Nicolai Lilin

«Il respiro del buio»


Condividi

Li chiamavano «scemi di guerra», erano i soldati che, sopravvissuti al primo conflitto mondiale, ne avrebbero per sempre portato i segni addosso. O meglio, dentro, perché a guardarli spesso non si capiva neppure che avessero combattuto. Erano feriti nell’animo e nel pensiero, e dunque così li vedeva la gente: scemi, folli, matti da tenere ai margini. Perché se una mutilazione fisica, nella sua atrocità, poteva ancora essere simbolo di un eroismo da glorificare con una medaglia al valore, in loro di eroico non c’era niente: erano violenti, alcolizzati, incapaci di recuperare un’esistenza dignitosa. Finivano in carcere o nei manicomi.
Un secolo dopo gli scemi di guerra esistono ancora. I progressi della scienza hanno permesso di scovare il guasto fisico, la mutilazione interna che li ha cambiati per sempre. Adesso non sono più scemi, sono malati, affetti da una sindrome riconosciuta e classificata, il Post-Traumatic Stress Disorder. Eppure tanti di loro sono ancora reietti.
Perché come si fa ad ammettere scientificamente, a certificare che è la guerra, l’esperienza della guerra, a trasformare un padre di famiglia in un violento, uno studente in un criminale, un ufficiale in un barbone?
Secondo alcune recenti inchieste, ad esempio, in Italia i casi riconosciuti di PTSD sono solo due o tre all’anno. E tutti gli altri? Tutti gli altri sono ancora lì, fermi al secolo scorso nel limbo dei folli senza nome, costretti ad affrontare da soli, privi di assistenza, il loro straziante dopoguerra.
Che sia la Cecenia di fine anni novanta, Nassirya nel 2003, il Vietnam o le trincee del ’15-’18, l’orrore della guerra non lascia scampo e infesta l’esistenza intera con il suo carico insopportabile di ansia, terrore, paura. Un odio feroce che non trova bersaglio e allora invade tutto.

È in questo inferno che ci trascina Nicolai Lilin nel suo nuovo romanzo. Il ragazzo che ha combattuto in Cecenia è tornato a casa: non è più un cecchino, non è più un soldato. Eppure non smetterà mai di essere un reduce.
«Il PTSD è una malattia brutale, – racconta Lilin, – è capace di trasformare un ragazzo con un passato difficile in un essere demoniaco».
Nicolai, il protagonista di questa storia, non sa che al suo stato d’animo può dare il nome di una malattia. Lo chiama odio, lo chiama «nostalgia di guerra», «la guerra dentro».

Quando passeggiavo per le strade della mia città, nei posti pubblici, nel parco, al mercato, ero carico di odio come una bomba atomica è carica di energia nucleare. Ogni cosa che appariva davanti ai miei occhi m’irritava. Vedevo attorno a me un unico fiume insignificante di materia umana marcia, persone già morte che continuavano a camminare, respirare, costruire e procreare, e intanto avanzavano nel loro stato di decomposizione fisico-mentale. Mi sentivo solo.

E ad accrescere la sua solitudine c’è la situazione di un Paese, la Russia, incapace di dar seguito alla sua stessa volontà di rinnovamento, e che sceglie la strada del degrado e della corruzione. Nicolai rifiuta il mondo, il mondo rifiuta Nicolai. Ci vorrà un lungo viaggio in Siberia, vicino alle proprie radici e lontano dalla civiltà, per scardinare quello che ormai è diventato un meccanismo di autodistruzione. Ma quando il ragazzo torna in Russia, finalmente pronto per ricominciare, è costretto presto ad accorgersi che non basta trasformare il proprio istinto di fuga in desiderio di appartenenza, e che il mondo pacifico non gli offre alcuna reciprocità.

Era il momento della verità cruda e semplice, il ritorno alla mia reale dimensione. Quel tizio non capiva un accidente di me, del mio passato e della vita in generale, era capace solo di trasformare le segnalazioni di qualche burocrate in un avviso di pericolo per le sue figlie. Ma certo! Che diritto avevo io di comportarmi alla leggera, di fare lo scemo e immaginarmi occupato in un lavoro normale?!
Io sapevo di morte ed ero una minaccia per la gente, minacciavo l’assoluto delle loro coscienze, la sacralità delle loro vite. Io conoscevo da vicino l’oggetto delle loro piú grandi paure. Credevo di aver abbandonato la guerra, e invece la guerra ero io.

E allora non resta che un modo per smettere di essere solo, l’unica alternativa alla rassegnazione: affidarsi a chi è come lui. A chi, come Nicolai, dopo la guerra non ha mai più trovato la sua pace.
Quello che il protagonista di questa storia non sa, quando accetta di far parte dell’agenzia di sicurezza di un ex generale del KGB, è che lontano dai territori di conflitto, nel bel mezzo di una grande città europea, la lotta per il potere può essere più spietata di quella per la sopravvivenza.

«In questo romanzo, – scrive Lilin, – ho dato molto spazio ai temi che oggi mi rappresentano di più: il processo di crescita personale in una società ostile e sconosciuta, la necessità di guardare dentro se stessi per capire il mondo attorno, la ricerca della spiritualità, i limiti sociali che compromettono i rapporti umani, compresi quelli sentimentali. Per questo, anche se Il respiro del buio è un’opera rielaborata in chiave letteraria, è quella che più mi somiglia, e dunque la considero la più vera tra quelle che ho scritto fino ad ora».

Chiudendo idealmente la trilogia cominciata con Educazione siberiana e Caduta libera, Nicolai Lilin ricostruisce la cronaca sconvolgente della vita di un reduce, e insieme ci offre una sconcertante testimonianza del sistema di poteri-ombra che governano la Russia. Tra complotti e tradimenti, attentati e amori impossibili, violenze atroci e sorprendenti accensioni ironiche, Il respiro del buio è una storia di formazione estrema sorretta da una scrittura ruvida e diretta, che scortica e affonda lì dove il nostro mondo nasconde le sue cicatrici.

 
ARCHIVIO