Marco Franzoso

«Il bambino indaco»


Condividi

Rivedo proprio su quel divano mia moglie che si spoglia, il neonato sulle ginocchia, infagottato dentro una piccola coperta di lana. Il bambino si agita, vuole liberarsi ma non riesce. Le gambe, il corpo, sono avvolti nell’involucro troppo stretto.
Lei sfila il maglione, sbottona la camicetta e sgancia il reggiseno. La sua magrezza è impressionante, ha raggiunto il traguardo dei quarantadue chili. Tre mesi dopo il parto, anche se i seni rattrappiscono, si ostina ad allattare. Si ostina a somministrargli il proprio latte anche se per questo si disidrata e si sgonfia. È straziante assistere alla sua inutile determinazione.
Il seno è minuto, cascante e grinzoso. La pelle attorno ai capezzoli sembra secca.
Isabel avvicina nostro figlio alla mammella e lui inizia a succhiare. Succhia solo per alcuni secondi, poi agita la testa e boccheggia come un pesce gettato sull’erba.
Si attacca e si stacca ripetutamente, con movimenti nervosi del capo. Scatta sul capezzolo con la bocca spalancata, succhia e poi si allontana di nuovo, deluso. Non capisce perché da quel seno non esca niente, non capisce dove sbaglia. Ma ha fame e subito si riattacca e cerca di succhiare con tutte le forze. Si innervosisce. Inizia un gridolino di smarrimento che mi mette i brividi e che vorrei interrompere subito, in qualunque modo.
Riprova a succhiare, si stacca ancora, osserva il bersaglio del capezzolo e riprende. Potrebbe andare avanti per ore. Tutto inutile.
– Vedi, – dice Isabel. – Vedi che non ha fame?
Io non dico niente.

Marco Franzoso, Il bambino indaco

***

Il romanzo di Franzoso ha un pregio raro: centra il bersaglio: E lo fa con una tale esattezza che, come la pallina del flipper ben indirizzata, fa suonare di colpo tutti i campanelli e spalanca le porte. Racconta, a partire da un’esistenza qualunque, un dolore che non possiamo fare altro che riconoscere, quasi una malattia del nostro tempo. Marco Franzoso lavora da sempre a una personale tassonomia del presente. […] Sempre attento a non condannare, impegnato come, ogni scrittore dovrebbe, ad osservare senza assolversi, ben piantato nel mezzo della catastrofe. Continuamente chiedendosi, come Carlo, il protagonista de Il bambino indaco: che cosa ho trascurato, quali indizi avrebbero dovuto rivelarmi quello che stava per accadere?

Elena Stancanelli, la Repubblica

***

Il romanzo di Franzoso comincia dalla fine. Dallo strazio che si mescola al sollievo. Una donna è morta, si chiama Isabel, suo marito Carlo non sa com’è successo ma sa perché. E la sua voce torna indietro per raccontarcelo.
La relazione tra Carlo e Isabel è nata veloce e vera: si sono incontrati su suggerimento di un’amica, accettato un po’ per scherzo, e si sono sorpresi a pensare che aveva ragione lei. Che loro due, così diversi, insieme potevano essere qualcosa di bello.
Si scoprono, vanno a vivere insieme, si sposano per amore, per amore concepiscono un figlio. Eppure, dal momento in cui Isabel sa di essere incinta, Carlo vede sua moglie cambiare. All’inizio pochissimo, incrinature microscopiche che il buon senso impone di trascurare; poi, quando la crepa è abbastanza larga da poterci guardare dentro, è l’amore che impone a Carlo di non vedere, di tenersi a una distanza di sicurezza dall’orlo dell’abisso. Finché è l’abisso stesso ad inghiottirlo: sprofondata in una tristezza senza fondo e senza ragione, ostaggio dei propri demoni, Isabel è lontana, distante, e insieme totalmente concentrata sul bambino che porta in grembo.
Si dice che una madre certe cose le sente, le sa prima di tutti: e Isabel è sicura che il suo sarà un bambino speciale. Un bambino indaco, delicato e perfetto, una creatura rara dotata di poteri sovrannaturali. Non le resta dunque che mettersi al servizio di quella che le pare una benedizione, e inseguire, per lei e per il bambino, un ideale di purezza assoluta: ciò significa, nella cruda oggettività dei fatti, lasciarsi e lasciarlo morire di fame.
Sotto lo sguardo sgomento di Carlo, si compie la dissoluzione fisica della sua famiglia, mentre la malattia dell’animo invade il corpo e lo prosciuga.
Ma come si fa a condannare la donna che si ama, come si fa a condannarla sapendo che lei stessa agisce solo per amore? Come si fa ad accettare che l’istinto materno, qualche volta, possa incontrare l’istinto di morte, e che il desiderio del bene assoluto possa coincidere con il male più atroce?

