Mario Vargas Llosa

«Il sogno del celta»


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Steso sulla branda, di spalle, con gli occhi chiusi, gli tornò alla memoria Joseph Conrad. Si sarebbe sentito meglio se il marinaio avesse firmato la sua petizione? Forse sí, forse no. Che cosa gli aveva voluto dire, quella notte, nella sua villetta nel Kent, quando affermò: «Prima di recarmi nel Congo, io non ero altro che un povero animale»? La frase l’aveva impressionato, anche senza comprenderla del tutto. Che cosa significava? Forse che, quello che fece, quello che smise di fare, vide e udí in quei sei mesi nel Medio e Alto Congo gli aveva ridestato inquietudini piú profonde e trascendenti sulla condizione umana, sul peccato originale, sul male, sulla Storia. Roger poteva capirlo molto bene. Anche lui il Congo l’aveva reso piú umano, se essere umano significava conoscere gli estremi cui potevano arrivare la cupidigia, l’avarizia, i pregiudizi, la crudeltà. La corruzione morale era proprio questo, sí: qualcosa che fra gli animali non esisteva, una esclusività degli umani. Il Congo gli aveva svelato che queste cose facevano parte della vita. […] Per lottare contro l’avvilimento che lo stava invadendo, tentò d’immaginare il piacere che sarebbe stato farsi un lungo bagno in una vasca, con molta acqua e molto sapone, stringendo contro il suo un altro corpo nudo.

Mario Vargas Llosa, Il sogno del celta

Il sogno del celta è uno straordinario tassello di un'opera complessiva che l'Accademia di Svezia ha giustamente premiato.

The Times Literary Supplement

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Vargas Llosa usa il piano sequenza come Hitchcock e Brian De Palma. E tuttavia tale gusto per le immagini – l’effervescenza cromatica animata dal sentimento del tempo – in lui non lambisce mai la morbosità […]. Vargas Llosa non perde mai la bussola. […] È stupefacente la spontaneità con cui mescola la documentazione storica più rigorosa alle sue sfrenate profumatissime invenzioni. […] La verità è che Roger Casement deve aver rappresentato per Vargas Llosa un’irripetibile seduzione intellettuale. Come non rimanere avvinti da un apolide così misterioso, un tizio che sembra l’incarnazione stessa di ogni ambiguità e di ogni contraddizione?

Alessandro Piperno, Corriere della Sera

«Gli eroi non sono statue, non sono esseri perfetti», ha detto Mario Vargas Llosa. Ed è questa una delle tante possibili chiavi di lettura del suo nuovo romanzo, Il sogno del celta.
La vicenda che dà forma alla narrazione è quella – reale – della condanna a morte di Roger Casement, console britannico accusato di alto tradimento durante la Prima guerra mondiale. Dalla sua cella, poco prima dell’esecuzione, Casement ripercorre la propria vita.
Irlandese, nato nel 1864, viaggiò in Africa e in America Latina su incarico del governo britannico. Nel 1903, una ispezione lo condusse in Congo, al tempo colonia belga, e poi in Perù, dove assistette alla violenze contro i Putumayo. Frutto di queste esperienze, i Casement Report raccontavano il «cuore di tenebra» del colonialismo, fino ad allora inimmaginabile: la violenza, gli orrori, lo sfruttamento, i massacri. La denuncia e l’impegno che ne seguirono trasformarono Casement in un eroe, ma l’indignazione che li aveva generati fu la stessa che lo trasformò in «traditore».

