Marco Revelli

«Finale di partito»


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Navigare a vista. Questa sembra essere diventata la condizione universale. Non solo per i mercati finanziari, ormai imprevedibili per definizione. Per lo spread, dal diagramma simile a un elettrocardiogramma. Per le quotazioni quasi sempre «in picchiata», qualche volta «in volo». Anche per la politica il paesaggio si è fatto incerto, mobile come quello delle nostre città dove sempre piú spesso siamo spaesati. Il barometro politico non sembra diverso da quello atmosferico: impazzito. Con i flussi elettorali in vorticoso movimento, incerti tra improvvisi svuotamenti e repentini riempimenti come quando, appunto, nelle acque fino a poco prima calme si formano i vortici. La geografia solida che aveva caratterizzato la lunga fase novecentesca della «democrazia dei partiti» si è a poco a poco decomposta nella lunga parentesi della seconda repubblica: nel suo falso bipolarismo e nella sua velenosa personalizzazione. E ci troviamo oggi a viaggiare con mappe scadute e con coordinate mutevoli, in uno scenario liquido, in cui i grandi contenitori di ieri – i partiti politici, le loro strutture organizzative e le loro rappresentanze istituzionali, quelli che costituivano i punti di riferimento fissi – sono divenuti d’un colpo elastici e permeabili. Tendono a rilasciare nell’ambiente il loro contenuto fluido, attraversati da una patologica – e sempre incombente – «crisi di fiducia» (il vero mal du siècle). Da un ritrarsi delle fedeltà e da un senso insidioso di diffidenza.
Condannati a costituire il fondamento pressoché unico della legittimazione politica, i partiti politici non riescono piú a trattenere stabilmente i propri «mandanti» – a garantirsene la delega, a strutturarne con continuità l’appartenenza – trasferendo in misura preoccupante la propria crisi alle stesse istituzioni che dovrebbero, appunto, legittimare. Finendo per smarrire – e tradire – il proprio mandato.

Marco Revelli, Finale di partito
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Cinque italiani su cento: sono i pochi, pochissimi, che dichiarano di avere ancora fiducia nei partiti politici. In cinque anni 600.000 elettori – vale a dire l’intera popolazione di Palermo, o di Bologna e Firenze messe assieme – hanno scelto di “disertare” la politica, smettendo di presentarsi alle urne. Un esodo che taglia trasversalmente tutto l’orizzonte politico.
A questi dati abbiamo ormai fatto l’orecchio, e la cattiva reputazione dei partiti è ormai fatto conclamato e generale. Ma in Finale di partito questi stessi dati diventano punto di partenza per un’analisi nitida e approfondita su una crisi che dopo i partiti ha cominciato a coinvolgere le istituzioni, e – dice qualcuno -  minaccia il senso stesso della democrazia.

Militanza, identificazione e senso di appartenenza lasciano ovunque il posto - nel nostro paese con evidenza più spiccata che altrove - a sentimenti di diffidenza e frustrazione. Marco Revelli si muove a ritroso alla ricerca della palla di neve che ha innescato la valanga, disseziona lucido il presente, e sempre tiene lo sguardo puntato al futuro, immaginando le forme possibili della politica post-industriale. Al centro della sua argomentazione, infatti, troviamo il collegamento tra le organizzazioni politiche e quelle produttive di stampo fordista: «Le macchine politiche, che sono i partiti, sono entrate in crisi esattamente come le macchine produttive, - ha detto Revelli ad Alessandro Mezzena Lona in un’intervista per Il Piccolo. - Io sono torinese e non dimentivo lo stabilimento di Mirafiori. Cinquantamila operai. Chi entrava era sicuro di rimanere lì per tutta la sua vita lavorativa. Si fidava più della Fiat che dello Stato, c’era un senso di appartenenza forte. Dialettico, ma forte... Quel modello di organizzazione del lavoro a un certo punto è diventato obsoleto. Lo stesso è successo alle macchine politiche. Solo che i partiti non lo vogliono capire».
E il risultato di questa ostinata cecità è che ci ostiniamo a interpretare il mondo in cui viviamo attraverso categorie obsolete.
Al posto delle forme organizzative novecentesche oggi ce ne sono di nuove, leggere, adattabili, «liquide», per dirla con Bauman. E allora «come pensare che anche la politica non si conformi a questa generale metamorfosi?», si chiede Revelli. «Continuiamo a pensare che il vecchio partito possa, prima o poi, rivivere. E poi restiamo delusi. Perché i movimenti di una volta non torneranno mai più», ha detto ancora al Piccolo.

Le altre domande, allora, si aprono sul futuro: che ne sarà delle istituzioni di oggi, dopo che il loro processo di decadenza sarà completo? Che fine faranno i partiti, il parlamento, la sovranità popolare? Perché ad ascoltare la stragrande maggioranze delle retoriche politiche, sembra che di questo passo la crisi dei partiti non possa che condurre all’estinzione del concetto stesso di democrazia.

«In realtà – spiega Revelli - non è cosí. Il nesso tra la democrazia e la “forma-partito” cosí come essa si è strutturata nell’ultimo sessantennio non è affatto cosí esclusivo e indissolubile. La democrazia dei moderni si è definita concettualmente e praticamente ben prima che comparisse all’orizzonte il “partito di massa” e che esso divenisse il monopolista quasi esclusivo del processo di partecipazione e di rappresentanza. Può sopravvivere alla fine di quel monopolio e di quella centralità, rinnovandosi nei contenuti e nelle procedure».

Dalle recenti primarie del centrosinistra a Tangentopoli, passando per le oscillazioni dello spread, la nascita del movimento 5 Stelle, la “breccia di Pisapia” a Milano e quella di De Magistris a Napoli, il referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare, Marco Revelli ci racconta questo infinito beckettiano "finale di partito": «una lunga metamorfosi, in buona misura già compiuta, che sta cambiando sotto i nostri piedi le forme strutturali della politica».

Un saggio autorevole e attualissimo, per decodificare il nostro presente e iniziare a ripensare le istituzioni tradizionali alla luce della crisi.

 
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