«Il bambino indaco - ha scritto Tiziano Scarpa - si inoltra in quel luogo impossibile, dove le cose primarie crollano, la vita si sfonda precipitando, e la piú pacifica delle condizioni, l’amore per il proprio figlio, va conquistata con la piú astuta e feroce delle guerre».

Con una scrittura asciutta e lucidissima nel raccontare l’orrore, ma capace anche di grande tenerezza, Franzoso si insinua con delicatezza e coraggio in quell’incredibile uragano emotivo che travolge una donna in procinto di diventare madre, e lo racconta senza condanne e senza assoluzioni. Solo con la partecipazione di chi sa che sta raccontando una storia reale, più vicina di quanto vorremmo ammettere. «Tutto quello che c’è scritto è vero, è la sintesi di storie vere di donne che, loro malgrado, hanno vissuto lo stesso disagio di Isabel. – Ha detto l’autore a Vanity Fair. – Non mi piace inventare, mi piace incontrare le storie dove sbocciano, nella normalità delle vite che ci circondano».

Ma Il bambino indaco non guarda solo al legame genitore-figlio: nella voce di Carlo, nella sua disperazione, non c’è solo un padre che deve salvare il suo bambino; c’è anche quella di un uomo che vede sgretolarsi l’immagine del proprio amore, della donna che ha creduto perfetta e inscalfibile ed è invece fragilissima. «Cosa c’è di più semplice che innamorarsi? – si chiede Elena Stancanelli nella sua recensione al libro – Cosa c’è di più pericoloso? […] Consegnare la propria vita nelle mani di uno sconosciuto – la cui unica referenza è il desiderio, l’attrazione che proviamo per lui – è il modo in cui il nostro tempo declina il sostantivo amore, e persino famiglia». In fondo, l’appuntamento al buio al quale partecipano Carlo e Isabel non è molto lontano dalla scommessa che facciamo tutti, ogni volta che accettiamo di amare qualcuno.
Al suo quarto romanzo, Marco Franzoso ci regala una storia di amore estremo e di estrema sofferenza, e ci racconta cosa succede quando il male si annida lì dove dovrebbe esserci la più infinita tenerezza.

Il libro


Il bambino indaco - copertina

Marco Franzoso


Il bambino indaco


2012
I coralli
pp. 141
€ 16,00
ISBN 9788806210144

«Chi sei?, chiedo silenziosamente. Qual è il tuo segreto? Perché non ti conosco?»

«Ho attraversato questa storia sotto tensione fino all'ultima pagina. Poi non ho smesso di tornarci col pensiero. Ho pensato che ci sono due vie per attraversare la vita. E non è possibile sceglierle, perché le decide il destino. La prima, la piú diffusa, è quella delle esperienze universali che bussano alla nostra porta. Arriva la nascita, arriva l'amore, arriva la morte. Da uno vanno vestite di blu, da un altro di rosso. Le esperienze fondamentali sono le stesse per tutti, anche se succedono in mille maniere diverse. A qualcuno invece è dato in sorte tutt'altro. Ci sono persone a cui l'universale si presenta completamente stravolto, irriconoscibile. Forse non è piú l'universale, ma un'altra cosa ancora, incomprensibile, inaudita, che non ha nemmeno nome. Il male si installa dove ci dovrebbe essere la tenerezza, la sicurezza piú fiduciosa. L'orrore sboccia nel piú inaspettato dei luoghi. Il bambino indaco si inoltra in quel luogo impossibile, dove le cose primarie crollano, la vita si sfonda precipitando, e la piú pacifica delle condizioni, l'amore per il proprio figlio, va conquistata con la piú astuta e feroce delle guerre».

Tiziano Scarpa

SCHEDA LIBRO
ARCHIVIO