I romanzi di Mo Yan

raccontati da Maria Rita Masci


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«Cara Mita,
questo onore appartiene anche a te e a Patrizia!
Grazie ai vostri sforzi nel corso di tutti questi anni ho conquistato una reputazione nel mondo letterario in Italia e anche in molti altri paesi.»

Con queste righe Mo Yan, vincitore del Nobel per la Letteratura 2012, ha ringraziato Maria Rita Masci, che si è impegnata per far conoscere in Italia la sua opera, e Patrizia Liberati, sua traduttrice, attualmente al lavoro su Le rane.

E proprio Maria Rita Masci, tra i maggiori esperti di letteratura e cultura cinese in Italia, ci racconta in questo speciale di cosa è fatta la scrittura di Mo Yan, e perché le sue narrazioni sono così innovative, epiche, straordinariamente potenti.


Mo Yan e Maria Rita Masci, fotografati a Torino in occasione del Salone Internazionale del Libro 2007.

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Conferendo il Nobel per la letteratura 2012 a Mo Yan, l'Accademia di Svezia ha premiato uno dei narratori più potenti della Cina contemporanea. La forza della sua scrittura risiede nella sua grande passionalità, nella sua intensità, nella sua foga visionaria, nel gettarsi a capofitto nell'orrore, nel sangue, nella carne bruciata, nei corpi straziati, nella passione amorosa, anch'essa violenta, totalizzante.

Una generazione di deboli

Mo Yan è diventato celebre alla metà degli anni Ottanta con la pubblicazione del romanzo Sorgo rosso (1987, trad. it., 1994) che racconta la storia di un clan familiare sullo sfondo della guerra contro gli invasori giapponesi combattuta dai contadini del paese di origine di Mo Yan, Gaomi, nello Shandong. E Gaomi resterà in tutta la sua narrativa il luogo-mondo attraverso il quale narrare le vicende umane e quelle della Cina.
La narrazione dei fatti fondanti della storia cinese viene per la prima volta svincolata dai canoni del realismo socialista e riportata come vissuta dalla gente comune attraverso le gesta epiche e tragiche delle bande contadine. In questo modo Mo Yan si riallaccia a uno dei filoni più antichi della tradizione letteraria e dell'immaginario popolare cinesi, quello degli eroi senza macchia e senza paura, dei banditi-ribelli, generosi e sanguinari, immortalati in uno dei capolavori della letteratura classica cinese, Shuihu zhuan («Storia della palude») della fine del XIV secolo. Ma il brigantaggio descritto da Mo Yan si nutre più di miseria e disperazione che di leggenda e folclore: è un fenomeno doloroso, triste, perché violento, raccapricciante, feroce. Eppure fa parte della vita dei contadini, è - come disse Carlo Levi -«il fondo poetico della loro fantasia, è la loro cupa, disperata nera epopea».

Uscito nel '96, Grande seno, fianchi larghi tratteggia un affresco della Cina che parte dagli inizi del Novecento e arriva ai nostri giorni, un secolo di storia raccontato attraverso le vicende di una madre coraggiosa e dei suoi nove figli, otto femmine e un unico maschio, che ne è la voce narrante. Sposata a un uomo sterile, la madre mette al mondo i nove figli con sette uomini diversi nella speranza di avere l'agognato maschio, che nella morale tradizionale era il solo a poter continuare la stirpe. Il maschio che nasce, Jitong - alla lettera, il «bambino d'oro» - è il frutto dell'incontro con un missionario occidentale e sebbene fisicamente appaia alto e bello, è tuttavia un debole che dipenderà dal seno femminile per tutta la vita: da piccolo viene allattato fino a otto anni e da grande metterà su un negozio di reggiseni. Il personaggio ha un valore simbolico, rappresenta una generazione di maschi cinesi, che in un certo periodo della storia ha perso la virilità, è diventata debole, non si è assunta le sue responsabilità. Si appoggia alle donne e le cannibalizza. Mentre la madre rappresenta la terra, la Cina profonda, una stirpe eroica e leggendaria anche se selvaggia e immorale (non la Cina confuciana ma quella dei banditi-ribelli), l'unico figlio maschio, per il quale la donna ha sacrificato l'intera vita, è l'immagine della Cina di oggi, bastarda e senza morale.