Roger Casement annotò sul diario un’idea che era andata prendendo corpo nella sua testa da quando era sbarcato a Iquitos: «Sono arrivato alla convinzione assoluta che l’unico modo in cui gli indigeni del Putumayo possano uscire dalla miserevole condizione nella quale sono stati ridotti è quella di sollevarsi in armi contro i loro padroni. È un’illusione priva di qualunque realtà il credere, come Juan Tizón, che questa situazione cambierà quando giunga qui lo Stato peruviano con le autorità, i giudici, la polizia che facciano rispettare le leggi che proibiscono la servitù e la schiavitú in Perú dal 1854. […]. Se vorranno essere liberi dovranno conquistare la propria libertà con le proprie braccia e con il proprio coraggio. Lottando fino alla fine». Mentre, assorbito da queste frasi che aveva registrato sul suo diario, camminava a buon ritmo, aprendosi il passo con un machete fra liane, fratte, tronchi e rami, un pomeriggio gli venne in mente: «Noi irlandesi siamo come gli huitoto, i bora, gli andoque e i muinante del Putumayo. Colonizzati, sfruttati e condannati a esserlo sempre se continuiamo a confidare nelle leggi, nelle istituzioni e nei Governi d’Inghilterra, per raggiungere la libertà. Non ce la daranno mai. Perché lo dovrebbe fare l’Impero che ci colonizza se non sente una pressione irresistibile che l’obblighi a farlo? Una tale pressione può venire soltanto dalle armi».

L’idea che l’Irlanda, come gli indios, avrebbe potuto conquistare la sua libertà solo lottando, si precisò e si rafforzò nel tempo: tornato in patria, Casement abbracciò la causa del patriottismo irlandese, e lavorò segretamente con il movimento indipendentista. Scoperto dagli inglesi mentre cercava di rifornire di armi tedesche i combattenti irlandesi, fu arrestato nel 1916.
Ma l’ambiguità del personaggio non si risolve qui: mentre amici e intellettuali del calibro di Arthur Conan-Doyle, William Butler Yeats e Gorge Bernard Shaw si battevano per convertire la sua condanna nel nome dei servigi prestati all’impero britannico, uno scandalo travolse la sua vita privata: per anni Casement aveva compilato dei diari delle sue spedizioni nel Sud del mondo, appunti minuziosi indispensabili alla stesura dei rapporti che lo avevano reso famoso come primo grande oppositore dei metodi colonialisti. Ma improvvisamente Scotland Yard rivelò l'esistenza di altri diari, segreti. A differenza di quelli che per opposizione furono definiti White Diaries, i Black Diaries erano appunti stringatissimi, due o tre frasi per episodio, ma quello che rivelavano era immenso. Una doppia vita, un’omosessualità vissuta nell’ombra che trasformava l’ex console in un “turista sessuale” che aveva sfruttato il suo potere economico e simbolico con i giovani indigeni, e che aveva registrato ogni incontro in un linguaggio volgare e osceno.

Non fu mai chiaro se i Black Diaries fossero autentici o dei falsi, costruiti da Scotland Yard per screditare definitivamente Casement. Vargas Llosa ci offre una sua interpretazione, ma lo scopo non è certo quello di “risolvere il caso”. L’indagine che si dispiega nelle pagine del Sogno del celta è un’altra: è un viaggio avventuroso nella condizione umana e nelle sue contraddizioni. Attraverso la figura di Roger Casement, Vargas Llosa ci trascina in quelle zone d’ombra che appartengono alla storia, obbligandoci a un faccia a faccia con l’orrore dal quale anche noi, come Casement, usciremo per forza cambiati.

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Mario Vargas Llosa è stato ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa nella puntata del 29 maggio.

Ecco il video dell'intervista:

Il libro


Il sogno del celta - copertina

Mario Vargas Llosa


Il sogno del celta


2011
Supercoralli
pp. 426
€ 22,00
ISBN 9788806208318

Traduzione di Glauco Felici

Un'avventura che inizia in Congo nel 1903 e si conclude, una mattina del 1916, in un carcere di Londra. La vita leggendaria dell'irlandese Roger Casement, che fu fra i primi europei a denunciare gli orrori del colonialismo in Africa e in America Latina; un uomo profondamente contraddittorio, considerato da alcuni un ineguagliabile eroe e un modello di moralità, da altri un traditore della civiltà occidentale. Con la maestria che tutti gli riconoscono, Vargas Llosa ne descrive la maturazione politica e il percorso esistenziale, conducendo il lettore alla radice di molti drammi del XX secolo.

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