Margaret Mazzantini

«Mare al Mattino»


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«Margaret Mazzantini ha scritto un nuovo libro, bello, breve, si intitola Mare al mattino».
Adriano Sofri, la Repubblica

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«È una pregiata medium, Margaret Mazzantini. Dopo aver reincarnato lo strazio di Sarajevo in Venuto al mondo, si compenetra, con la durezza che si fa carità, con la carità che non manca di rammemorare la durezza, in un’Africa mitica, irriducibile a qualsivoglia attualità, pur divampante, pur fervidamente riconosciuta. […] È una cronaca favolosa, Mare al mattino, […] al lume di una lingua sempre all’erta, scavata, lesta, intensamente femminile, ossia necessaria, eppure spalancata alla metafora, alla sua preziosità, mai vacua».
Bruno Quaranta, ttL – la Stampa

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Farid guarda il mare, limpido e compatto come ceramica azzurra. Cerca i pesci, i loro dorsi, i primi pezzi della vita nuova. Jamila lo bacia, gioca con i suoi capelli. Quanto durerà il viaggio?
Poco, il tempo di una ninna nanna.
Jamila ha iniziato a cantare con la sua gola da usignolo, fischia, simula il soffio della zukra. La sua voce cala fino al mare. Poi dorme. La testa magra di una gazzella, di una sorella maggiore. Farid guarda indietro, trova una fessura attraverso i corpi. La costa non c’è piú. Solo mare che sale e scende. Si ricorda della sua casa, dell’altalena, delle maioliche con i disegni color ruggine e smeraldo intorno al pozzo. Pensa alla gazzella. Andava e veniva, come le pareva. Sempre al tramonto. Ormai mangiava dalla sua mano. Lui strappava i datteri, i pistacchi, e glieli serviva sul palmo aperto come su un piatto. Pensa al rumore, poi all’odore della sua bocca. Aveva delle macule all’interno, sulla lingua. Odorava di uadi, di acqua appena passata. Il miglior muso della terra, a parte quello di sua madre. Quel giorno l’aveva stretta a sé.

Un corpo che attraversa il mare non lascia tracce: solo una scia debole che subito svanisce, riassorbita nella compattezza della superficie. Dalla costa siciliana, con lo sguardo puntato all’orizzonte, verso Sud, quello che vedi è una lastra lucida e compatta senza memoria. Eppure in quel tratto di mare che è ponte e confine, c’è la rete invisibile di legami che unisce due Paesi condannati dai capricci di una Storia che li vuole ora nemici ora alleati. Fughe, abbandoni, vite spezzate per sempre o riannodate con cura.
Ma la fisica, ci dice con questo libro Margaret Mazzantini, non può niente davanti alla potenza della narrazione: attraverso il racconto la materia liquida indifferente diventa argilla fresca che conserva per sempre l’impronta di ogni passaggio, di ogni storia, delle partenze e dei ritorni.

Jamila è madre e ragazzina, e dal suo Paese, la Libia, vuole scappare. Portare in salvo se stessa e suo figlio Farid, attraverso il mare, fino all’Italia. Lasciarsi la guerra alle spalle, letteralmente, e trovare rifugio sull’altra sponda. Ha sentito dire che si può, ma che bisogna essere pronti ad attraversare l’inferno del viaggio per mare se si vuole scampare a quello, peggiore, della guerra. Farid è cresciuto nella polvere rossa e il mare non l’ha mai visto, Jamila invece non ha mai visto tanto orrore tutto insieme: i corpi dei morti che affiorano dalla sabbia, le grida, hanno tutti occhi da animale. «Umanità deportata come bestiame». Il viaggio durerà poco, dice Jamila a suo figlio, il tempo di una ninnananna. Lo dice consapevole di mentire, pregando che Farid muoia per primo, per non doverlo lasciare da solo.

Angelina, sull’altra sponda, guarda le barche arrivare. Sono passati quarant’anni e lo strappo brucia ancora: il ricordo della cacciata, l’immagine di Gheddafi con gli occhiali da sole, le amiche arabe arrivate a salutare e Alì, soprattutto Alì, la sua promessa d’amore. Quando arrivarono in Italia i tripolini erano soli: erano gli anni Settanta, densi, accesi, non c’era tempo né attenzione da dedicare a queste famiglie e alla loro diaspora. Quel tempo e quell’attenzione poi non sono mai arrivati. Oggi Angelina ha un figlio, Vito, ha scritto una tesina di maturità sui tripolini, su quel passato che la madre rimpiange e a volte nasconde.

Vito guarda il mare. Sua madre un giorno gli ha detto devi trovare un luogo dentro di te, intorno a te. Un luogo che ti corrisponda.
Che ti somigli, almeno in parte.
Sua madre somiglia al mare, lo stesso sguardo liquido, la stessa calma e dentro la tempesta.
Lei non scende mai a mare, solo al tramonto, certe volte, quando il sole che s’imbuca arrossa le rocce fino al viola e il cielo fino al sangue e sembra davvero l’ultimo sole del mondo.
Vito l’ha guardata incamminarsi sugli scogli, Angelina, i capelli sfrangiati dal vento, lasigaretta spenta in mano. Arrampicarsi come un granchio con la marea. È stato un attimo, per poco. Ha temuto di non vederla compariremai piú.
Sua madre per undici anni è stata araba.
Guarda il mare come gli arabi, come si guarda una lama. Sanguinando già.

Le storie di Angelina e di Jamila non si incontrano ma si specchiano l’una nell’altra. E insieme ne disegnano una sola, di storia, quella di un destino che impone la rinuncia e la mancanza, la perdita e l’abbandono.

Ancora una volta Margaret Mazzantini riesce nell’impresa di trasformare il dolore in letteratura, e di dare dignità a ciò che troppo spesso, nella vita e nella scrittura, ci ostiniamo a tenere fuori campo.
Sostenuto da una lingua visionaria e proteiforme, capace di restituire tutte le sfumature di un legame tra due terre e due popoli (secca e violenta oppure tenera e gioiosa, e ancora nostalgica, arrabbiata, spigolosa o avvolgente), Mare al mattino è la conferma di un talento raro e difficilmente classificabile, e la dimostrazione che è ancora possibile, oggi, parlare a un pubblico vastissimo senza rinunciare alla qualità della scrittura.

Il libro


Mare al mattino - copertina

Margaret Mazzantini


Mare al mattino


2011
L'Arcipelago Einaudi
pp. 128
€ 12,00
ISBN 9788806211134

«Pensava soltanto a quello. Riportare la sua vita a quel punto. Nel punto dove si era interrotta.
Si trattava di unire due lembi di terra, due lembi di tempo. In mezzo c'era il mare.
Si metteva i fichi aperti sugli occhi per ricordarsi quel sapore di dolce e di grumi. Vedeva rosso attraverso quei semi.
Cercava il cuore del suo mondo lasciato».

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