, sui lati? Come mai qui ha un buco della serratura sul collo, e lí ne ha uno simile, ma sulla fronte? Perché delle candele che stanno alla sua sinistra tre sono accese e sei sono spente? Perché alcune candele sono nere?
Ero stregato dall’inspiegabile.

da Storie sulla pelle

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«Dei tatuaggi non si parla. Esistono proprio per dire cose che non possono essere dette con le parole».

Nicolai Lilin

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Kolima è solo un bambino quando comincia a disegnare. Disegna tutto, e dappertutto. Facce, oggetti, quello che vede e quello che immagina. Ma più di qualsiasi altra cosa, quello che ama disegnare sono i tatuaggi che vede sulla pelle dei vecchi criminali. Gli occhi e le mani, le serrature, i gufi e le colombe, i gatti, le madonne, le pistole: simboli misteriosi, storie raccontate in una lingua che non ha nulla a che vedere con le parole, ma che nasconde significati profondi e narrazioni complesse. E a forza di osservare, memorizzare e mettere su carta l’immagine stampata nella memoria, per Kolima la curiosità si trasforma in chiodo fisso.

Attraverso lo sguardo di questo irresistibile ragazzino, Nicolai Lilin ci guida alla scoperta dell’antica tradizione del tatuaggio siberiano, una pratica che nasce in una cultura lontanissima ma che continua a esercitare il suo fascino anche oggi, e anche qui.
«Da quando Einaudi ha pubblicato Educazione siberiana, - ha scritto Lilin su XL, - mi è capitato molto spesso di ricevere domande sulla tradizione del tatuaggio. È un interesse che mi rende felice, ma allo stesso tempo, in un certo senso, mi mette in difficoltà. Perché sono richieste a cui spesso non posso rispondere. “Cosa significa questo tatuaggio?” è la domanda tipica, ed è una domanda che va contro l’essenza stessa della tradizione: del significato dei tatuaggi non si parla, esistono proprio per dire cose che non possono essere dette con le parole... Perciò nella mia testa è nata l’idea di un libro che si concentrasse su questo tema, per provare a raccontare quello che si può raccontare, e insieme spiegare perché su certe questioni è meglio restare in silenzio. E l’unico modo in cui potevo riuscirci era usando delle storie […]. Ho voluto accompagnare i racconti con delle immagini di tatuaggi (fotografati per l’occasione da Stefano Fusaro): non illustrazioni, ma storie anche quelle, dette usando un altro linguaggio. Attraverso parole e immagini, insomma, ho provato a raccontare una tradizione che è un meraviglioso mistero, e che proprio lì, nel mistero, nasconde tutta la sua forza e il suo significato».

Sei racconti diversissimi, sei episodi che scandiscono il passaggio dall’infanzia all’età adulta - l’amicizia, la scuola, la fretta di crescere, i legami familiari, i primi amori – sullo sfondo di un paese «sfasciato», senza più identità. A fare da filo rosso c’è la voce narrante inconfondibile di Kolima e la storia della sua formazione da tatuatore, dai primi tentativi in forma di gioco fino all’esercizio di una vera e propria professione: ogni racconto è insieme un episodio indipendente e la tappa di un percorso compiuto insieme da protagonista e lettore, una messa a fuoco progressiva che procede per tentativi, errori e correzioni, un viaggio in cui la curiosità si scontra di continuo con una reticenza che scopriamo essere sostanziale, profondamente legata alla tradizione del tatuaggio siberiano e alla sua etica.

Proprio sulla curiosità si fonda il primo racconto, in cui c’è tutto l’entusiasmo infantile di chi si appassiona alla superficie delle cose senza neppure intravederne il senso. I tatuaggi qui sono finti, disegnati con la penna sulla pelle ancora liscia di un gruppo di dodicenni un po’ sbruffoni (capitanati dall’indimenticabile Jurij detto «Gagarin», già tra i personaggi di Educazione siberiana), che giocano a fare gli adulti imitandone i gesti, i comportamenti e il linguaggio. Ma proprio l’incontro con un criminale vecchissimo e vero, incarnazione di quel mondo di criminali onesti che abbiamo conosciuto e amato nel romanzo d’esordio di Nicolai Lilin, servirà a rimettere tutti in riga, e segnerà nella vita di Kolima il momento in cui, mettendo un freno alla propria esuberanza, comincerà a pensare che quel gioco – così divertente e così pericoloso – va preso molto sul serio.

