Michele Mari

«Roderick Duddle»


Condividi

«Se avesse potuto gettare uno sguardo anche un solo istante nella mente di quell'uomo, Roderick si sarebbe messo a correre via senza fermarsi mai... Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio».

Michele Mari, Roderick Duddle

***

Come in una mappa.
Il cerchio si chiude.
Il doppio del doppio del doppio.
Nomi e cognomi.
Michele Mari ci accompagna alla scoperta del suo nuovo romanzo, Roderick Duddle, in un'intervista esclusiva in quattro parti, intitolate come quattro capitoli del libro.

***

Come in una mappa.

Roderick Duddle è ambientato in un'Inghilterra ottocentesca, resa alla perfezione in ogni dettaglio, la cui topografia è però del tutto immaginaria. Nelle prime pagine si trova una cartina con i luoghi del romanzo, che hai disegnato tu stesso. Sarei curioso di sapere se hai pianificato prima ogni fiume, ogni città, oppure se a un certo punto della scrittura ti sei accorto di aver costruito un piccolo universo coerente.

All'inizio ho inventato i toponimi con una certa libertà, in modo per così dire «assoluto»; ben presto però ho dovuto fare i conti con la verosimiglianza (distanze, tempi di percorrenza, morfologia del paesaggio), sicché ho disegnato una piantina di servizio, che si è infittita di segni man mano che la storia procedeva. Quando l'intero scenario si è definito (all'incirca a un terzo del romanzo) ho disegnato a colori la piantina definitiva, quella riprodotta in bianco e nero (e ridotta nelle dimensioni) in apertura di libro.
Il presupposto di un simile rapporto fra testo e immagine, ovviamente, è che in quella piantina stia tutto il mondo (un «piccolo universo coerente», appunto): sotto questo aspetto tutta l'avventura di Roderick a bordo della Rebecca costituisce non tanto un romanzo nel romanzo, quanto un romanzo fuori del romanzo.
Infine, la scelta dei toponimi obbedisce a criteri musicali, come buona parte di quello che scrivo.

 

Il cerchio si chiude.

Quando il lettore arriva a metà romanzo i personaggi messi in campo sono talmente tanti, le situazioni talmente ingarbugliate, che il narratore - rimproverando bonariamente i più distratti - arriva in soccorso di chi legge ricapitolando tutte le questioni sospese. Si ha l'impressione che durante la scrittura di Roderick Duddle tu ti sia divertito molto; potenzialmente la storia poteva andare avanti all'infinito, con divertimento reciproco da entrambe le parti. Quando hai deciso che era tempo di «chiudere il cerchio»?

Quando incomincio a scrivere non so mai quanto scriverò e dove arriverò, e spesso la sera non ho la minima idea di ciò che scriverò l'indomani. In tutta la mia vita di scrittore credo di non aver mai steso una scaletta o un programma, al punto da decidere di concludere un libro il giorno stesso in cui di fatto lo concludo. Questo vale anche per i miei libri apparentemente più strutturati, come questo. Scrivendo Roderick Duddle mi sono divertito a sviluppare lo spunto di partenza, che era tutto quello che avevo (un orfano miserabile che potrebbe ereditare un'immensa fortuna), complicando la trama ad ogni paragrafo, secondo i modi accumulativi del romanzo d'appendice: a un certo punto mi sono reso conto del «sovraccarico» narrativo, ma anziché farmene angosciare ne ho dedotto una sorta di euforia affabulatrice; finché l'istinto, a una trentina di pagine da quello che si sarebbe rivelato il finale, mi ha suggerito di far convergere tutte quelle fila in una sintesi semplificatrice.
Il bello di scrivere in questo modo, in uno stato di semi-passività, è scoprire come si sviluppa la storia man mano che si sviluppa, senza l'onniscienza del narratore e invece con l'ignoranza e la curiosità del lettore. Per tutelare questa semi-passività credo sia fondamentale (alla faccia di ogni strutturalismo e formalismo) considerare i propri personaggi come persone reali, e lasciare che lottino fra loro e si impongano secondo una selezione darwiniana. Suor Allison, per esempio, è stata da me inventata come figura assolutamente marginale: poi, a poco a poco, si è imposta al punto da risultare, alla fine, fra i protagonisti del libro; viceversa altre figure che pensavo di poter modulare fino alla conclusione si sono lasciate espellere per tempo dalla narrazione (Peabody ad esempio, e persino Jack).
(C'è un romanzo di Flann O'Brien, At Swim-Two-Birds, tradotto in italiano come Una pinta d'inchiostro irlandese, che tematizza questa provvidenziale «prepotenza» dei personaggi).

 


foto: Basso Cannarsa

 

Il doppio del doppio del doppio.

