Moni Ovadia, Gianni Di Santo

Il conto dell'Ultima Cena


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Moshele è seduto sotto un arancio e ne mangia avidamente i frutti succosi. Arriva il proprietario, lo sorprende a rubare e lo maledice citando i dieci comandamenti.
- Che meraviglia! - sorride Moshele - Oh, com'è bella il tera santo. Tu lo siedi nel ombra di uno albero, lo mangi il fruti del tera e in più qvalcuno lo insegna per te uno capitolo del Torah!

Moni Ovadia, Il conto dell'Ultima Cena

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È un rapporto complesso quello che lega cibo e cultura ebraica, un legame indissolubile regolato dalle minuziose norme della kasherut. Tra religione e tradizione, riti e ricette Moni Ovadia indaga l'etica ebraica del cibo nel suo nuovo libro, Il conto dell'Ultima Cena, scritto con Gianni Di Santo. Una riflessione in equilibrio tra sacro e terreno, nella migliore tradizione del teatro di Ovadia e dell'umorismo ebraico.

Partendo da una rivisitazione dell'Ultima Cena dell'ebreo Gesù e dei suoi apostoli, avvenuta con ogni probabilità secondo i rituali del seder di Pesakh, la cena tradizionale della Pasqua ebraica, la riscoperta delle tradizioni di un popolo diventa per Ovadia un'occasione per invitare alla tolleranza. E tra divertenti storielle ebraiche in versione kasher, raccolte nel capitolo Fra gastronomia e religione, e antiche ricette multietniche della cugina Edith, moglie dell'ottantenne Isaac Ovadia, l'autore firma un saggio di slow food sui generis che parla a tutti, vegetariani compresi perché la Torah invita ripetutamente a non cibarsi di carne.

Intervistato su Famiglia Cristiana in edicola il 31 gennaio, che ha anticipato un brano da Il conto dell'Ultima Cena, Ovadia ha spiegato così il senso del suo nuovo libro: «Oscilliamo tra due estremi: da un lato il cibo inteso come sopravvivenza, dall’altro il delirio edonistico delle grandi cucine raffinate. Ma ciò che dobbiamo recuperare è il valore spirituale del cibo: noi siamo un unicum, anima e corpo, indissolubili. Nutrire l'anima significa nutrire il corpo e viceversa. Gli ebrei ortodossi, ad esempio, dicono sempre una preghiera prima di portare del cibo alla bocca, per sottolineare l'atto spirituale del mangiare. La spiritualità è ciò che accomuna tutti gli uomini, di qualunque fede essi siano».


Così Ranieri Polese, sul Corriere della Sera, ha definito Il conto dell'Ultima Cena: «Una lunga storia di generazioni di migranti intorno al Mediterraneo, attaccati alle proprie ricette e al requisito di purezza degli alimenti (la kasherut), ma pure pronti a intrecciare la cucina tramandata con piatti dei popoli presso cui si sono trovati a vivere». [leggi qui l'intera recensione]

Un'anticipazione da Il conto dell'Ultima Cena è stata pubblicata sull'Unità del 29 gennaio.

 
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