Al tempo dei Boxer

Con Il supplizio del legno di sandalo Mo Yan racconta la Cina profonda e arcaica al suo primo contatto con la modernità, che si presenta in una duplice forma, mirabile e distruttiva: una ferrovia imposta dagli invasori stranieri. Siamo ancora una volta agli inizi del Novecento, le potenze coloniali strappano territori al dominio dell'Impero che, impotente, si avvia al disfacimento. Sono i tempi della rivolta dei Boxer, la società segreta di origine popolare e contadina che si diceva utilizzasse un tipo di pugilato magico. Combatteva gli invasori stranieri e, in un primo momento, aveva goduto del sostegno della corte, ma poi, dopo il sacco di Pechino da parte degli eserciti occidentali, venne messa fuori legge e sanguinosamente repressa da Yuan Shikai, signore della guerra e emissario del potere imperiale. La provincia dello Shandong era sotto il controllo dei tedeschi che, per costruire la ferrovia Jiaozhou-Jinan, rimuovevano le tombe degli avi sconvolgendo il fengshui e provocando l'indignazione della popolazione locale. Sun Bing, il capo di una compagnia di «opera dei gatti» tipica della zona, guida una ribellione aiutato da due membri dei Boxer, che insegnano le arti magiche ai contadini. Sconfitto e catturato, Sun Bing viene condannato a un supplizio speciale, il supplizio del legno di sandalo, una pena atroce che deve tenerlo in vita il tempo necessario per essere mostrato come trofeo durante la cerimonia per il completamento della ferrovia.

Autore di grandi romanzi, Mo Yan ha tuttavia scritto anche numerosi racconti, una forma narrativa nella quale ha mostrato di eccellere, come ha rilevato Claudio Magris nelle motivazioni che nel 2005 hanno convinto la giuria del Premio Internazionale Nonino a conferirgli il premio come miglior narratore straniero. Una raccolta dei suoi racconti è contenuta nel libro L'uomo che allevava i gatti.

Mo Yan è però principalmente autore di grandi affreschi diacronici attraverso i quali narra la storia della Cina e le traversie dei singoli trascinati in questo flusso.
Ne è un esempio l'ultimo romanzo pubblicato in Italia, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao che affronta cinquant'anni di cambiamenti del paese, dal 1950 al 2000, e si ispira alla teoria buddhista della reincarnazione. Il titolo infatti si riferisce alla «Seconda nobile verità» predicata nel Sutra dell'Illuminazione dal Buddha Gotama: la fatica di vivere è causata dall'avidità, diminuire il desiderio e praticare la «non azione» servono a liberare l'anima e il corpo. La storia si svolge a Ximentun, un villaggio situato nella regione a nordest di Gaomi, la patria letteraria di Mo Yan, e narra le reincarnazioni del proprietario terriero Ximen Nao. Reincarnandosi, gli uomini dovrebbero dimenticare il passato e liberarsi progressivamente dalle pulsioni, dal desiderio, dall'odio e dalla sete di vendetta. Contrariamente alle aspettative, Ximen Nao vive le sue successive esistenze come asino, toro, maiale, cane e scimmia trascinandosi dietro il peso del ricordo. L'impossibilità di dimenticare del protagonista, e dunque del popolo cinese, genera la fatica di vivere.

Tra umano e animale

Nel romanzo Mo Yan denuncia l'indebolimento della concezione tradizionale cinese che poneva la terra al centro della vita dell'uomo e del paese. Nel romanzo si raccontano le diverse tappe dell'organizzazione rurale sotto il sistema comunista: dalla riforma agraria alla fine della guerra civile, all'istituzione delle cooperative agricole, agli estremismi del Grande balzo, alla carestia degli inizi degli anni 60, alla creazione delle comuni popolari fino allo smantellamento dell'economia collettiva con la politica delle riforme e il trionfo del «socialismo di mercato». In questo modo, il libro illustra i grandi cambiamenti della Cina collegati alla questione della terra che, una volta tanto ambita, oggi è stata abbandonata dai contadini che rincorrono il miraggio della ricchezza nelle città. I testimoni muti di queste trasformazioni epocali sono gli animali. Mo Yan ripropone così un tema a lui caro: la commistione fra mondo umano e mondo animale, la labilità dei loro confini, la facilità dell'uomo di mutarsi in bestia.
Le sei reincarnazioni di Ximen Nao mette dunque al centro la memoria, il bisogno di ricordare anche a costo di soffrire. Ed è un messaggio importante, perché oggi gli scrittori sono fra i pochi a svolgere il compito di rinarrare il passato, in una sorta di resistenza alla società consumista dominante che tutto corrompe. Il bisogno di raccontare la storia si lega alla preoccupazione di vederla sparire; narrare i traumi forzatamente rimossi, rievocarli, è anche un modo per dissentire dal diffuso credo che l'economia di mercato guarirà qualunque cosa.
In un paese che non ha ancora fatto i conti con le responsabilità del passato e che corre velocemente verso un futuro di benessere e ricchezza, è più facile lasciarsi andare alla tentazione dell'oblio suggerito dal governo. Le nuove generazioni tutto ignorano dei rivolgimenti del passato e se ne disinteressano allegramente. La maggior parte degli scrittori impegnati a riscrivere il passato appartiene a generazioni che hanno vissuto la Rivoluzione culturale, possiede un senso della storia, teme la perdita delle radici e dunque lo utilizza non come rifugio, ma come un ancoraggio contro l'amnesia allo scopo di valutare e costruire il presente: è memoria culturale e senso sociale della provenienza e dell'identità.

Maria Rita Masci

L'articolo è apparso sul manifesto del 12 ottobre 2012.

 
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