Tema cardine di molte tue narrazioni è quello del doppio. La letteratura ci ha da sempre messo in guardia verso la «metà oscura» - per dirla con Stephen King - che dorme in ciascuno di noi: risvegliarla, o incontrarla, è spesso sinonimo di guai. In Roderick Duddle abbiamo però una splendida storia d'amicizia fra Roderick e Michael, i due ragazzini le cui identità vengono continuamente scambiate. È stata una scelta consapevole oppure anche questo è accaduto durante la scrittura?

È accaduto durante. Mi sono accorto che mi serviva fare interagire Roderick con il convento e con Pemberton House, ma al tempo stesso volevo lasciarlo all'esterno di quel mondo, spaesato in una terra di nessuno percorsa solo da vagabondi e delinquenti: così ho inventato un suo alter-ego, anche se, subito dopo, quest'ultimo ha incominciato a rivendicare una propria autonomia: ho risolto la vertenza facendone non una «copia» di Roderick ma, oggettivamente (in quanto sostituto che ne prende il posto), il potenziale antagonista, secondo uno schema magnificamente trattato da Leo Perutz nel Cavaliere svedese. E naturalmente, scrivendo, sono stato sia Roderick sia Michael, senza preferenze.
Il vero «doppio» del romanzo, secondo me, è però Jones, un «cattivo simpatico» (come Long John Silver) che nel corso della narrazione svela un animo paradossalmente candido e puro: o almeno così a me piace pensarlo.

 

Nomi e cognomi.

Ogni volta che esce un tuo nuovo libro, scatta subito fra i lettori il gioco a chi individua il maggior numero di riferimenti (letterari, e non solo) presenti nella storia. Nel paratesto di Roderick Duddle citiamo i più evidenti: Charles Dickens e Robert Louis Stevenson. Gli omaggi sono infiniti e non avrebbe senso elencarli tutti, ma puoi dirci quali sono stati i nomi degli autori che a un certo punto - mentre scrivevi Roderick Duddle - hanno reclamato maggiormente la tua attenzione?

Il nume tutelare di questo libro è stato Dickens, naturalmente (ma credo di avere qualche debito anche con Jules Renard). Stevenson si è insinuato solo verso metà della narrazione, al momento dell'imbarco di Roderick come mozzo di una nave: difficile dire se sia stato il tema marinaresco a dettare quasi obbligatoriamente l'omaggio, o se viceversa sia stato l'amore per Stevenson a suscitare quel tema e quello sviluppo; dall'Isola del Tesoro, comunque, è arrivato già nella prima parte del romanzo il personaggio, o meglio il nome, di Billy Bones: e fin dall'inizio l'Oca Rossa è stata pensata come una variante dell'Admiral Benbow. Un ragazzino su una nave travagliata da tempeste e ammutinamenti, in ogni caso, non può essere solo parente di Jim Hawkins: quantomeno uno spicchio di ascendenza spetta anche al Gordon Pym di Poe.
Per quanto concerne la voce e il tono del narratore e le sue melliflue apostrofi al lettore, invece, ho avuto in mente soprattutto la velenosa cerimoniosità della narrativa inglese settecentesca, Fielding e Sterne su tutti.
Altre «maniere», più circoscritte, riguardano il Conrad di Tifone (per il capitolo La tempesta), e la letteratura dello scandalo religioso (Diderot, Sade, Restif de la Bretonne, ma anche il Manzoni della Monaca di Monza) per i personaggi della Badessa e di suor Allison.
L'intendente di polizia Havelock è vagamente (molto vagamente) ispirato a famosi dandy dell'investigazione come Sherlock Holmes e, più ancora, Philo Vance.
Sulla Rebecca, McLynn è imparentato con il Mac Whirr di Conrad, mentre Ram-Singa, silenzioso come il Secundra Dass del Master di Ballantrae, ha un nome dichiaratamente salgariano. Il fatto che due fra i marinai più sanguinari abbiano un nome biblico (Amos e Jordan) è un omaggio all'Israel Hands imbarcato sull'Hispaniola di Stevenson.
Da Steinbeck (Uomini e topi) ho preso il personaggio di Lennie; mentre con la sua «trinità» (Il buio fuori) Cormac McCarthy avrà lasciato un segno, credo, nell'escursione che collega due truci tagliagole da strada come Salamoia e Scummy a un sublime giustiziere come il Probo.
Jones infine, il mio personaggio preferito insieme a suor Allison, mi è stato regalato da una faccia che da sola, per me, vale mezza cinematografia di ogni tempo e paese: quella del mio attore prediletto, Gene Hackman.
p.s. Diverse scene del romanzo sono ispirate all'arte figurativa sette-ottocentesca; fra i richiami espliciti, Hogarth, Piranesi, Flaxman, e Turner; fra gli impliciti, la ritrattistica di Reynolds e di Gainsborough.

 

 


 
ARCHIVIO