Straordinariamente abile nella tecnica, specie per la sua giovane età, Kolima diventa in breve tempo un ottimo esecutore, chiamato a riportare su carta – e “sotto dettatura” – i tatuaggi per alcuni adulti della sua comunità: è una fase insieme esaltante e frustrante, in cui il ragazzo (e noi con lui) può avere a che fare con i segni, con la superficie, ma lì è costretto a fermarsi, come qualcuno che sappia perfettamente pronunciare parole di cui non conosce il significato. Ma dopo aver assistito (insieme all’inseparabile Mel) a un omicidio terribile e aver dimostrato una capacità di osservazione fuori dal comune, Kolima ha finalmente l’opportunità di incontrare il kol ́sik nonno Lësa, celebre maestro tatuatore che gli offre la possibilità di diventare suo apprendista.

Nel terzo racconto ritroviamo Kolima nello studio di Nonno Lësa. Entriamo con loro nelle saune dove i criminali siberiani si «leggono» sulla pelle le rispettive storie, e a volte, proprio attraverso i disegni sui corpi, si tradiscono. Scopriamo la storia famigliare di un vecchio criminale di Kiev, ma soprattutto, insieme al giovane protagonista, cominciamo a capire dove sta il cuore di quel mondo segreto: l’estetica del tatuaggio, così affascinante e complessa, non è che il velo sotto cui si nasconde l’universo infinitamente più complesso dell’etica. Le regole, i rituali, il rispetto dei codici criminali, valgono in quel mondo mille volte di più che la bellezza o la perfezione di un disegno.

Ed è qui che la strada di Kolima comincia piano a discostarsi da quella del suo maestro. Pur volendo comprendere e rispettare a fondo l’etica legata alla tradizione del tatuaggio siberiano, non può fare a meno di pensare che la sua estetica sia a tutti gli effetti una forma d’arte. E che attraverso quello stesso linguaggio, attraverso quegli stessi simboli – gli occhi e le mani, le serrature, i gufi e le colombe, i gatti, le madonne, le pistole - si possano raccontare altre storie, altre vite, distanti da quelle dei criminali onesti, ma non per questo meno degne di diventare «storie sulla pelle».

Inizia così la parte più difficile della sua formazione, la ricerca di una strada personale da coltivare, almeno all’inizio, in segreto; la ricerca di un equilibrio tra il rispetto per la tradizione e la propria ambizione, tra la celebrazione di un passato e l’invenzione di un possibile futuro.

E se sulle spalle l’aspirante kol’sik sente il peso di una cultura che non può e non vuole oltraggiare, dall’altro si ritrova a fare i conti con chi, di quella cultura, non conosce neppure l’esistenza, e che vede nel tatuaggio – quello moderno, occidentale – una mera pratica di decorazione del corpo, un intreccio di segni muti, che non hanno nulla da raccontare.

Infine, nell’ultimo racconto, la prospettiva si ribalta, e sotto le mani sapienti di nonno Lësa, Kolima «soffre» uno dei tatuaggi più importanti della sua vita…

A tre anni da Educazione siberiana (presto al cinema nell’adattamento diretto da Gabriele Salvatores e interpretato, tra gli altri, da John Malkovich) Nicolai Lilin torna a raccontare le avventure degli adolescenti di Fiume Basso e dei loro «nonni adottivi», i vecchi criminali onesti.  «Il conflitto in Cecenia, il carcere, i morti, e la difficile rinascita dei sopravvissuti arriveranno poi, e troveranno i linguaggi spietati dei libri già scritti e amati da lettori di tutto il mondo, - ha scritto Roberta Polese sul Corriere. - In questo libro invece si scopre un Lilin con una ritrovata umanità, […] un autore che dimostra di voler abbandonare la pelle del sopravvissuto rievocando i ricordi anche dolci, puliti e vivi di un bambino in una terra in cui i confini vanno difesi come segni invalicabili, come tatuaggi sulla pelle».

Il libro


Storie sulla pelle - copertina

Nicolai Lilin


Storie sulla pelle


2012
Supercoralli
pp. 240
€ 19,00
ISBN 9788806214142

«Eccoti la prima lezione, piede scalzo: le parole sono il cane che hai a casa, i disegni dei tatuaggi sono il lupo che incontri nel bosco. Non siamo noi a dominare i simboli, sono loro a muovere la nostra vita».

Nicolai Lilin, Storie sulla pelle

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Sembrano mani, occhi, colombe, madonne, gatti, serrature, pistole. Invece sono storie, pezzi di vita che ti porti addosso. I tatuaggi sono racconti scritti in una lingua segreta, sofferti sulla pelle. Ed è a queste storie che Nicolai Lilin dà voce, accostando parole e disegni, guidandoci nel labirinto di una tradizione antichissima attraverso gli occhi di un ragazzino che voleva diventare un tatuatore. E offrendoci, di fatto, il capitolo più misterioso della sua educazione siberiana.

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